Giovani e vecchi

Agli anziani la quattordicesima, ai giovani nessun futuro

La prima grande novità del 2017 sarà l’estensione della 14esima per pensionati e pensionandi: un tesoretto di sei miliardi. Intanto i giovani stanno a guardare, mentre aspettano lo Statuto delle partite Iva, gli asili nido e borse di studio

Renzi Ciao

(Getty Images/Franco Origlia/Stringer)

1 Ottobre Ott 2016 0830 01 ottobre 2016 1 Ottobre 2016 - 08:30

Al netto di annunci e promesse, il primo vero impegno che Matteo Renzi ha preso per il 2017 è con pensionati e pensionandi, aumentando ed estendendo la quattordicesima e la no tax area, e prevedendo un’uscita flessibile (Ape). Un tesoretto di sei miliardi in tre anni. Il Paese anziano applaude. I sindacati, con le pance piene delle tessere dei pensionati, pure (anche se, a dire il vero, avrebbero voluto di più). I giovani, che la pensione non la vedranno, tantomeno la 14esima, restano a guardare i titoli di apertura dei giornali. È il patto della pensione. L’ennesimo bonus distribuito in maniera indiscriminata. Neanche se la ricordano più, i giovani, l’ultima iniziativa politica strutturale pensata per loro dal governo del “giovane” Renzi.

Prendiamo il Jobs Act. Senza la decontribuzione prevista nella legge di stabilità del 2015, l’ondata di nuove assunzioni (che si è già interrotta con la riduzione degli sgravi) non ci sarebbe stata. Ondata che non ha riguardato certo i ragazzi all’ingresso del mondo del lavoro. Perché, come in tanti avevano previsto, a parità di sconto, con le tutele crescenti un imprenditore avrebbe preferito assumere un lavoratore esperto e più produttivo di un giovane alle prime armi. E infatti così è stato. Il tasso di disoccupazione giovanile, anche se ad agosto è sceso dello 0,4%, resta al 38,8 per cento. Non c’è niente da festeggiare.

Anche perché gli occupati continuano a calare soprattutto nella fascia 25-34 anni, quella di ingresso nel mondo del lavoro (-1,8% in un anno). E aumentano, al contrario, tra gli over 50 (+5,4%). Il mercato del lavoro spinge i giovani al di fuori del suo perimetro: tra i 25 e i 34 anni aumenta sia il tasso di disoccupazione sia il tasso di inattività, cioè la percentuale di coloro che un lavoro ormai non lo cercano più. Intanto, il contratto su cui il Josb Act aveva puntato, quello a tempo indeterminato (o a tutele crescenti), senza incentivi perde colpi: meno 280mila unità nei primi cinque mesi del 2016. Non è stata una soluzione, come previsto, nemmeno l’eliminazione dei cocopro: stralciato il contratto a progetto, non si è passati alle assunzioni. Le soluzioni possibili sono state: non lavorare più, aprirsi una (finta) partita Iva, o lavorare con i voucher. Che nel frattempo sono diventati 1,4 milioni.

Il Paese anziano applaude. I sindacati, con le pance piene delle tessere dei pensionati, pure. I giovani, che la pensione non la vedranno, tantomeno la 14esima, restano a guardare i titoli di apertura dei giornali. Gli anziani, dalla loro parte, hanno il peso demografico (sono di più). Ed elettorale, ovviamente

Né si sa più nulla dello Statuto delle Partite Iva, che aveva fatto tirare finalmente un sospiro di sollievo a tutti quelli che stanno con calcolatrice e righello per capire quanto cavolo – al netto delle tasse – guadagnano davvero. Soprattutto giovani sotto i 35 anni, che costituiscono quasi la metà dei nuovi avviamenti. Bloccati dalla paura di guadagnare qualcosina in più, se oltrepassano le colonne d’Ercole dei regimi clamierati. Fatto il passo indietro sull’errorone dell’aumento delle aliquote dei minimi nella legge di stabilità del 2015, si aspettano ora grandi novità dal ddl sugli autonomi. Ma dopo gli annunci è calato il silenzio.

Partite Iva e freelance possono aspettare. Meglio occuparsi dei pensionati. La spesa in previdenza nel 2014 era quattro volte quella per il sostegno al reddito degli occupati, occupando i due terzi della spesa pubblica. D’altronde i pensionati hanno dalla loro parte il peso demografico (gli anziani numericamente sono più dei giovani). Ed elettorale, si intende. Non che siano tutti ricchi o privilegiati. Ma se c’è una fascia d’età in cui il rischio di entrare in uno stato di povertà è in diminuzione, è quella degli over 65. Mentre giovani e famiglie con più di un figlio di anno in anno vedono assottigliarsi il portafoglio.

Anche perché se sei partita Iva quei famosi 80 euro venduti come il top delle politiche sociali mica li prendi. Né, nella maggior parte dei casi, se sei giovane e partita Iva ti interessa l’abolizione dell’Imu. Perché molto probabilmente una casa non ce l’hai, visto che una grandissima parte dei ragazzi oggi non arriva a mille euro al mese. Ce l’hanno i pensionati o i pensionandi, la casa.

E però, dirà qualcuno, c’è il bonus bebè. Ottanta euro al mese che dovrebbero incentivare a dare la spinta demografica al Paese dei pensionati. La spesa mensile che si sborsa per i pannolini dovrebbe dunque convincere a fare figli. In confronto, la disastrosa campagna del Fertility Day del ministro Beatrice Lorenzin sembra più convincente. E intanto della promessa dei mille asili nido in mille giorni ci siamo dimenticati. L’annuncio risale al settembre 2014. Il termine scade a maggio 2017. Di tagli di nastro non ce ne sono stati. Anzi, quello che si sa è che per mancanza di bambini alcuni asili stanno chiudendo. Le tariffe sono troppo alte, i genitori non se le possono permettere e li tengono a casa. E magari, le donne soprattutto, rinunciano pure a lavorare. È un cane che si morde la coda. Ma noi puntiamo sui pensionati.

La differenza tra chi investe sul futuro o sul passato è tutta qui: scegliere se investire nell’istruzione universitaria (l’Italia è l’ultima in Europa per numero di laureati) o nelle pensioni (l’Italia è prima per la spesa pensionistica rispetto al Pil). E noi abbiamo messo la croce sull’opzione numero due

Non basteranno certo a dare benzina ai giovani italiani né il bonus di 500 euro per i 18enni da spendere in cultura, né il programma Garanzia giovani, che poi è un programma europeo. E finora è servito – come abbiamo raccontato – soprattutto a rinfoltire la platea degli stagisti non pagati. Il risultato è che da noi oltre un terzo dei giovani non studia e non lavora (i famosi Neet). E questo numero è aumentato tra il 2005 e 2015 di oltre il 10%, più di tutti gli altri Paesi Ocse. Se negli altri Paesi i giovani senza lavoro sono tornati a studiare, da noi non l’hanno fatto. Perché l’80% degli studenti iscritti negli atenei italiani non ha un aiuto finanziario per le tasse né una borsa di studio.

La differenza tra chi investe sul futuro o sul passato è tutta qui: scegliere se investire nell’istruzione universitaria (l’Italia è l’ultima in Europa per numero di laureati) o nelle pensioni (l’Italia è prima per la spesa pensionistica rispetto al Pil). E noi abbiamo messo la croce sull’opzione numero due. Ancora una volta.

Potrebbe interessarti anche