«La deriva autoritaria? Ci sarà se non riformiamo la Costituzione»

Il professor Giovanni Guzzetta, coordinatore del comitato Insìeme Sì Cambia. «Le dittature nascono proprio dalla debolezza dei governi che non governano - racconta - Tanti indecisi? Il dibattito è monopolizzato dai partiti per le solite beghe. Ma se non cambiamo, la politica resterà sempre uguale»

Giovanni Guzzetta
13 Ottobre Ott 2016 1526 13 ottobre 2016 13 Ottobre 2016 - 15:26

«La deriva autoritaria? Ci sarà se non riformiamo la Costituzione». Giovanni Guzzetta, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Tor Vergata, respinge al mittente le critiche alla riforma. «Come diceva Calamandrei - insiste - le dittature nascono dall’instabilità e dalla debolezza dei governi che non governano». Già protagonista della battaglia referendaria per modificare il Porcellum, oggi Guzzetta coordina il comitato Insìeme Sì Cambia. Un’iniziativa rigorosamente trasversale, che raccoglie l’adesione di esponenti della maggioranza e dell’opposizione, nata dopo la pubblicazione del suo volume “Italia, si cambia. Identikit della riforma costituzionale”, edito da Rubbettino.

Professore, siamo davanti all’ennesima proposta di riforma costituzionale. Recentemente lei ha contato addirittura 23 tentativi in 37 anni. Non ha esagerato?
Si è tentata la strada dei disegni di legge parlamentari, dei disegni di legge governativi, delle Commissioni bicamerali, dei tavoli di lavoro, dei Comitati ministeriali o governativi. E, sul merito, il cancellierato, il semipresidenzialismo, il premierato, il bicameralismo differenziato per competenze, il bicameralismo differenziato mediante proposizione di una camera federale o regionale, sistemi con la fiducia di una sola camera o di entrambe, aumento o riduzione dei poteri del presidente, riforma degli istituti di democrazia diretta… Ce n’è abbastanza per scrivere un manuale di diritto costituzionale. La prima proposta di modificare il procedimento legislativo e ridurre la decretazione d’urgenza fu con il decalogo Spadolini del 1982. La prima proposta di differenziare il bicameralismo fu con la Commissione Bozzi, 1983. Devo continuare?

E perché mai questa dovrebbe essere la volta buona?
La storia dimostra che il problema è sempre stato l’accordo tra le parti. L’opposizione finisce sempre per non votare la proposta della maggioranza. Magari fa un pezzo di strada insieme, ma, al dunque, si tira indietro. Mi fa sorridere che qualcuno pensi che, bocciando questa riforma, ce ne sarebbe un’altra a portata di mano, magari condivisa. Ovviamente l’assenza di alternative non è un buon motivo per votare aprioristicamente sì, ma dev’essere comunque chiaro che oggi non c’è una terza via. Nel merito, io sono convinto che questa riforma migliori rispetto allo status quo, e dunque sia meglio dell’esistente

«La deriva autoritaria ci sarà, come peraltro accaduto nel passato, se non riformeremo le istituzioni. Come diceva Calamandrei le dittature nascono dall’instabilità e dalla debolezza dei governi che non governano»

Entriamo nel merito della riforma. Molti critici denunciano il rischio di una deriva autoritaria. Il combinato tra riforma e legge elettorale finirebbe per concentrare troppi poteri nelle mani del leader.
La deriva autoritaria ci sarà, come peraltro accaduto nel passato, se non riformeremo le istituzioni. Ormai è diventata di dominio pubblico l’affermazione di Calamandrei sul fatto che le dittature nascono dall’instabilità e dalla debolezza dei governi che non governano. Io aggiungerei quello che diceva De Gasperi: senza una maggioranza che governa, sotto il controllo dell’opposizione, andiamo verso la dittatura larvata dei decreti-legge o verso la dittatura esplicita. Lo diceva nel 1953. Oggi, con la decretazione d’urgenza che copre la stragrande maggioranza delle decisioni di governo, direi che siamo pienamente nel primo scenario. Mi piacerebbe si evitasse di arrivare al secondo.

Insisto, non la preoccupa nemmeno il combinato con l’Italicum?
La legge elettorale non è oggetto del referendum costituzionale, sia, banalmente, perché non è una norma costituzionale, sia, politicamente, perché sono tanti i sistemi elettorali compatibili con la riforma. La legge elettorale è al vaglio della Consulta. Dunque, se fosse vera la premessa secondo cui reca in sé i germi per una deriva autoritaria, possiamo confidare che la Corte costituzionale eviterà che ciò accada. In realtà il vero tema in gioco non è questa legge elettorale, ma ancora una volta, dopo quasi trent’anni, se si vuol tornare al proporzionale o restare in un contesto maggioritario. Il resto sono tecnicalità.

Mancano due mesi al referendum. Quasi la metà degli italiani è poco o nulla informata sulla riforma. Un 10 per cento non è neppure a conoscenza del voto. Forse bisogna prendere atto che la riforma della Costituzione non è una priorità per buona parte del Paese?
Il fatto che ci siano molti indecisi può avere tante ragioni. Non mi affretterei a saltare alle conclusioni. Certamente la riforma delle istituzioni attiene agli strumenti per governare, non alle politiche di governo. Ed è chiaro che ciò che interessa gli italiani è soprattutto il fine, non il mezzo. Ma senza una macchina che funziona non posso andare da nessuna parte. E addio fine. Ciò detto io credo che una buona quota degli indecisi abbia difficoltà a districarsi in un dibattito monopolizzato dai partiti per le loro solite beghe e schermaglie. Di queste, sicuramente i cittadini ne hanno fin sopra i capelli. Ma dovremmo tutti capire che, se restiamo dove siamo e non cambiamo questa politica rimarrà sempre la stessa.

Torniamo alla riforma, allora. Molti critici puntano il dito contro il nuovo bicameralismo. C’è chi pensa che le modifiche alla Costituzione daranno vita a un sistema poco chiaro. A questo punto non era meglio abolire direttamente il Senato?
Io sono sicuro che se si fosse abolito il Senato qualcuno avrebbe urlato al golpe decisionista che eliminava correttivi e garanzie. La verità è che una seconda camera che rappresenti gli enti territoriali è assolutamente normale in tutti gli ordinamenti federali o regionali. Stiamo discutendo di ciò che ovunque altrove è scontato.

Ammetterà che si crea un po’ di confusione nei rapporti tra Camera e Senato.
Questo mi pare chiaramente un pretesto. Perché anche un bambino capirebbe che se le camere non sono più l’una il doppione dell’altra, è necessario un coordinamento tra le diverse funzioni. Ripeto, ovunque funziona così…

«Renzi ha bisogno del voto referendario di cittadini che non lo voterebbero alle elezioni. Deve andare oltre il perimetro della sua maggioranza. Il problema è come rassicurare coloro a cui chiede il voto che, la vittoria del Sì non sarà solo la vittoria di Renzi e dei suoi sostenitori, ma una vittoria degli italiani»

Il premier Renzi ha ammesso di aver fatto un errore personalizzando la partita. Eppure resta il protagonista indiscusso della campagna referendaria. Questo non è un rischio? Il confronto è ormai politico, si entra poco nel merito dalla riforma.
Questo è un punto molto delicato. Renzi ha bisogno del voto referendario di cittadini che non lo voterebbero alle elezioni. Deve andare oltre il perimetro della sua maggioranza. Lo sa e ha ammesso di saperlo. Il problema allora non è che lui difenda la riforma o che si dedichi alla campagna. Il problema è come rassicurare coloro a cui chiede il voto che, la vittoria del Sì non sarà solo la vittoria di Renzi e dei suoi sostenitori, ma una vittoria degli italiani. A me pare che non sia ancora riuscito a fornire questa rassicurazione. E, dunque, è comprensibile la diffidenza.

Lei è il coordinatore del comitato Insìeme Sì Cambia. Tra gli aderenti c’è l’imprenditore Franco Debenedetti. L’ha convinto lei?
Con Debendetti c’è un rapporto di stima reciproca da gran tempo. Ha una grande sensibilità istituzionale e, pur non essendo un tecnico, ne capisce molto più di tanti tecnici. Era naturale che ci fosse convergenza

Come è nato il comitato?
La storia è semplice. Dopo aver pubblicato il mio libro (Italia, si cambia. Identikit della riforma costituzionale, ndr) ho avuto occasione di parlare con tante persone con cui ho condiviso altre esperienze referendarie, a cominciare da quella del 2006 contro il Porcellum. Gente dei più vari orientamenti culturali e politici. E tutti condividevamo il fatto che la campagna referendaria fino ad allora presentasse due grandi lacune. La prima, che si discutesse troppo poco di merito e troppo di fazioni partitiche; la seconda che non ci fosse un comitato effettivamente trasversale rispetto alla linea maggioranza/opposizione. C’era il comitato Basta un sì, presieduto da un senatore del Pd. C’era il comitato Liberi sì, presieduto dall’ex presidente del Senato Marcello Pera e di Giuliano Urbani. Comitati che hanno fatto un grande lavoro, sia chiaro. E, soprattutto quello di Urbani e Pera, un lavoro difficile, perché provenienti da un’area politica, il centrodestra, che oggi è, purtroppo, schierata per il No. Mancava però un Comitato che, anche nella composizione, testimoniasse la vera natura di una campagna referendaria, quella di non essere una campagna elettorale tra maggioranza e opposizione, ma di essere l’occasione di coinvolgimento dei cittadini su una questione, che, per quanto importantissima, non implicava una scelta di campo politica. In un referendum, ognuno conserva le sue idee politiche e si unisce su un singolo progetto.

Una scelta controcorrente, a giudicare dalla campagna referendaria in corso.
Le svelerò un segreto. Molti aderenti al comitato erano così preoccupati di essere risucchiati in una logica “politica” che mi hanno chiesto rassicurazioni sul fatto che nel comitato ci fosse, non qualcuno della propria area politico-culturale, ma esattamente il contrario: qualcuno che fosse dall’altra parte. Abbiamo voluto fare un ponte oltre il confine tra maggioranza e opposizione. E direi che ci siamo riusciti. Ognuno conserva la sua identità, ma siamo uniti sull’obiettivo. E questo “approccio” credo sia l’unico modo perché il 4 dicembre vincano i Sì.

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