Trump nasce dall’Occidente impoverito, non sarà una battuta sessista a spazzarlo via

Chi si illude che uno scandalo di dieci anni fa possa mettere a sedere il candidato repubblicano alla Casa Bianca si illude. Perché non capisce quali sono le cause che hanno generato questa ondata di leader anti-sistema. A partire dal “grafico dell’elefante” di Milanovic

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9 Ottobre Ott 2016 0927 09 ottobre 2016 9 Ottobre 2016 - 09:27

Spiacenti, cari. Non saranno quattro frasi sessiste pronunciate undici anni fa a far secco Donald Trump. Può vincere o perdere, ed è più probabile perderà, a novembre, ma fossero bastate le gaffe, gli anatemi dei repubblicani, le battute fuori posto contro messicani, disabili, malati terminali, musulmani il tycoon newyorchese sarebbe stato rubricato in fretta a quel che in tempi normali avrebbe dovuto essere: un eccentrico miliardario che si è guadagnato il suo ultimo quarto d’ora di celebrità giocando al candidato matto.

Che non sarà così dovrebbe esservi chiaro. Se non lo fosse, ricordatevi che le due facce della vittoria del Brexit sono quelle di Boris Johnson e Nigel Farage e che in Italia il primo partito è guidato da un comico e ha eletto a sindaco di Roma una giovane dilettante della politica che ci ha messo tre mesi per formare la sua Giunta. E che ciò nonostante ha ancora un consenso molto ampio tra i romani.

Potete raccontarcele tutte. Che Trump è figlio di una molteplicità di circostanze pre-politiche, come il rigetto dei maschi bianchi per un presidente donna dopo un presidente nero. Che i sudditi di Sua Maestà abbiano votato per l’uscita dall’Europa perché ignoranti o creduloni. Che alla base del successo del Movimento Cinque Stelle vi siano semplicemente istanze di cambiamento di una classe politica delegittimata e generalmente ritenuta corrotta.

Può essere anche, ma sarebbe troppo facile, fosse così. Perché Trump sarebbe arrivato comunque anche se al posto di Hillary Clinton ci fosse stato un maschio bianco qualunque. Perché le bugie di Johnson e Farage erano state ampiamente smentite dai loro avversari durante la campagna elettorale, ma non hanno comunque cambiato il corso degli eventi, né in negativo né in positivo. Perché l’arrivo di Renzi - giovane, nuovo, outsider - non ha scalfito il consenso pentastellato.

Il motivo è in un grafico che sta girando molto in questi mesi. Lo chiamano “il grafico dell’elefante”, per la forma che disegna la linea, ed è frutto degli studi dell’economista serbo-americano Branko Milanovic, uno dei più importanti teorici delle disuguaglianze. Il grafico dell’elefante mostra sull’asse delle ascisse i percentili della distribuzione globale della ricchezza: a sinistra ci sono i poverissimi, a destra i ricchissimi. Sull’asse delle ordinate invece c’è l’incremento di ricchezza tra il 1998 e il 2008 per ciascuno di tali percentili.

In pochissime parole: le classi medie delle economie emergenti, quella cinese soprattutto, sono i vincitori del primo tempo della globalizzazione, insieme ai super ricchi. Le borghesie occidentali - quello che oggi noi chiamiamo ceto medio impoverito, e che abbraccia anche quelli che in America qualcuno definisce come working poor o white trash - sono l’unico grande perdente, o perlomeno il principale. Hanno perso posti di lavoro, prestigio, centralità, soldi da quando al commercio globale è stato tolto ogni freno. E con la crisi - dal 2008, in poi, quindi - le cose sono andate pure peggio.

L’elefante di Branko Milanovic

Ma non dice solo questo, l’elefantone di Milanovic. Dice anche questo declino è andato a discapito di chi ci ha “rubato” le fabbriche dove lavoravano, fino a meno di vent’anni fa, buona parte dei nostri attuali inoccupati. Che chi ha venduto all’Occidente l’idea che la globalizzazione fosse un pranzo di gala - i super ricchi, la grande finanza, le élite - ha smentito le sue previsioni per gli altri, ma non per se. Che tutta la ricchezza generata dalla globalizzazione non è redistribuita, poiché ha mille modi per sfuggire alla tassazione. E che la tecnologia e l’innovazione che avrebbero dovuto salvarci dall’apocalisse dell’Occidente, vi contribuiscono in realtà in modo decisivo, in quanto minacciano di distruggere - qui da noi, non altrove - altre decine di migliaia di posti di lavoro, a suon di robot e algoritmi.

Non è il caso di dividerci in fazioni, né di proclamarsi genericamente pro o contro la globalizzazione, un processo probabilmente inevitabile e comunque, allo stato attuale, difficilmente eliminabile. E non vale nemmeno la pena di chiedersi se gente come Trump, Farage, Grillo, Orban, Le Pen riuscirà a ridare al ceto medio occidentale quel che ha perso in vent’anni. Del resto, nessuno di loro emerge come colui che porta in dono la soluzione al problema. Semmai sono un sottoprodotto della rabbia verso chi nemmeno si è reso conto che un problema c’era, si chiamava “impoverimento e disuguaglianza” ed è, ancora oggi, vissuto come una profonda ingiustizia che le élite occidentali, consapevoli o meno, hanno perpetrato ai danni dei loro stessi popoli.

Fino a che qualcuno non ci racconta come risolverlo, senza il velleitarismo di chi vuole correggere o peggio ancora governare la globalizzazione - che è come dire “dare ordine al caos” -, ma con il realismo e la lungimiranza di chi comprende come l’Occidente possa affrontare questo nuovo millennio senza subirlo, i Trump, i Farage, i Salvini, i Grillo, gli Orban, i LePen - fenomeni politici diversissimi tra loro, ma figli della medesima madre e soprattutto che attingono consensi tra le medesime classi sociali - spunteranno fuori come funghi, troveranno consensi ampissimi a cui attingere. Con buona pace di chi si aggrappa a una battuta sessista di dieci anni fa per convincersi che il brutto sogno stia per finire.

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