L’intervista

«Le regole per lavorare felici? Seguite il talento, non la passione. E non sacrificate la libertà per il successo»

La bussola per avere successo sul luogo di lavoro secondo Paolo Gallo, capo delle risorse umane del World Economic Forum: «I giovani scappano? Io un’esperienza all'estero la renderei obbligatoria»

Operai Felici

Carl Court/Getty Images

8 Ottobre Ott 2016 0900 08 ottobre 2016 8 Ottobre 2016 - 09:00
Messe Frankfurt

«Mio padre, a tavola, dopo il mio primo giorno di scuola non mi ha chiesto quel che avevo fatto, ma se amavo quel che stavo facendo. Quella domanda, apparentemente banale, è diventata la bussola della mia vita. Per venticinque anni l’ho usata per orientare la vita degli altri. Ora mi piacerebbe imparassero a usarla». Paolo Gallo ha cinquantatre anni ed è il responsabile delle risorse umane del World Economic Forum - quello di Davos, per intenderci - e prima ancora faceva lo stesso lavoro alla Banca Mondiale. Dire che è un’autorità in materia in tema di colloqui di lavoro e di selezione del personale è quasi limitativo. Ma non è per questo che ha scritto “La bussola del successo” - edito da Rizzoli, sottotitolo: le regole per essere vincenti restando liberi. A spingerlo, dice, sono state due domande che erano diventate ossessioni: « «Da una posizione come la mia vedi passare tanta gente, li assumi, gli dai una posizione in azienda, li segui come dei figli - spiega -. Il problema è che tanti, troppi falliscono. E allora ti chiedi perché. E, soprattutto, che cosa significhi, in fondo, avere successo in un’organizzazione, sul lavoro».

Partiamo dalla prima domanda, Gallo, perché falliscono? Non sarà mica colpa sua che li ha assunti?
Un po’ sì, in fondo. La cosa buffa dei processi di selezioni, soprattutto nelle grandi realtà americane, è che sono lunghi, sofisticati, analitici. Ma alla fine offrono i medesimi risultati di un processo di selezione superficiale, basato sull’istinto o sull’empatia.

Come mai?
Io la vedo così: in America falliscono il 65% dei matrimoni. Ma tutti o quasi, il giorno delle nozze, pensano di essere tra quelli che dureranno tutta la vita. Sul lavoro è uguale.

Conta quanto ami davvero il tuo lavoro?
Un po’ sì. Se non ami quello che fai, ad esempio, ma lo stipendio o la stabilità, o la job description, o il prestigio che ti offre sei destinato al fallimento. Esattamente come se ti sposi qualcuno che non ti piace. Ma non è solo amore e passione, sul lavoro. Anzi…

Anzi?
Per me il talento conta molto più della passione. Io ho una grande passione per il tennis, ma nessun talento. Mia moglie ha un talento per le lingue, ne parla sei. Ma prima di riconoscere il proprio talento ci ha messo anni. La passione offusca il talento. E il talento offusca la passione.

Perché conta di più il talento della passione?
Perché la passione è soggettiva, il talento è oggettivo. Basta guardare X Factor per capirlo. È quando ti confronti con gli altri che capisci che la tua passione non è necessariamente il tuo talento. Certo, bisogna sempre credere ai sogni, ma bisogna anche saperli validare in maniera oggettiva, con persone serie e competenti in grado di dirti la verità. Quando capisci che la tua passione non sarà la tua professione, hai gia fatto un passo avanti.

«Per me il talento conta molto più della passione. Io ho una grande passione per il tennis, ma nessun talento. Mia moglie ha un talento per le lingue, ne parla sei. Ma prima di riconoscere il proprio talento ci ha messo anni. La passione offusca il talento».

E come si capisce in cosa si ha talento, se nessuno te lo dice?
Te ne accorgi dall’energia con cui fai determinate cose. Se hai talento, trovi energia e tempo per coltivarlo, anche quando sembra non essercene. Flavia Pennetta aveva 35 anni quando ha vinto gli Us Open. L’ultimo punto è stato un longilinea bellissimo. Dopo la partita il giornalista le ha detto che quel colpo era stato un colpo di fortuna Lei si è arrabbiata: gli ha risposto che era vent’anni che lavorava su quel colpo. Non era la sua passione e basta. Era qualcosa di più.

Il talento è per pochi, però…
Non è vero. Non voglio fare retorica spicciola, ma lo dico dopo venticinque anni passati a selezionare persone: io sono convinto che tutti abbiano un talento. Il problema è che i talenti sono tesori nascosti e molto spesso c’è chi non se ne accorge per una vita intera.

Come mai?
Per mille motivi. Perché hai una famiglia o un partner che li soffoca, ad esempio. Molto più spesso, però, è la paura di uscire dalla confort zone che soffoca il talento. E poi ci sono i fallimenti di mercato.

Cosa intendi?
Che c’è chi riesce a convincere il mondo di avere un talento che non ha e lo vende al doppio del prezzo che vale. E chi trova gente che non lo riconosce nemmeno quando ce l’ha davanti.

I Beatles erano stati scartati dalla Decca…
Esatto. Ma non è solo quello.

Cioè?
Faccio un esempio: assumo una persona al World Economic Forum e la metto nel media team, a gestire i social network, perché mi serve quello. E finché mi serve può anche pure dimostrarmi un talento incredibile nel fare altro, ma all’organizzazione quella persona serve lì. E lì rimane.

Se ne deve andare da sola?
Se capisce che il suo talento lo porta altrove, sì. Io non sono uno di quelli che dice che dopo uno, due o tre anni devi cambiare lavoro. Non esistono regole. Certo, se stai lavorando col pilota automatico, stai perdendo un ottima opportunità per crescere. Se pensi che stando nella posizione in cui sei e il tuo stipendio arriva, ti stai fregando con le tue mani. Le organizzazioni ti organizzano come credono loro. La responsabilità di cambiare il proprio stato di cose appartiene all’individuo. Il mio libro non è per le organizzazioni, infatti. È per le persone. Se non fai un lavoro che ti piace la colpa è solo tua.

L’ultimo rapporto Migrantes racconta che un sacco di giovani italiani se ne stanno andando dall’Italia proprio per questo motivo…
Io ho 53 anni e ho deciso di andarmene dall’Italia nel 1992 quando la mafia uccise Falcone e Borsellino e Berlusconi stava per scendere in campo. Ho pensato che l’Italia era fottuta, me ne sono andato per disperazione. In Italia avevo ricevuto nove offerte di lavoro, dopo la Bocconi. Oggi, forse, ne avrei una a 1200 euro.

Quindi fanno bene…
Non necessariamente. Matteo Achilli, quello che i giornali chiamano il Mark Zuckerberg italiano, ha fondato Egomnia, un’azienda meravigliosa, quando aveva 19 anni. In Italia c’è ancora l’opportunità per coltivare il proprio talento, per chi ha la forza mentale e l’ambizione per farlo. Detto questo, un’esperienza all’estero io la renderei obbligatoria. Perché distruggi i modelli mentali che hai in testa. È come giocare in trasferta. È molto più dura, ma quando vinci è meraviglioso.

«Un’esperienza all’estero io la renderei obbligatoria. Perché distruggi i modelli mentali che hai in testa. È come giocare in trasferta. È molto più dura, ma quando vinci è meraviglioso»

Sono meglio contesti lavorativi sfidanti di quelli accoglienti, quindi?
Dipende dai tuoi valori. Io ho lavorato a Citibank a Milano e in World Bank a Washington. A Citibank c’era gente molto aggressiva e meritocratica, una grande mole di lavoro, possibilità di crescita velocissime e una competizione enorme. Ma era anche un’azienda che dal giorno alla notte poteva mandare via metà della forza lavoro senza battere ciglio, in cui i tuoi colleghi sono i tuoi concorrenti. In World Bank non si può nemmeno parlare di soldi: zero bonus, età media di vent’anni più alta, gente che sta lì vent’anni, in media. Più in generale è una realtà in cui la cooperazione vale molto più della competizione. Devi capire che tipo di organizzazione ti fa bene. Se sei molto competitiva, in World Bank ti trovi malissimo. Se sei una persona che preferisce la missione dell’organizzazione della crescita professionale individuale, viva World Bank. In casa o all’estero, è sempre meglio assecondare i propri valori che sfidare i propri limiti.

Ne è sicuro?
Tu stai con una donna che condivide i tuoi valori, immagino. Anche sul lavoro dev’essere la stessa cosa. Nel mio libro mi chiedo come puoi arrivare a capire i valori dell’organizzazione. E rispondo: guarda i top manager. Domandati come sono arrivati lì. Perché sono bravi, competenti, integri, con meriti, o perché sono raccomandati? In base a questo, tu capisci se sei fatto per quell’organizzazione o no. In Sicilia, ho letto di recente, che ci sono 3mila regionali su 15mila che hanno permessi sindacali. Se ti offrono un lavoro a Regione Sicilia, come dirigente, sai in che organizzazione vai a finire. Al Cern, hanno messo a capo Fabiola Giannotti che è la migliore al mondo nel suo campo.

Ma così i peggiori selezionano i peggiori. Non esiste speranza di miglioramento, per le organizzazioni che non funzionano. Sta dicendo, in pratica, che Diego Piacentini di Amazon avrebbe fatto bene a restarsene lì, invece che accettare la missione di digitalizzare la pubblica amministrazione italiana…
Dal punto di vista dell’organizzazione è un bene che ci sia gente che prova a cambiare i contesti che non funzionano. Ma io guardo agli individui. A un giovane consiglierei tutta la vita di evitare di fare Don Chisciotte con i mulini a vento.

Nel libro consiglia anche di evitare i patti col diavolo, sul posto di lavoro. Cosa intende?
Intendo dire che non va mai sacrificata la libertà per il successo.

Cosa intende?
Premessa: in Italia l’idea di libertà è un po’ strana: io faccio quel che voglio, quando voglio. Questa però non è libertà, è anarchia.

E cos’è la libertà?
È fare le scelte etiche che ti permettono di non essere ricattabile. Pensa alle raccomandazioni. Se entro in un’organizzazione senza alle qualifiche, divento prigioniero del mio patto col diavolo. Perché ho abdicato alla mia libertà e alla mia etica. Attenzione, non succede solo ai primi ministri o al Ceo di essere corrotti. Quest’anno al World Economic Forum non abbiamo dato aumenti di stipendio. Un mese fa il mio capo mi ha detto che mi voleva dare un aumento, ma l’ho rifiutato. Come capo del personale avrei perso tutta la mia credibilità. La tentazione l’ho avuta, ma se avessi accettato sarebbe stato un disastro. Capire chi fa patti col diavolo è anche una chiave di lettura interessante per valutare chi si ha a fianco, nell’organizzazione.

Spieghi meglio…
Quando entri in un’organizzazione ci sono una serie di variabili per capire le persone. La prima: lavorano per se stesse o per l’organizzazione? La seconda: Conoscono la politica dell’organizzazione o no? Se metti le risposte in una matrice hai quattro tipologie di persone: i polli sono quelli che lavorano per se stessi ma sono anche degli sprovveduti. Non durano molto. Fanno errori da far spavento. Poi ci sono i cani: molto fedeli ma sprovveduti. Riescono a sopravvivere nell’organizzazione, ma non fanno mai carriera. La terza categoria è quella dei serpenti: hanno enorme intelligenza politica, ma seguono solo le loro ambizioni. Gente da evitare.

Quella giusta è la quarta categoria. Indovinato?
È quella degli elefanti: che lavorano per gli altri e che hanno contezza del posto in cui sono. Ogni volta che entri in un’organizzazione, devi capire chi sono i tuoi colleghi e avere dinamiche di relazione diverse. Aiutare i cani, evitare i serpenti e i polli, frequentare più possibile gli elefanti.

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