Anche i Nobel fanno a cazzotti. L’infanzia “violenta” di Dario Fo

L’intervista al Premio Nobel, deceduto il 13 ottobre 2016, che racconta episodi inediti della sua giovinezza sul Lago Maggiore: il padre capostazione, i figli degli operai che lo tormentavano. Un racconto d’infanzia tra boxe e scherma, raccolto in occasione dei suoi 90 anni

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13 Ottobre Ott 2016 0955 13 ottobre 2016 13 Ottobre 2016 - 09:55

Dario Fo è un attore, un drammaturgo e un regista; uno scrittore, un poeta e un intellettuale; un illustratore, un pittore e uno scenografo. Mancano giusto la scultura e la musica per completare il mazzo.
Eppure, nonostante l’eccezionalità del personaggio e la naturale soggezione che incute un Premio Nobel, entrare in casa di Dario Fo non dà la sensazione di entrare un tempio o in un luogo sacro. Sembra più di entrare in un laboratorio, nella bottega di un pittore.

Il parquet scricchiola sotto i passi dei ragazzi che lo aiutano e che si muovono dall’ampia sala colma di quadri allo studio, una stanza più stretta e allungata. Lì dentro, seduto dietro la scrivania piena di carte, libri, cataloghi — più un piatto di dolcetti e una tazza di tè — mi aspetta Dario Fo. La prima domanda la fa lui mentre ancora ci stiamo stringendo la mano. È una gentilezza: «Come stai?», mi chiede. Poi mi accomodo dall’altra parte della scrivania e appoggio il registratore tra noi. Lui mi guarda con gli occhi azzurri, ma sembra fissare un punto dietro di me. Non ci vede più bene da qualche anno, ma gli attori sanno sempre dove guardare.

«Ci sono cose che sono dentro la tua memoria che a un certo punto vengono fuori». Fo inizia a parlare con calma quando gli chiedo il perché della scelta di raccontare nel romanzo Razza di zingaro, edito da Chiarelettere, la storia del pugile Johann Trollmann, di nazionalità tedesca e di etnia sinti, che sfidò il Terzo Reich e che pagò con la vita il suo affronto. «Ci sono storie», continua Fo, «che ti costringono a prendere di petto un problema, perché è un problema tuo. È anche tuo, è stato tuo… forse è ancora tuo».

È in qualche luogo lì dentro, tra l’immaginazione e il ricordo, che comincia a raccontarmi: «Avevo meno di 10 anni, vivevo a Porto Valtravaglia, sul Lago Maggiore. Era un paese tranquillo come tanti altri, sperduto in riva al lago, sotto le montagne. Nominare il suo nome era pensare a due cose: alla pesca e al contrabbando. Per il resto non c’era nulla. Poi, a un certo punto un imprenditore decise di mettere in piedi una fabbrica per lavorare il vetro. Ma non solo per il vetro comune, anche per quello d’arte, per quello medico. Insomma, una cosa grossa. Il problema però era che lì sul lago Maggiore non c’era tradizione di soffiatori di vetro. Nessuno lo aveva mai fatto. Quindi di colpo si riversarono in paese centinaia di operai provenienti da dovunque. Si stabilirono in gran parte nell’entroterra, ma erano tanti e quasi raggiunsero le montagne. All’inizio non c’era spazio per alloggiarli tutti».

Da dove venivano?

Non dall’Italia, o almeno, soltanto in parte. Venivano da paesi di tutta Europa, addirittura dal Medioriente, il che creò una strana comunità, nella quale vivevano le persone più diverse, che si portavano dietro tutta la famiglia. Erano tanti, tantissimi. Perché i forni non si fermavano mai, e il lavoro era organizzato su turni, e i turni moltiplicavano il numero degli operai, sovrappopolando il paese che quasi esplose. Erano in centinaia i nuovi arrivati e, visto che il lavoro non era temporaneo, erano arrivati con le famiglie, portandosi dietro anche i figli. E io, che avevo poco meno di dieci anni, mi ritrovai a doverci fare i conti. Come succede tra i ragazzini, tra loro c’erano un sacco di bulli, sia del luogo che arrivati da fuori.

Questi appena mi vedono, lungo, magro e spampanato, mi menano come un materasso. E così fanno con mio fratello e con altri ragazzi. Non potevo fare nulla. Al massimo provare a scappare, ma questi erano veloci, ti correvano appresso, erano più grandi e veloci, e te le davano lo stesso.

E poi?

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