L’ambiguità di Renzi: ieri la sua fortuna, oggi la sua rovina

Attaccato dal Financial Times e dai populisti di casa nostra, il Premier oggi è in una terra di nessuno, vittima del suo voler essere tutto e il contrario di tutto. Una strategia che sinora ha funzionato, ma che oggi sta diventando la sua croce

Renzi

Elaborazione di una foto di Paolo Bruno/Getty Images

5 Ottobre Ott 2016 1120 05 ottobre 2016 5 Ottobre 2016 - 11:20

Non gliene va bene una, povero Matteo. Solo nella giornata di ieri, l’Ocse, il Fondo Monetario Internazionale e l’Ufficio di Bilancio della Camera hanno smentito le prospettive di crescita del Pil del 2017 all’1% e della diminuzione del rapporto debito/Pil per il medesimo anno, cosa che diminuisce le probabilità che dall’Europa arrivi la tanto agognata flessibilità. Non bastasse, nel pomeriggio, un’indiscrezione di Bloomberg preludeva a un rallentamento del Quantitative Easing - il piano di acquisiti di titoli di stato della Banca Centrale Europea - per marzo 2017 - ipotesi subito smentita dalla Bce, che però ha fatto immediatamente schizzare lo spread di sette punti base. Contemporaneamente, è arrivata un’inattesa mazzata dal Financial Times che si è apertamente augurato che Renzi perda il referendum del 4 dicembre in un editoriale firmato da Tony Barber, lo stesso che il 1 gennaio 2015 affermava che Renzi era l’ultima speranza per l’Italia, con tanto di “in bocca al lupo” finale.

Chi in tutto questo vuole comunque vedere il bicchiere mezzo pieno, potrebbe brindare a questa inattesa ostilità delle élite internazionali, che ogni volta che hanno attaccato qualcuno hanno fatto la sua fortuna. Anche in questo caso, però, per Renzi butta male. Perché in patria il campo dei populisti, dei sovranisti, dei nemici dell’Europa matrigna e di tutte le tecnocrazie e le cupole finanziarie sono il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord, in prima fila per il No al referendum. E che hanno ancora gioco facile, nonostante tutto, a dipingere il premier come il sottoprodotto delle predette élite che oggi lo prendono a mazzate.

È una solitudine, quella di Matteo Renzi, che di splendido ha poco o nulla. Della quale tuttavia il premier può incolpare solamente se stesso e la sua ambiguità politica

È una solitudine, quella di Matteo Renzi, che di splendido ha poco o nulla. Della quale tuttavia il premier può incolpare solamente se stesso e la sua ambiguità politica. Il suo essere contemporaneamente europeista, ma anche “contro questa Europa”, dallo spirito di Ventotene alla fronda di Bratislava. Il suo essere leader del principale partito di centro-sinistra, ma anche alfiere di molti cavalli di battaglia berlusconiani, buon ultimo il ponte sullo Stretto. Il suo essere politico di professione, ma anche un discreto populista, come dimostrano i primi slogan della campagna referendaria. Il suo essere icona del giovanilismo nelle istituzioni, ma generoso coi pensionati.

Sia chiaro, la strategia di essere tutto e il contrario di tutto aveva una sua logica - anche in relazione al caos politico dopo il terremoto delle elezioni del 2013 - e fino a qualche mese fa aveva pagato. In Parlamento, è riuscito abilmente a giocare ai due forni con il centrodestra e la minoranza del Partito Democratico, usandole alternativamente l’una contro l’altra. E ha balcanizzato le opposizioni, rafforzandone le ali più estreme e asciugando i pozzi di una possibile alternativa di governo.

Risultato? oggi Berlusconi e D’Alema sono assieme sul fronte del No. I Cinque Stelle sono riusciti a conquistare Roma e Torino, smentendo la pregiudiziale di chi credeva non sarebbero potuti mai essere una credibile alternativa di governo agli occhi degli elettori. E le élite internazionali, quelle secondo cui non c’era alternativa all’ex sindaco di Firenze, oggi si augurano apertamente la sua sconfitta, nonostante il rebus banche e i rischi sistemici che una nuova fase di instabilità dell’Italia potrebbe generare.

Non è ancora finita, sia chiaro. Due mesi, per uno come Renzi, sono più che sufficienti a cambiare l’inerzia. Ma per farlo, Renzi dovrà scegliere definitamente chi essere, e giocarsi il tutto per tutto su quello. Essere Zelig può aver pagato, a suo tempo. Ora non più.

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