La Merkel pensa in grande: è ora che diventi Presidente dell’Europa

Prende posizione contro le liste di proscrizione degli stranieri nel Regno Unito, apre una missione per lo sviluppo dell’Africa: ormai la Germania le sta stretta. Ma solo anteponendo Bruxelles a Berlino potrà salvare l’Unione. A costo di abbandonare la Cancelleria

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7 Ottobre Ott 2016 1000 07 ottobre 2016 7 Ottobre 2016 - 10:00

Non sappiamo se passerà alla Storia l’intervento di Angela Merkel all’assemblea degli industriali tedeschi dello scorso 6 ottobre, ma è una di quei discorsi - rari, per quello che è lo stile della Cancelliera - in cui emerge piuttosto chiaramente una strategia, una visione: «Se non diciamo che il pieno accesso al mercato unico europeo è legato alla libertà di circolazione, allora scateniamo in tutta Europa un movimento in cui ognuno farà solo ciò che vorrà», ha detto a proposito della Brexit e della proposta Rudd-May di schedare gli stranieri che lavorano nel Regno Unito.

Una mossa, questa, che ha ben poco di pragmatico. Le isole di Sua Maestà infatti offrono il più grande contributo al surplus commerciale tedesco e dire agli industriali di seguirla sulla strada di un negoziato duro, che potrebbe costare un bel po’ di soldi alle imprese e un po’ di Pil alla Germania - ricevendo in cambio applausi scroscianti - non è banale. Soprattutto perché antepone i principi su cui si fonda l’Unione Europea agli interessi del proprio Paese, a pochi mesi dalle elezioni.

Non è la prima volta che lo fa. Accadde lo stesso quando ruppe il muro di indifferenza europea verso la tragedia dei profughi siriani, aprendo loro i confini della Germania. Fu criticata, allora, per il cinismo con cui - dicevano - si portava a casa manodopera qualificata a basso costo. E oggi, per il presunto fallimento della sua politica delle porte aperte, ogniqualvolta la Cdu perde voti in un’elezione locale o che in qualche città dell’est si rivedono croci uncinate e saluti a braccio teso. Lei tira dritto. Si porta a casa gli apprezzamenti internazionali, come l'incoronazione a persona dell'anno 2015 di Time e la confessione di Hillary Clinton, che l'ha indicata come il suo leader politico mondiale preferito. E non c’è tedesco che non dà per scontata la sua candidatura alla quarta cancelleria e la sua vittoria. A meno che, ovviamente, non sia lei a volersi tirare indietro.

Ascoltandola, al contrario, si ha la sensazione che voglia andare avanti. Nello stesso discorso agli industriali tedeschi ha detto, tra le altre cose, anche che la Germania deve sviluppare un rapporto duraturo con l’Africa che «ci impegnerà per molti anni e decenni», perché «con il colonialismo abbiamo molto contribuito alle difficoltà odierne di alcuni Paesi africani (…) seguendo le riserve di materie prime e non la convivenza dei popoli» e per questo «abbiamo una responsabilità non soltanto per i classici aiuti allo sviluppo ma anche per possibili sviluppi dell'economia». Concludendo, ha spronato gli industriali tedeschi a investire in Africa, perché «solo investimenti privati possono assicurare nel lungo periodo benessere e introiti fiscali». Sono discorsi che ci si aspetterebbe più da un presidente americano che da una cancelliera tedesca. E che danno il segno di come la Merkel ormai proietti la sua visione politica e le sue ambizioni in uno spazio che travalica i confini tedeschi. Dice Germania, ma è come se dicesse Europa.

Lo faccia, allora. Conquisti per la quarta volta la cancelleria, nel 2017, se vuole. E poi rompa gli indugi: si scelga un erede, si dimetta l’anno successivo, in occasione delle elezioni europee e si faccia candidare dal Ppe come presidente della Commissione Europea. La sua agenda politica avrebbe finalmente il respiro che merita. E le istituzioni comunitarie, finalmente, un vero leader

Lo faccia, allora. Conquisti per la quarta volta la cancelleria, nel 2017, se vuole. E poi rompa gli indugi: si scelga un erede, si dimetta l’anno successivo, in occasione delle elezioni europee e si faccia candidare dal Ppe come presidente della Commissione Europea. La sua agenda politica avrebbe finalmente il respiro che merita. E le istituzioni comunitarie, finalmente, un vero leader - la migliore che abbiamo - e non un passacarte a fine carriere, senza alcun potere né legittimità.

Il Paese più forte che manda a Bruxelles il suo campione politico sarebbe già da solo un segnale di rilancio fortissimo dell’Unione Europea, del suo peso politico nel mondo, della sua ambizione di andare oltre al mostro incompiuto che è oggi. Perché imporrebbe anche agli altri - a LePen, a Orban, allo stesso Renzi - di presidiare il medesimo campo da gioco. Con le spalle coperte da Berlino, una Commissione a guida Merkel potrebbe davvero usare tutti i poteri che il Trattato di Lisbona le assegna, rilanciando proprio quel metodo comunitario, di cui Merkel è stata in questi anni prima critica e demolitrice.

Non crediamo lo farà mai, memore della lezione dei suoi predecessori e della riluttanza tedesca - quasi un’autocensura dopo i disastri del nazismo - a prendere in mano le redini del Vecchio Continente. E che proverà fino all’ultimo a cambiare le cose usando il suo soft power da Berlino, lasciando Bruxelles alle seconde linee. Ma le sue parole tradiscono urgenza. E se gli eventi continuassero a far scivolare la bandiera a dodici stelle lungo il piano inclinato della sua inevitabile implosione non potrebbe fare altro che offrirsi allo scontro finale con gli euroscettici, di cui è spauracchio e nemico giurato, per cambiare l’inerzia della partita.

È una lezione che vale per tutti, soprattutto per lei: solo anteponendo formalmente e sostanzialmente l’Unione agli Stati si può cambiare verso all’Europa. E solo se lo fa la Germania anche gli altri finiranno per seguire. Come si dice all in, in tedesco?

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