Bersani e gli altri della sinistra Pd, la stanca riscossa dei vecchi gattopardi

La sinistra Pd è fatta da profili appassiti. Che protestano contro Renzi senza proporre alternative credibili, e hanno perso la fiducia degli elettori

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10 Ottobre Ott 2016 0829 10 ottobre 2016 10 Ottobre 2016 - 08:29

Preceduta da due tempestose interviste di Luigi Bersani e Roberto Speranza oggi si apre la direzione del Pd, cioè il luogo dove il premier Matteo Renzi dovrebbe cercare di ricucire lo strappo con l'opposizione interna offrendo concrete garanzie sulla riforma della riforma elettorale (e già questo è uno scioglilingua). Almeno in teoria. Perché, in pratica, se c'è un gancio a cui Renzi può appendere le residue speranze di vincere il referendum è proprio la sovrapposizione tra il No e le fotografie della sinistra Pd, i profili appassiti di chi negli ultimi due anni ha usato la parola No o Ni un po' su tutto – No/Ni al jobs act, No/Ni all'abolizione dell'Imu, No/Ni agli 80 euro e a molte altre cose – per contrattare un Forse e poi arrivare al Sì. Insomma, il fronte del mugugno e della contrattazione permanente col renzismo: è grazie a loro che il premier può sperare di far passare nell'immaginario collettivo lo schema propagandistico dello scontro titanico e finale tra la modernità e la conservazione, tra il nuovo e il vecchio. Non solo perché le loro facce sono anagraficamente antiche, ma soprattutto perché, da sempre, sono portatrici di un'idea tortuosa e compromissoria della politica che le persone non capiscono più.

Bersani si è infilato nel campo del bizantinismo fin dall'inizio della sua esperienza di leader nazionale, quando cassò il nome di Stefano Rodotà per la presidenza della Repubblica – proposto dai grillini ma molto amato anche dall'elettorato di sinistra – per promuovere Franco Marini, lasciarlo impallinare, poi indicare Romano Prodi col medesimo esito, e infine rifugiarsi nel bis di Giorgio Napolitano e successivamente nel governo di larghe intese con Silvio Berlusconi, tradendo quel “mai più con la destra” che era stato il suo slogan elettorale.
Fu in questo girovagare tra le archeologie della Prima e della Seconda Repubblica che l'allora capo del Pd cominciò a rompere ciò che oggi D'Alema chiama il “rapporto sentimentale” con l'elettorato della sinistra, e si giocò il primato nel partito: quelli, al termine del ventennio berlusconiano, si aspettavano segnali di assoluta discontinuità. Lui non seppe darglieli, per condizioni oggettive (i numeri) ma anche per timore di avventurarsi su strade nuove, dirette. E insomma: rivederlo lì, oggi, a indicare la via giusta per il futuro del Paese crea più dubbi che rassicurazioni nell'animo di quanti criticano la riforma renziana.

Bersani si è infilato nel campo del bizantinismo fin dall'inizio della sua esperienza di leader nazionale. L'area del No all'interno del Pd è ammalata di una sindrome del potere morbida, fondata sulle capacità manovriere, sull'esperienza del compromesso, sul dire/non dire. Insomma: evocare una questione ma evitare di affrontarla con posizioni nette e non smentibili, per poi risolverla in contrattazioni dietro le quinte

Pure sulla legge elettorale la galassia della sinistra interna ha i suoi peccati, e sono rilevanti, e troppo recenti perché l'elettorato progressista se ne sia dimenticato. L'area bersaniana la approvò all'unanimità un anno e mezzo fa, in una riunione di Direzione che i quotidiani titolarono: “Renzi rottama la minoranza Pd”. L'idea dei nemici di Matteo era di sfogliare il carciofo in seguito, depotenziandolo nelle Commissioni parlamentari e poi in aula, spostando nei corridoi del Palazzo lo scontro che non volevano sostenere alla luce del sole. Come è andata si sa: non combinarono un tubo e dovettero rassegnarsi a un Italicum imposto a colpi di fiducia e di sostituzione dei parlamentari riottosi. Se poi si volesse entrare nel merito, si scoprirebbe che su alcuni dei dettagli più impopolari della riforma – l'immunità ai futuri senatori e la nomina quirinalizia di 5 di essi – la sola seria opposizione arrivò da Vannino Chiti, gli altri si adeguarono ben volentieri, assai più preoccupati di estendere il numero degli eletti a preferenza che di qualsiasi altra cosa.

Fatto salvo Massimo D'Alema – che agisce con altri obiettivi e altre emozioni, e che nelle decisioni del passato recente ha avuto un peso quasi nullo – l'area del No all'interno del Pd difficilmente può vestire i panni di Lancillotto contro la riforma costituzionale e la sua “deriva autoritaria” perché quei panni non sono i suoi e perchè tutti, in Italia, la associano a un altro tipo di sindrome del potere, più morbida ma non meno pervasiva e assolutista, fondata sulle capacità manovriere, sull'esperienza del compromesso, sulla conciliazione in camera caritatis. È una sindrome che si esprime per metafore – la mucca in corridoio, lo smacchiare giaguari, l'asciugare gli scogli – che sono il modo ideale di dire e non dire, fare un passo avanti e uno indietro, insomma, evocare una questione ma evitare di affrontarla con posizioni nette e non smentibili, per poi risolverla in contrattazioni dietro le quinte. E la domanda che si pone l'elettore medio assistendo a questa rugginosa partita interna al Pd non riguarda i torti e le ragioni riguardo al referendum, ma cose assa più semplici: non è che facciamo fuori Cesare e ci ritroviamo Pompeo e Crasso? Non è che strilliamo contro l'Italicum e ci ritroviamo col proporzionale? Non è che votiamo No contro il nuovo gattopardismo del cambiar tutto per non cambiare niente, e ci condanniamo all'ennesimo giro di vecchi gattopardi?

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