Come si vive in un carcere di massima sicurezza americano, raccontato da dentro

Darren Darcleight è in un carcere di massima sicurezza americano da quindici anni. Dal 2006 scrive saggi, articoli, post che riesce a far uscire dal carcere grazie alla moglie e ora anche in Italia esce il suo libro, "Colpevoli di omicidio. La vita dentro un carcere di massima sicurezza" (Marsilio)

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3 Ottobre Ott 2016 1614 03 ottobre 2016 3 Ottobre 2016 - 16:14

Il suo nome è Danner Darcleight e, mentre scriviamo queste righe, è rinchiuso in un carcere americano di massima sicurezza. Ci è entrato 15 anni e sta scontando una condanna a vita. In questi quindici anni ha attraversato molte fasi. Paura, sconforto, terrore, ma anche coraggio e voglia di reagire. È sfuggito alla dipendenza dall'eroina, ha respinto la tentazione del suicidio, ha addirittura trovato una donna che lo ama e che lo aiuta a diffondere quello che scrive. È riuscito a finire l'università, prendendosi l'equivalente di una laura triennale in Marketing, ma soprattutto ha scritto e continua a scrivere tanto: saggi, articoli (come questo 10 modi di adattarsi a vivere in prigione), che grazie alla moglie riesce a pubblicare su Medium e su Facebook e un libro, Concrete Carnival, che è appena uscito in Italia da Marsilio con il titolo di "Colpevoli di omicidio".

In occasione dell'uscita in Italia, pubblichiamo in esclusiva una lettera inedita scritta da Darren Darcleight per i suoi lettori italiani.

In sicurezza, giorno 3

Martedì 17 maggio, prime ore della sera. Ora che il sole è tramontato la sezione comincia a rinfrescarsi. Le guardie sono venute un paio d’ore fa a consegnarci la cena dentro un sacchetto di carta marrone: quattro fette di pane, burro d’arachidi e marmellata, una mela ammaccata. Se ultimamente non sei stato allo spaccio (come me) adesso hai fame. E la fame fa venire la rabbia. Molti uomini hanno passato la giornata a dormire e qui dentro il fracasso aumenta, visto che i fracassoni lamentandosi acquistano energia. Detestano l’isolamento perché sono intrappolati in cella con poco da mangiare e ancora meno per distrarsi: non c’è il basket, né televisione, quindi loro impazziscono e si lanciano in discussioni assordanti e prolungate sugli argomenti più futili. In questo momento, per esempio, al piano di sopra due tizi si stanno scannando per decidere quale delle sorelle Kardashian abbia il culo più bello.

Però l’isolamento non disturba né me né i miei amici più cari. Per noi è come una vacanza dalla prigione, che ci impedisce di andare al lavoro e ci permette di svolgere le nostre solitarie attività creative: scrivere, leggere, disegnare, dipingere, fare origami, yoga, sudare a forza di flessioni.

Sabato sera, in cortile, avevo appena messo giù il telefono con la mia adorabile moglie, Lily, quando ho sentito l’inconfondibile pop del fucile automatico della sentinella. Aveva sparato per interrompere una rissa a coltello. Grazie a dio nessuno c’è rimasto. Mentre le guardie correvano ad ammanettare i colpevoli per portarli in isolamento, io e i miei amici siamo rimasti lì ad aspettare di essere richiamati dentro, per cominciare quella che probabilmente sarà una settimana in sicurezza. Abbiamo discusso i progetti a cui ci saremmo dedicati in cella e ci siamo augurati buona fortuna per la perquisizione, l’unico aspetto della sicurezza di cui tutti farebbero volentieri a meno.

Si dice che le guardie perquisiranno la mia sezione stasera, ma se non verranno presto lo faranno sicuramente domattina. Spero che vengano subito, così almeno sarà finita e potrò godermi in pace i prossimi due o tre giorni di vacanza. Vedi, una perquisizione della cella è come lanciare i dadi: se ti capitano delle guardie a posto, ti butteranno i vestiti sul letto, sfoglieranno le tue riviste porno e se la caveranno in quindici minuti; se invece ti capitano due stronzi, passeranno in rassegna tutto, ti calpesteranno i vestiti, romperanno qualcosa, faranno casino, leggeranno le tue lettere personali e ti confischeranno cose che tecnicamente non dovresti avere (come una seconda lampada da tavolo). Ci metteranno trenta minuti a distruggerti la cella e a te ci vorranno due ore per ripulire il casino e rimetterla in ordine. Quindi comincio a pregare subito, qui con te, che mi capitino due guardie a posto e che non facciano troppi danni.

Durante i sedici anni che ho passato in prigione, mi sono beccato almeno venti messe in sicurezza, e ne scrivo sempre, per raccontare cosa succede. Le persone che mi sono più vicine conoscono già questa storia. Però ora mi sento di buon umore, carico di energia positiva, e vorrei spenderla qui. In passato sarebbe stata soltanto l’ennesima pagina di diario, ma adesso che la mia storia uscirà a settembre, so di poter mandare queste pagine al mio editore, che da qualche parte le pubblicherà. Ora però la differenza è che posso scrivere e sapere che qualcuno, alla fine, leggerà le mie parole. È una bella sensazione…

Le guardie sono appena entrate nella sezione, hanno cominciano a perquisire di sopra e poi lavoreranno dall’alto in basso. Buttano le cose oltre le sbarre della passerella e, dal momento che io vivo al piano terra, tutto finisce davanti alla mia cella. In genere è immondizia. Si divertono troppo a incasinare le celle. Non promette bene.

Okay. Ci sono già passato. Lo so come funziona. Non mi succederà niente.

Come dicevo, una volta questa sarebbe diventata una lettera o una pagina di diario. Adesso finirà su Facebook o dal mio editore, quindi il “tu” è reale, si rivolge a un lettore sull’altro lato del muro, capace di portarmi fuori dalla prigione. È una sensazione fantastica, liberatoria. Le guardie di sopra non potranno portarmela via. Quello che possono portarmi via sono i libri in più. Ho superato il limite di venticinque di almeno cinque libri, e uno è la copia in anteprima di Concrete Carnival. Possono anche prendersela, per quello che mi frega, tanto in settembre, quando verrà pubblicato, mi daranno quella con la copertina rilegata.

A proposito: Lily mi ha appena mandato una copia della copertina della traduzione italiana di Concrete Carnival, che hanno intitolato Colpevoli di omicidio. È così bella che non riesco a smettere di guardarla e di stupirmi per la mia fortuna. Nel 2006, quando ho iniziato a scrivere sul serio, non avrei mai creduto che mi avrebbero pubblicato, e tantomeno che mi avrebbero tradotto in un’altra lingua! Sono “internazionale”, come dice il mio amico Eric. Il mio sogno si è realizzato, cazzo. Immagino che la mia storia abbia fatto una bella figura, come dicono gli italiani, una buona impressione alle persone giuste.

In quanto detenuto, le autorità non mi vogliono ascoltare. Il personale medico minimizza i miei sintomi, le guardie danno per scontato che se mi fanno una domanda io menta sempre, e quelli dell’amministrazione non si disturbano a rispondere alle mie lettere. Ora, con la traduzione italiana, le cose sono cambiate. Anche se la prigione limita il mio corpo, le mie parole rompono le catene e si arrampicano sui muri, dandomi la libertà. E adesso le mie parole hanno valicato l’Atlantico e mi presenteranno agli italiani, portando con sè la mia visione di una prigione americana di massima sicurezza.

Cazzo! Arrivano le guardie. Auguratemi buona fortuna…

***

Le 22. In fondo non è stato poi così brutto. Le guardie che hanno eseguito la perquisizione mi conoscevano, quindi ci sono andate piano. Quando se ne sono andate, per rimettere a posto tutto mi ci è voluta solo mezz’ora. Poi mi sono concesso un panino con pomodoro e salamino. Adesso potrò veramente godermi un paio di giorni di autentica produttività in cella, consapevole che il peggio è passato. Domani tutti dormiranno fino a tardi, quindi io mi alzerò presto e mi metterò a scrivere. Al telegiornale ho sentito che la Pfizer vuole smettere di fornire i farmaci per l’iniezione letale. Credo che mi piacerebbe scriverci su qualcosa. È un argomento che mi sta a cuore. Con questo pensiero, adesso spengo la luce e vado a dormire.

Amico mio, stammi bene e ci risentiamo la prossima volta.

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