Lutto nella cultura

Dario Fo, il giullare che ha cambiato il Teatro, e la Letteratura

Il mistero buffo della cultura del 900. L'attore, scrittore, improvvisatore, ha mostrato la forza eversiva della cultura popolare, e ha fatto della vis polemica vis politica

Fo

(Getty Images/GABRIEL BOUYS)

13 Ottobre Ott 2016 0904 13 ottobre 2016 13 Ottobre 2016 - 09:04

TRATTO DA CINQUANTAMILA GIORNI - LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL’ARTI

• San Giano (Varese) 24 marzo 1926. Attore. Scrittore. Premio Nobel per la Letteratura 1997. «Ho recitato persino in Cina e negliStati Uniti. La cosa bellissima è però scoprire di essere l’unico autore vivente rappresentato ogni giorno in 400-500 teatri. Ciò vuol dire che sono stato tradotto in tutte le lingue esistenti».
Ultime • Il Telegraph lo ha messo al settimo posto nella classifica dei “geni viventi” (unico italiano, al primo posto il chimico Albert Hoffman, inventore dell’Lsd, e Tim Berners-Lee, ideatore del World Wide Web).
• Nel 2012, si è tenuta a Palazzo Reale di Milano la mostra Lazzi Sberleffi Dipinti, una raccolta di oltre 400 sue opere: «arazzi, maschere, pupazzi, burattini e uomini dipinti, dalle pitture dei primi anni ai collage, ai monumentali acrilici degli ultimi anni» (Aldo Grasso).
• Il 29 maggio 2013 scompare improvvisamenteFranca Rame: «È morta tra le mie braccia non basterebbero tre vite per raccontare la nostra storia». «Di voi si ricordano gli spettacoli, le grandi imprese letterarie, teatrali e politiche, ma poco il vostro grande amore. È vero che fu Franca a, diciamo così, iniziare? “Sì, io ero intimidito dalla sua bellezza e dunque casto. Allora un giorno lei mi prese dalle spalle, mi mise contro un muro e mi baciò. Lì iniziò tutto”» (ad Anna Bandettini) [la Repubblica 30/5/2013]. «Come vive la mancanza? “Io non immaginavo mai, quando si parlava – muoio prima io, muori prima tu, per cercare di far gli spiritosi, i distaccati – io non immaginavo questo”» (a Teresa Ciabatti) [Io Donna, 5/4/2014].
• Nel novembre 2013, denuncia che il Vaticano gli avrebbe negato l’Auditorium Conciliazione di Roma per la rappresentazione di un suo spettacolo tratto da un libro diFranca Rame. La Santa Sede ha smentito.
• Nel gennaio 2014, durante Le invasioni barbariche diDaria Bignardi (La7), ha duettato con il cantante Mika sulle note di Ho visto un re.
• Nell’aprile 2014 pubblica il suo primo romanzo, La figlia del Papa (Chiarelettere), biografia di Lucrezia Borgia, che ha anche illustrato: «Ho scritto scene in cui Lucrezia si ribella alla logica degli uomini al loro tagliare dritto verso l’interesse personale, e ho pensato molto a Franca» [Io Donna].
Vita «La favola inizia sul primo vagito, un mattino di marzo del 1926, mentre sulla ferrovia l’omnibus delle sei e mezza veniva fermato dall’autorevole drappo rosso agitato da Felice Fo, padre di Dario, capostazione di San Giano. “Così fu per decisione delle Ferrovie dello Stato, quindi di Dio, ai miei occhi di bambino il vero direttore generale delle Ffss, che organizzava i movimenti dei ferrovieri, dei treni e la nascita dei figli dei capistazione”. Tant’è che, poco dopo, Pa’ Fo vien spostato con la famiglia qualche stazione più in là, prima a Primo Tronzano, poi a Porto Valtravaglia, i “paesi delle meraviglie” dove Dario, come un giovane Gulliver, si muoverà alla scoperta del mondo. Dalla vicina Svizzera, fantasticata con le case di cioccolato e poi scoperta terra di anarchici e di spalloni, al mondo del lago, coi suoi ciarlatori e fabulatori capaci di incantare con storie tratte da cronache locali o da pettegolezzi da lavatoio e da loro trasformate in poemi epici. “Un vero master di Giullari: ho rubato a man bassa”, ammette. E anche il famoso gramelot, la lingua universale che non c’è ma che si fa capire ovunque, viene da lì: “Colpa dei maestri soffiatori, arrivati fin lì da mezza Europa. Ancora oggi sull’elenco del telefono di quei paesi si trovano tanti nomi ‘foresti’, francesi, tedeschi, polacchi, spagnoli... Un minestrone linguistico in continua ebollizione, un crogiolo di culture antidoto naturale contro ogni forma di razzismo, dove tutti lavoravano, tutti si rispettavano”. In quel mondo piccolo dai tratti internazionali, si usa dare i soprannomi. Dario, lungo lungo secco secco, è naturalmente “lo smilzo”. “Non potendo competere con i muscoli, mi facevo valere dipingendo e raccontando storie. Avevo successo. Quando facevo il pendolare con Milano per frequentare l’Accademia, il mio scompartimento era sempre affollato. Ci chiamavano il ‘Caravan dei ciuch’, la carovana degli ubriachi”. Qualche anno dopo ai tavolini del Giamaica, il mitico locale di Brera frequentato da artisti squattrinati, teneva banco ai suoi compagni di corso, da Morlotti a Peverelli ad Alik Cavaliere, imbastendo lì per lì irresistibili caricature dei grandi maestri. “Tra le satire più richieste quella di Carrà che costringeva la moglie a posare per una delle sue celebri marine ma nel ruolo di un cane; o quella di De Chirico che rifaceva a ritmi da catena di montaggio la stessa tela con piccole varianti secondo le richieste del mercante...”. E con Tadini, suo grande amico, organizza una beffa da manuale, facendo credere a critici e giornalisti che Picasso sarebbe venuto a Milano per inaugurare una mostra. “Al suo posto arrivò Otello, un bidello. Piccolo, pelato, la faccia identica al grande Pablo. Ci cascarono tutti”» (da un’intervista di Giuseppina Manin). «Mi pagavano i pranzi se raccontavo le mie storie e io le raccontavo appassionandomici al punto che talvolta nemmeno mangiavo. Storie classiche l’ Iliade, l’ Odissea, la Divina Commedia, la Bibbia raccontate rompendo gli schemi, viste dal basso, secondo l’insegnamento delle storie che avevo sentito nella mia infanzia. La fabulazione ce l’ho nel sangue. Mia mamma ne raccontava tante, al punto che anni dopo scrisse un libro anche lei, Il paese delle rane, tradotto anche all’estero. Poi c’erano i pescatori di Porto Valtravaglia sul Lago Maggiore: avevano bisogno di essere aiutati per pulire le reti, allora chiamavano noi ragazzi e per tenerci lì, sulle reti, ci riempivano la testa di storie. È a loro che devo la mia vita dopo».
• «Nel 1951 presentai alcune mie farse a Franco Parenti. Me le fece fare in radio. Da lì mi coinvolse in uno spettacolo con le mitiche sorelle Nava, che facevano il varietà, due di loro bellissime ma anche clown stupendi, non per niente venivano dal circo. Ho imparato molto da loro come attore».
• «“Popolo del miracolo, / miracolo economico / oh popolo magnifico / campion di libertà... / Su cantiam, su cantiam / evitiamo di pensar, / per non polemizzar / mettiamoci a cantar. / Facciam cantare gli orfani, / le vedove che piangono / e gli operai in sciopero / lasciamoli cantar...”. Fu usando questo allegro coro come sigla di Canzonissima che Dario Fo (non senzaFranca Rame) si fece conoscere nell’autunno del 1962 anche dagli italiani che guardavano solo la tv in bianco e nero e non andavano a teatro. Non gradirono però l’estro del poeta i censori della vecchia, e ormai beneamata, Rai di Ettore Bernabei. Dopo sette tribolatissime puntate, scandite da tagli e ritagli, Dario e Franca, spintonati e messi alle corde, lasciarono clamorosamente la trasmissione abbinata alla lotteria nazionale, provocando un putiferio che non è stato dimenticato. Che l’attore fosse un tipo insolito e irriverente si sapeva già allora (proprio per questo era stato scelto). Quello strano spilungone dai movimenti snodati si era imposto sul palco del Piccolo di Milano nel 1953 con uno spettacolo di rottura, il fulminante Dito nell’occhio, animato anche da Franco Parenti e Giustino Durano. Fino al 1968 la sua carriera, ancorché non conformista, si era svolta nel circuito tradizionale, con crescente successo, dalle prime farse (La marcolfa, Gli imbianchini non hanno ricordi) fino alle grandi commedie (Gli arcangeli non giocano a flipper, Isabella, tre caravelle e un cacciaballe...). La contestazione e la stagione delle stragi convincono il duo Fo-Rame a girare prima nelle Case del popolo con l’appoggio dell’Arci, e poi, dopo una fragorosa rottura col Pci, con strutture proprie. I testi del nuovo corso (dalPupazzone a Morte accidentale di un anarchico sul caso Pinelli) sono più aspri e aderenti all’inquieta realtà, ma la vocazione comica è sempre altissima, come dimostrerà qualche anno dopo l’ormai leggendario Mistero buffo, bersagliato dai cattolici oltranzisti. Diventato il simbolo amato-odiato dell’eresia di sinistra, Fo suscita scandalo anche quando conquista il Nobel» (Claudio Carabba). È sposato con Franca Rame, da cui ha avuto il figlio Jacopo (vedi). «Quel Piccolo Teatro in cui nel 1953 la compagnia Parenti-Fo-Durano mise in scena la rivista Il dito nell’occhio: Fo era uno spilungone di 27 anni, con un grosso naso, Rame a 24 anni era una specie di Marilyn Monroe ancora più alta e splendente, innamoratissima di quell’attore-autore che lei corteggiava implacabile sino a farsi sposare un anno dopo» (Natalia Aspesi).
• «È stata una vita bella. Con tutti i casini, i dolori, le violenze, gli arresti, gli sgombri, la galera, le bombe nei teatri, la casa incendiata, nessuno che voleva più affittarcene una obbligandoci a lasciare Milano, la cosa tremenda e mai cancellata che Franca subì nel 1973 (violenza carnale - ndr), i 40 processi, abbiamo vissuto tre volte più degli altri, a una velocità incredibile».
• «I guai cominciarono subito quando uscimmo dai teatri usuali perché eravamo stufi di essere l’alka seltzer della borghesia, e volevamo un altro pubblico, che non venisse a sentirci solo per ridere ma per capire cosa stava succedendo in Italia. Era la fine degli anni Sessanta e c’era in giro una bell’aria di risveglio».
• «Noi mandavano sempre il copione per il visto di censura, e magari gli andava bene: ma poi non era il testo, era la pantomina a farli arrabbiare. Capitava che mimando un personaggio innocuo io lo trasformassi in un Andreotti, capitava che in una tournée raccogliessi anche 260 denunce».
• «Franca mi fa sudare le mani, quando le porgo un copione e so che tanto mi dirà “guarda che qui non va bene”. Anni fa mi arrabbiavo, una volta la sbattei contro il muro, gridandole “dammi tu allora la soluzione”, e lei me la diede subito, giusta. Ha il teatro nel Dna, perché i suoi stavano sul palcoscenico da quattro generazioni, ha intuito e mestiere, ha su di me un ascendente enorme».
• «Il Nobel per la Letteratura l’ho preso nel 1997: durante i quarant’anni e più di lavoro in teatro avevo già ricevuto numerosi premi, ma non avevo mai avuto la consapevolezza di ciò che concretamente significasse il Nobel. Fu un botto, un’esplosione, non soltanto per me, ma anche in Italia e in molti altri paesi. Della possibilità che lo vincessi se n’era già parlato una quindicina di anni prima e la notizia, all’epoca, era stata presa malissimo da vari autori tradizionali. Qualcuno disse che il fatto di dare il Nobel a uno che fa l’attore, cioè a una persona il cui linguaggio è soprattutto legato alla gestualità e alla vocalità (e non importa che io avessi anche scritto più di settanta testi teatrali che circolavano da tempo per il mondo), poteva essere solo una boutade. Invece io sapevo che era tutto vero. In seguito la commissione svedese che attribuiva il premio fece marcia indietro: c’era stata una spiata giornalistica, il mio nome era stato pubblicato con troppo anticipo e quindi per il regolamento della giuria dei Nobel io dovevo essere fatto fuori. Nel 1997 si tornò a fare il mio nome. Già un paio di settimane prima del voto finale avevo saputo di essere fra i tre finalisti. Ma mi guardai bene dal parlarne con qualcuno. Il giorno in cui fu data la notizia ero in viaggio da Roma a Milano in autostrada insieme adAmbra Angiolini, con cui stavo registrando la prima puntata di un programma per RaiTre. All’altezza di Firenze ci supera una macchina con a bordo un giornalista di Repubblica che sventola un cartello con su scritto: “Dario hai vinto il Nobel”. Vado a Milano e mi precipito nel teatro dov’è in scena Franca, che in quel periodo sta recitando con Albertazzi Il diavolo con le zinne. In città la reazione della gente è impressionante. Un tram si ferma e tutti i passeggeri scendono per farmi le congratulazioni. E il cortile di casa mia viene occupato da una banda di ragazzi che prende a suonare e a cantare facendo un baccano infernale e svegliando l’intero palazzo. In molti esultano per la mia vittoria. Ma ci sono anche reazioni feroci, invidie e risentimenti. Per esempio ci rimane male Mario Luzi, che aveva avuto l’assicurazione di aver ormai vinto il premio. Altri autori italiani, circondati dalle rispettive confraternite, si risentono moltissimo. Quanto alle reazioni istituzionali, in Italia il disinteresse fu totale. Ricevetti qualche lettera e telegramma da parte di alcuni politici, come D’Alema, ma solo messaggi inviati a livello personale. Non ci fu alcun invito ufficiale al Quirinale. Invece mi festeggiarono molto in altri paesi europei, come l’Inghilterrae la Germania, e soprattutto la Francia, dove venni celebrato su invito del ministero della Cultura. I francesi si dichiararono stupefatti dell’indifferenza dimostrata dal mio paese. In Italia mi fecero gran festa varie città, quando vi approdavo per recitare:Roma, Napoli, Genova, Palermo... Fu festa in quasi tutte le città salvo la mia, Milano, dove il Comune ignorò l’evento. D’altra parte i miei rapporti col Comune di Milano sono sempre stati pessimi. Rammento con felicità la cerimonia a Stoccolma. Fu solo arrivando in Svezia che colsi l’importanza di quel rituale secolare e scoprii che il Nobel per la Letteratura è il più importante di tutti. Mentre gli altri si possono dividere fra diversi studiosi, quello per la Letteratura assolutamente no. Nella cerimonia, molto teatrale, è il Nobel per la Letteratura che apre la sfilata e siede vicino alla regina. Io indossavo un frac che mi aveva fatto Gianfranco Ferré, e siccome me lo sentivo addosso come un costume di scena avevo il vantaggio di non sembrare un maître d’hotel come i miei compagni di Nobel; tutt’al più potevo sembrare un cameriere. Nel proprio discorso all’Accademia, il vincitore del Nobel deve raccontare la propria storia. Io decisi non di leggere un testo, ma d’improvvisare. Naturalmente l’improvvisazione, in teatro, richiede sempre una ferrea preparazione. Anche in quel caso la mia fu un’improvvisazione rigorosa e programmata. Raccontai la mia vita: l’università mai terminata, l’accademia, le difficoltà... Ma volli farlo in modo “figurato”. Gli spettatori potevano seguire le varie tappe del racconto guardando una serie di disegni: d’accordo con gli organizzatori, avevo disegnato cinquanta tavole. Queste tavole, che raccontavano i punti salienti della mia storia, vennero stampate e distribuite a tutti i presenti in sala, più di cinquecento. Così mentre parlavo dicevo: “Andate a pagina tre e poi quattro e poi cinque”, e tutti ubbidivano divertiti. Col Nobel è aumentato l’interesse internazionale verso il mio lavoro. I miei testi erano già molto rappresentati in Europa e negliStati Uniti, ma dal 97 in poi sono stati messi in scena con successo anche in Giappone, in Cina, in Nuova Zelanda, inMedio Oriente e in Africa. Che cosa voglio di più?» (testo raccolto da Leonetta Bentivoglio). Il caso di Gunther Grass, che nell’estate 2006 (quando stava per uscire un suo libro) raccontò di aver fatto parte delle SS, ha fatto riparlare dell’analoga esperienza di Dario Fo, che fu giovane fascista nella Repubblica di Salò: «È successo pressappoco nello stesso periodo in cui lui si era arruolato nelle Waffen-SS. Grass aveva 16 anni, io 17. Lui lo fece, a quanto racconta, per fuggire dalla famiglia e attratto dall’idea di andare a combattere negli U-Boot, io per non finire a lavorare in Germania, come succedeva a quelli che si rifiutavano di entrare nell’esercito. Un modo per defilarmi certo non glorioso, ma a quei tempi dalle mie parti, sul Lago Maggiore, con i gruppi partigiani allo sbando, fummo in molti a farlo. Una fuga seguita da tante altre: in poche settimane me la battei dalla contraerea, nei parà durai solo 40 giorni. E quindi mi imboscai sul serio, dentro un capanno nella brughiera, fino alla Liberazione. Una parentesi di cui non mi vanto, ma che non ho neanche mai tentato di nascondere».
Frasi «Io dalla vita ho avuto più di quello che chiedevo. Volevo fare il pittore e l’ho fatto, conoscendo i maggiori artisti. Volevo fare teatro e l’ho fatto con la soddisfazione di essere rappresentato in tutto il mondo. Volevo rompere le scatole e le ho rotte... Mi ritengo di una fortuna sfacciata».
• «Ho studiato Architettura e sono uscito da certi schemi. La geometria è stata fondamentale per insegnarmi a scrivere. So montare uno spettacolo, dirigere una compagnia e per questo devi avere anche intelligenza di rapporti. So evitare conflitti, essere umanista anche nella vita. Se uno pensa solo a recitare la compagnia si sfascia dopo due mesi. Ho una bella resistenza, ma concepita molte volte con dolore e sofferenza. Il senso positivo dell’essere e dell’agire è una concezione che s’impara».
• «Alla base di tutto il mio teatro c’è soprattutto Ruzante. Da lì mi viene l’insegnamento di come costruire una storia: entrando nel fatto e facendo venir fuori la storia rimestando. Come dicevano i giullari, tirando la carne dal brodo all’ultimo. A Ruzante devo anche l’invenzione del gramelot di Mistero Buffo e degli altri testi almeno una decina che sono nati da lì».
• «Dei miei testi, oltre settanta, mi piacciono quelli che entrano a gambe tese nell’attualità. Primo fra tutti, Morte accidentale di un anarchico che ha avuto oltre 700 rappresentazioni nel mondo, un record».
• «Quando iniziai questo lavoro ero più un borghese illuminato che credeva nella necessità dell’onestà e della correttezza. Testi come Settimo ruba un po’ meno, un Mani pulite ante litteram, vengono fuori da quello spirito lì. Poi quando con Franca uscimmo dal teatro borghese a metà dei Settanta, rompendo con il Pci per le nostre posizioni, è diventato un impegno politico oltre che culturale».
• «Sono sempre stato uno “sfangone”, come si dice a Milano. Lavorare mi distende ed è il modo più intenso di vivere e di riposarmi».
• «Dalle mie parti si dice: se vai sulla montagna e sbonfi (cioè ti manca il fiato) non ti serve a niente. Ho imparato a non sbonfare».
Critica «L’unico Premio Nobel capace di far morir dal ridere» (La Stampa).
• «L’attore italiano più adorato nel mondo, lo scrittore di teatro più rappresentato all’estero, il Nobel più eclettico e divertente, l’artista più appassionatamente democratico» (Anna Bandettini).
Aldo Grasso a proposito dello spettacolo L’anomalo bicefalo: «solo un lungo comizio, un taglia & cuci tratto dalla cronaca, una cerimonia consolatoria in cui gli unici momenti divertenti sono quelli in cui i due giocano a fare Vianello e la Mondaini, a battibeccare sulla vita di coppia. Dario Fo fida troppo nella sua bravura: lui così padrone della scena, così maestro della parola, così carismatico presume, con la sola presenza, di trasformare in teatro una grottesca vicenda dai risvolti giudiziari e, spinto dall’ urgenza e da una visione salvifica, rinuncia al pur sempre necessario lavoro di scrittura».
Politica Noto come il più «rosso» tra i drammaturghi odierni, ha avuto con i comunisti un rapporto d’amore-odio: «Fino alla caduta del Muro, nell’89, le sue commedie non arrivano in Urss: gli interventi imposti dai teatri sono così numerosi da renderne impossibile la realizzazione. A furia di cancellare e modificare ogni riferimento politico non resta niente della trama, o si generano papocchi che miscelano i brandelli di più testi. Fo si scontra con la censura anche in Cina, e qui la partita si fa più sottile. Accade quando vi si allestisce la sua Storia della tigre, dove un soldato di Mao, ferito durante la lunga Marcia, si rifugia nella tana di una mamma tigre con i suoi tigrotti, e si lega alla belva fino a succhiarne il latte, che lo fa guarire. Le tigri finiscono per integrarsi con gli umani, mettendo in fuga i nemici dell’esercito di Chiang Kai-shek, e i dirigenti del Partito le proclamano eroi nazionali, promettendo che resteranno sempre con il popolo. Però a una condizione: che restino chiuse in uno zoo. La metafora è evidente. E la pièce, che termina mostrando il vero volto dei potenti e dei burocrati, viene censurata nella Cina del dopo-Mao. Altri ostacoli sorgono con gli ex Paesi del blocco sovietico. Nel 1980, quando a Berlino c’è ancora il Muro, Fo è invitato dal Berliner Ensemble, tempio brechtiano nella parte Est della città, a mettere in scena l’ Opera da tre soldi. E lì succede che la figlia di Brecht, vestale di una tradizione integralista, si schieri con violenza contro la sua lettura, giudicata troppo politica e poco ortodossa. Ma quello che è più arduo e contrastato è il suo rapporto con i comunisti italiani. Fo s’indigna per l’invasione russa della Cecoslovacchia, e ritira l’autorizzazione a rappresentarvi i suoi testi. I vertici del Pci reagiscono sabotando una tournée della Rame, e a Milano la troupe deve esibirsi sotto il tendone di un circo. Franca ridà indietro la tessera del partito, consegnandola nelle mani di Berlinguer. E quando Fo denuncia il lavoro nero in Légami pure che tanto spacco tutto lo stesso, i dirigenti comunisti cercano di zittirlo. “Dario, parla un po’ meno”, lo sgrida Pajetta. “Di certi problemi bisogna sì dibattere, ma meglio farlo tra noi”. Spesso il Pci li boicotta, per esempio spingendoli a uscire dall’Arci, che insieme alle Case del Popolo è il massimo punto di riferimento della sinistra per la ricerca e i dibattiti. E alcune tesi di Morte accidentale di un anarchico non piacciono al partito, che sostiene a oltranza la fiducia nella giustizia, promulgando la certezza che “prima o poi si farà luce”. Frase trasformata in un tormentone offerto al pubblico dal palcoscenico: “Ogni sera qualcuno gridava: si faccia luce! E noi a rispondere: chiamate il Pci, il partito illuminista!”» (Leonetta Bentivoglio).
• Nel 2005 si candidò come sindaco di Milano, ma perse alle primarie contro l’ex prefetto Bruno Ferrante (67,6 contro 23,3%).

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