Inflazione e crescita: Draghi sta comprando tempo, noi lo stiamo sprecando

Mario Draghi continua a ripeterlo senza che qualcosa si muova nel dibattito economico italiano: la finestra di opportunità creata da Qe e tassi bassi non sarà eterna e il 2018 può essere l’anno della svolta. Se ci arriviamo senza crescita e spending review pagheremo solo più interessi sul debito

Draghi Bundestag

Mario Draghi il 28 settembre 2016 al Parlamento Tedesco (Sean Gallup/Getty Images)

11 Ottobre Ott 2016 1130 11 ottobre 2016 11 Ottobre 2016 - 11:30
Messe Frankfurt

Per quanto possiamo continuare a ignorare i messaggi di Mario Draghi come se niente fosse? Lo scorso venerdì, a Washington, il presidente della Bce ha ripetuto quel che va dicendo da tempo: con il Quantitative Easing non sta comprando solo bond, ma tempo. Tempo che dovrebbe essere usato per accelerare sul piano delle riforme strutturali e delle misure di politica fiscale. Poi, per essere più chiaro, ha aggiunto che questo significa, per i Paesi che non hanno margini di bilancio per investire sulla produttività, cambiare la composizione del bilancio: meno spesa corrente, più spesa per investimenti pubblici, meno tasse su fattori come il lavoro. Ora, confrontiamo questo con il Def e le anticipazioni sulla legge di bilancio 2017. Di sicuro ci sono i sei miliardi per i pensionati, mentre il miliardo scarso per il piano Industria 4.0 siamo ancora agli impegni, se non agli auspici, anche dello stesso premier lunedì 10 all’assemblea di Assolombarda.

Perché accelerare proprio ora? Perché la “finestra di opportunità” data dal Qe e dai tassi a zero non sarà eterna, come ha ricordato lo stesso Draghi. In questo campo non ci sono automatismi. Negli Usa l’inflazione nel 2017 è prevista oltre il 2 per cento e l’attesa per dicembre di quest’anno è di un aumento dei tassi da parte della Fed. In Europa le prospettive di inflazione sono ancora basse e Draghi ha parlato di un raggiungimento dell’obiettivo di portarla vicino al 2% per la fine del 2018 o all’inizio del 2019. Il fatto, però, che una data sia stata posta, per la prima volta, è significativo. Potrebbe essere quello il momento in cui finirà la pacchia del Qe. Anche perché, altro fatto da non far finta di ignorare, nel frattempo stanno aumentando le pressioni politiche della Germania perché i tassi vengano alzati. Lo scorso 28 settembre, quando il presidente della Bce parlava al Bundestag, il parlamento tedesco, l’accusa è stata di danneggiare le banche tedesche - Deutsche Bank e soprattutto Commerzbank - con i tassi bassi. Gunther Krichbaum, il capo della Commissione Affari europei del Parlamento tedesco, ha aggiunto che i tassi a zero sono un «salvataggio occulto» per Paesi che non fanno riforme strutturali.

C’è poi un altro aspetto da non ignorare. Quando, prima o poi, si tornerà alla fine del Qe e a un eventuale aumento dei tassi, sarà perché ci saranno segni di ripresa robusti in Europa. Ma potrebbe anche succedere che l’Italia sia ancora fuori da tale crescita. D’altra parte anche oggi il tasso di inflazione in Italia è molto più basso della media europea e la crescita è pari alla metà della media. Come spiega Paolo Manasse, economista dell’Università di Bologna, un aumento dei tassi senza che in Italia ci fosse una ripresa «sarebbe lo scenario peggiore. Subiremmo solo le conseguenze di tassi nominali alti». Lo stesso discorso vale per il Quantitative Easing: toglierlo significherebbe attestare una crescita economica del continente. Ma assistere a un “tapering” senza essersi agganciati alla ripresa significherebbe semplicemente vedere risalire lo spread Btp/Bund alle stelle. Ripetiamo: non sarà questione di mesi, ma la fine del 2018 non è così lontana.

Un aumento dei tassi in Europa senza che in Italia ci fosse una ripresa sarebbe lo scenario peggiore. Subiremmo solo le conseguenze di tassi nominali alti senza averne i benefici

Quali sarebbero le conseguenze di un aumento dei tassi per un Paese debitore come l’Italia? Il professore spiega che gli effetti sono contraddittori e per dare una risposta bisogna considerare tre fattori: tassi nominali, inflazione e crescita del Pil. «All’aumentare dei tassi di interesse aumenta la spesa per interessi e questo per un debitore è negativo - sottolinea -. Però in termini reali bisogna vedere se questo effetto è compensato dall’aumento dei prezzi. L’inflazione è fonte di entrata per il debitore perché la maggiore inflazione riduce il valore reale del debito. Poi bisogna vedere la maggiore spesa per interessi è compensata o meno dalla domanda che aumenta e incide sul denominatore del rapporto debito/PIl. Ci sono effetti contrastanti. Bisogna vedere quanto sono aumentati i tassi nominali, quanto è aumentata la crescita e quindi quanto è cambiata la differenza tra tasso di interesse reali e tasso di crescita dell’economia che è il parametro chiave. Senza di questo è difficile dire cosa succede all’aumento del debito».

Tradotto: se non cresciamo e non avremo un’inflazione che dia benefici nel pagare meno il debito pubblico, ci troveremo solo a dover pagare più spese per interessi. Per questo, finché la “finestra di opportunità” è aperta, rinviare la spending review, che taglierebbe appunto la spesa corrente, e lasciare le briciole agli investimenti significa arrivare al momento della chiusura delle opportunità con gli stessi problemi di prima.

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