Dall'Ucraina alla Siria: la nuova guerra fredda tra Russia e America è già iniziata

In Siria il cessate il fuoco è già saltato, in Crimea Putin ha incolpato gli Occidentali di aver guidato la rivolta, mentre gli accordi sul plutonio sono andati in fumo dopo sei anni. Lo scenario è sempre più preoccupante, aspettando l'esito delle elezioni americane

JEWEL SAMAD/Getty Images

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5 Ottobre Ott 2016 0800 05 ottobre 2016 5 Ottobre 2016 - 08:00

La tensione tra Mosca e Washington ha toccato, negli ultimi giorni, picchi che non venivano raggiunti dai tempi della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti hanno annunciato il 3 ottobre l’interruzione di qualsiasi contatto bilaterale con la Russia a proposito della guerra in Siria, in reazione ai violenti bombardamenti che l’aviazione russa e quella siriana stanno conducendo su Aleppo.

Ancor più inquietante la mossa, quasi contemporanea, del Cremlino: sospeso l’accordo sulla parziale e progressiva distruzione dei rispettivi arsenali al plutonio, siglato con gli Usa nel 2000 ed effettivo dal 2010. L’eventuale riattivazione, secondo un disegno di legge presentato alla Duma, è subordinata alla cancellazione di tutte le sanzioni americane contro la Russia - da ultimo quelle successive all’annessione della Crimea –, al risarcimento dei danni subiti e alla riduzione dei contingenti Nato nei Paesi entrati nell’Alleanza dopo il 2000 ai livelli del 2010. Il salto di qualità nello scontro è evidente. Ora nel confronto tra America e Federazione Russa sono entrate, per ora solo come materia di trattativa, le armi nucleari. Il segnale è preoccupante, tanto più considerando che arriva dopo quasi un decennio di costante deterioramento dei rapporti russo-americani, e in un momento in cui i caccia statunitensi e quelli russi si sfiorano nei cieli del Medio Oriente.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti e la Nato hanno approfittato del momento di debolezza dello storico rivale. L’Europa dell’Est è stata subito sottratta alla sfera di influenza russa ed è in pochi anni entrata nell’Unione europea e nella Nato; sono state dislocate basi Usa in Asia centrale, nella Repubbliche ex sovietiche (Uzbekistan e Kyrgizistan) e in Afghanistan dopo la guerra del 2001; anche l’ex Jugoslavia è in parte già entrata nella Nato (Slovenia, Albania, Croazia e Montenegro) e nella Ue (Croazia e Slovenia); nel Caucaso sono da tempo presenti gli americani (in Georgia fin dal 2000) e da ultimo l’Ucraina, dopo la rivoluzione del 2014, ha abbandonato la tradizionale vicinanza con Mosca in favore di un avvicinamento con l’Occidente.

La svolta nei rapporti tra Usa e Russia è stata nel 2014, con la questione ucraina, quando Mosca ha visto la rivoluzione che ha cacciato il presidente Yanukovich come un golpe orchestrato dall'Occidente


La reazione russa è arrivata in particolare con Putin tornato presidente del Consiglio (dopo il limite di due mandati da presidente della Federazione Russa) nel 2008. Allora fu la Georgia, che aveva tentato di ri-occupare il territorio scissionista dell’Ossezia del Sud (filo-russa), a subire l’offensiva di Mosca. Successivamente il livello di tensione è rimasto alto, con accuse incrociate di spionaggio (cyber e non) e scaramucce diplomatiche su vari dossier che dimostravano una minor arrendevolezza russa: in Moldavia Mosca ha spesso usato, soprattutto a partire dal 2009, la repubblica scissionista della Transnistira per fare pressione sull’Occidente; in centro Asia l’Uzbekistan è presto rientrato nella sfera strategica russa, e nel 2014 anche il Kyrgizistan ha votato perché la base Usa venisse smantellata; in Jugoslavia il Cremlino ha spesso giocato coi sentimenti indipendentisti della Republika Sprska (lo stato serbo nato dalla scissione della Bosnia) in ottica anti-Nato.

Ma il grande balzo nello scontro tra ex (o neo?) rivali della Guerra Fredda è arrivato nel 2014, con la questione ucraina. Mosca ha vissuto la rivoluzione che ha cacciato il presidente filo-russo Yanukovich come un golpe orchestrato dall’Occidente, volto a sottrarre il Paese – fondamentale alleato per la Russia, anche nell’ottica del progetto di Putin di Unione Euro Asiatica, poi invece rimasto orfano di Kiev – alla sua sfera di influenza. Di qui la reazione politica e militare che ha portato alla secessione della Crimea, annessa poi alla Federazione Russa, e alla guerra nel Donbass, dove separatisti filo-russi armati da Mosca combattono le truppe governative. Gli Stati Uniti hanno approfittato della situazione, oltre che per incassare l’avvicinamento di Kiev, per imporre sanzioni economiche alla Russia che – secondo i piani della Casa Bianca – avrebbero dovuto minare alla base quel che restava della stabilità russa. Questa situazione di vantaggio per Washington è stata tuttavia compromessa, nell’arco dell’anno successivo, dal fallimento della politica mediorientale americana.

Quello che succederà dipenderà dalle elezioni americane, altro terreno delicato a seguito delle accuse mosse al Cremlino di usare hacker per indebolire Hillary Clinton: se vincesse Trump, i rapporti con Mosca potrebbero distendersi

Approfittando delle contraddizioni occidentali in Medio Oriente – dove siamo in guerra con lo Stato Islamico, ma siamo nemici dei suoi nemici e alleati dei Paesi che per anni lo hanno, più o meno indirettamente, supportato -, Mosca è intervenuta in Siria nel settembre 2015 salvando il proprio alleato Assad dalla sconfitta. Non solo. Ha portato nel Paese armamenti avanzati – e altri ne starebbe portando proprio in queste ore – che gli danno la supremazia sui cieli, ha installato nuove basi militari e si è, in generale, presentato come un interlocutore indispensabile per tutti gli attori regionali: Israele, Giordania, Iraq (alleato dell’Iran), Iran (alleato della Russia), Egitto e Turchia.

Con quest’ultima Putin è riuscito, per ora, in un piccolo capolavoro diplomatico. Dopo essersi scontrato duramente con Erdogan proprio sulla guerra in Siria (dove Ankara sosteneva i ribelli e Mosca il regime), specie dopo l’abbattimento di un cacciabombardiere russo da parte dell’aviazione turca, Putin ha approfittato della crisi tra Occidente e presidente turco – esasperatasi dopo il fallito golpe di luglio – per fare un’inversione di 180 gradi e presentarsi come suo interlocutore privilegiato, eliminando le sanzioni precedentemente imposte alla Turchia. Le recenti operazioni militari turche in territorio siriano (l’operazione Scudo dell’Eufrate, per cui era imprescindibile l’assenso russo) testimoniano che i due Paesi hanno ripreso a fare accordi. Nella prospettiva della partita energetica – il maggior strumento di pressione non militare nelle mani del Cremlino – questa cooperazione è inquietante per gli Usa: se il gasdotto russo Turkish Stream dovesse effettivamente vedere la luce potrebbe consentire finalmente a Mosca di tagliare fuori i Paesi est europei a lei ostili (neo-membri Nato), che hanno invece finora mantenuto un forte potere di interdizione, e raggiungere il mercato energetico dell’Europa centrale.

Oltre al Medio Oriente, in questi ultimi due anni, sono stati terreni di scontro – fortunatamente solo diplomatico – anche l’Est Europa e le Repubbliche Baltiche, rafforzati militarmente dalla Nato dopo la crisi ucraina, e i Paesi Scandinavi, con Svezia e Finlandia tentati dall’abbandonare la storica neutralità per entrare nell’Alleanza ma intimoriti dalle minacce di ritorsioni di Mosca. Così si è arrivati all’ultima fiammata di questo scontro, con gli Usa che cercano di districarsi nel ginepraio mediorientale e la Russia che sancisce la fine della cooperazione – nei fatti interrotta da mesi, secondo gli esperti – sulla distruzione delle armi al plutonio. Quello che succederà dipenderà ovviamente dall’esito delle imminenti elezioni americane, un altro terreno di scontro con Putin questo, a causa delle accuse mosse dagli Usa al Cremlino di usare hacker per influenzare la campagna elettorale presidenziale, indebolendo la Clinton. Se dovesse vincere Trump, stando almeno a certe sue dichiarazioni di stampo isolazionista, i rapporti russo-americani tornerebbero probabilmente a distendersi. Per gli Alleati, invece, significherebbe trovarsi sotto un ombrello – quello Nato – oramai sbrindellato in piena tempesta.

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