Il d'Annunzio segreto: a teatro la vita del poeta più controverso del '900

Amori, intrighi, poesia e fascismo: Edoardo Sylos Labini porta a teatro gli ultimi anni di vita di Gabriele d'Annunzio facendone emergere i lati più oscuri

Edoardo Sylos Labini
6 Ottobre Ott 2016 1633 06 ottobre 2016 6 Ottobre 2016 - 16:33

Il “D’Annunzio Segreto”, l’ultimo spettacolo di Edoardo Sylos Labini, è una commedia dolce amara, divertente, ironica, nello stesso tempo tragica, che descrive il vate fuori dall’agiografia consueta con cui ce lo ha consegnato la storia e lontano dalle mistificazioni della scuola.

Nella prigione dorata del Vittoriale, il poeta ormai vecchio ripensa la sua vita in un serrato confronto con Eleonora Duse che compare in forma di spirito, l’unica donna che egli abbia amato, l’unica donna che lo ha abbandonato. Questa sorta di catarsi costringe d’Annunzio a mettere in dubbio i temi salienti della propria esistenza: l’eroismo, l’erotismo, il superomismo.

Lo spettacolo che debutta al Teatro Quirino di Roma il prossimo 11 ottobre, e sarà poi in tournée nazionale da febbraio 2017, è firmato da Angelo Crespi, già autore di Nerone. Duemila anni di calunnie e de La Grande Guerra di Mario sempre interpretate e dirette da Sylos Labini, a cui abbiamo chiesto di raccontarci le novità del testo.

Crespi, come è nata l’idea di raccontare gli ultimi anni di vita di d’Annunzio?
Ho amato fin da adolescente d’Annunzio, scoprendolo attraverso le pagine di Piero Chiara che è uno scrittore agli antipodi della retorica dannunziana. La lettura del “Libro Segreto” che Gabriele scrisse nel 1935, pochi anni prima di morire, è stata però la chiave di volta. In questo testo il vate dice testualmente che egli “prova orrore di sé stesso, di quel che è stato”; è così nata l’idea di raccontare un d’Annunzio inedito, lontano dal poeta magniloquente che tutti conosciamo. Un d’Annunzio intimo, quasi sconfitto, che riflette su sé stesso e sulla vita trascorsa, sulle proprie gesta lontane, sulle donne amate

E come è d’Annunzio da vecchio? Davvero diverso da come siamo soliti ricordarlo…
D’Annunzio vecchio è un personaggio talora comico, ma nella sua essenza tragico. Ed è questo che mi ha colpito nella fase di stesura della commedia. Approfondendo la sua opera, e soprattutto la sua biografia il cui materiale è sterminato, visto che d’Annunzio scriveva ogni giorno centinaia di foglietti che sono tutti catalogati e poi pubblicati in varie forme, quasi dei primordiali sms, mi sono accorto che sotto l’apparente determinazione di voler essere un eroe fuori da ogni canone, si nascondeva un uomo pieno di contraddizioni, e un carattere ricco di sfaccettature, ancora più geniale di quanto già geniale e immaginifico egli ci appare nel consueto quadretto, talvolta banale, che la storia della letteratura e la scuola ci restituiscono del poeta eroe, fascista, vate, legionario, donnaiolo, pubblicitario...

Dunque il poeta vive gli ultimi anni di vita con estrema lucidità e consapevolezza…
D’Annunzio è in pubblico un personaggio tutto d’un pezzo, statuario, ma in privato è capace di un’autoironia così tagliente che è lui stesso a smontare il monumento che si è costruito. Così nelle lettere che scrive soprattutto a Luisa Baccara, la sua ultima amante, si lamenta della vecchiezza, dei problemi di salute, della “cacarella”, delle defaillance erotiche, si schernisce dicendo di esser ormai più tappezziere che poeta, così preso dal costruire e abbellire il Vittoriale

Il Vittoriale è oggi il simbolo del vate, il poeta impiegò diversi anni per edificarlo investendovi tutte le sue energie, fu l’ultima grande impresa?
Il Vittoriale è il suo eccentrico monumento e il suo sarcofago, ma tutto sommato è stato anche una prigione e una clausura che dietro i pesanti tendaggi e l’allure vitalistica nascondeva le ansie di un salotto piccolo borghese. Così lo descrivo: gli intrighi e le liti tra le due donne di casa – la Baccara, amante delusa, e la Mazoyer, governante e badante servizievole – sono tipiche di una qualsiasi relazione familiare, al di là del contesto affettato di ninnoli e bijoux e buddha d’oro

Ricontestualizzata la sua appartenenza al fascismo, che pure ci fu seppur controversa, d'Annunzio si salva in quanto straordinario poeta, capace di cantare per l'ultima volta in toni epici e lirici, prima che la peosia ricadesse su se stessa con l'ermetismo

Un salotto borghese degno di essere soggetto di un’opera teatrale…
C’è spazio per l’ironia tipica della commedia: d’Annunzio è un teatrante, il capocomico di una compagnia che si muove sul palco del Vittoriale. E anche la Duse che ha il ruolo di “deux ex machina” alla fine è manovrata dal poeta come fosse uno specchio in cui egli stesso si riflette

Edoardo Sylos Labini, interpreterà il vate settantenne, quale atteggiamento deve fare proprio?
D’Annunzio vecchio – come dicevo - è un personaggio tragicomico. Un ottimo carattere per una grande prova d’attore come quella che attende Edoardo Sylos Labini. Un vecchio che vuole essere giovane, annoiato ma anche preso da una residuale frenesia, pieno di tic e vezzi, patetico per certi versi, ma cosciente del suo essere e autoironico, e dunque per nulla ridicolo, semmai tragico

Cosa si salva dunque di d’Annunzio?
Secondo me, a distanza ormai di un secolo e oltre, analizzato fuori dai vecchi schemi politici, ricontestualizzata la sua appartenenza al Fascismo, che pure ci fu seppur controversa, che fu utilitaristica, d’Annunzio si salva in quanto grande, straordinario poeta, capace di cantare per l’ultima volta in toni epici e lirici, prima che il Novecento costringesse la poesia a ricadere su sé stessa con l’ermetismo. Tra l’altro, contrariamente a quanto insegnano, D’Annunzio non abbraccia il superomismo fino in fondo, anzi è contrario a Nietzsche, mentre parteggia consapevolmente per il decadentismo, proclamandosi sodale di Wagner

Eppure la sua poesia, contrariamente a quello che sostengono i critici avversi, non è solo parola vuota, retorica, ricerca del bell’effetto a tutti i costi, estetismo fine a sé stesso. D’Annunzio spinge ai massimi vertici la poesia italiana, soprattutto dal punto di vista linguistico e degli artifici, per rendere in modo definitivo il mondo che gli sta accanto. E ci riesce: quando alla fine dello spettacolo Edoardo Sylos Labini nelle vesti del Vate declamerà l’Onda, che è una lirica apparentemente solo descrittiva, ci accorgeremo che proprio le parole del poeta sono in grado di restituirci per sempre l’immagine e il suono di un’onda cha giunge sulla riva, onda che senza l’intervento della poesia resterebbe muta.

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