Quesiti linguistici

Come si chiamano i genitori che hanno perso un figlio? Risponde la Crusca

Se esiste orfano e vedovo, per le madri e i padri che perdono un figlio l’italiano non ha un termine specifico

Nanni

Tratto da “La Stanza del figlio” di Nanni Moretti

15 Ottobre Ott 2016 1100 15 ottobre 2016 15 Ottobre 2016 - 11:00

In collaborazione con l’Accademia della Crusca

L’italiano, al pari di molte altre lingue, non ha un termine specifico d’uso comune per indicare un padre o una madre che ha avuto la sventura di perdere un figlio o una figlia. I motivi dell’assenza sembrano vari.

Innanzi tutto, storicamente, andrà messo in conto che, fino ai primi decenni del Novecento, l’alta mortalità infantile (a cui corrispondeva, peraltro, una maggiore natalità) rendeva questa condizione (come pure quella della perdita di un fratello o di una sorella, anch’essa priva di denominazione), se non proprio normale, certo molto meno rara e “assurda” di quanto appaia oggi; ciò non significa, ovviamente, che in passato fosse meno dolorosa (chi non ricorda i casi dei poeti Giosue Carducci e Giuseppe Ungaretti, che dalla perdita di un figlio giovinetto trassero ispirazione per alcune loro struggenti liriche?).

Anche gli eventi bellici, le difficili condizioni di vita e di lavoro e le minori possibilità di cure mediche rendevano ben possibile la circostanza di figli (specie maschi) morti ancor giovani prima dei genitori (è il caso, per restare nell’ambito letterario, di Giacomo Leopardi).

Insomma, in passato la perdita di un figlio non presentava l’eccezionalità che sembra avere oggi, quando è resa particolarmente traumatica dal suo frequente legame con gli incidenti stradali, improvvisi e inattesi; va aggiunto il fatto che non era considerata neppure con l’attenzione che la psicologia e le scienze sociali, giustamente, le riservano ora.

In secondo luogo, la perdita di un figlio, diversamente da quella di un genitore o del coniuge, non aveva (e non ha) conseguenze sul piano legale (eredità, testamenti, ecc.) e dunque non richiedeva (e non richiede) un termine specifico che dall’ambito giuridico potesse passare alla lingua comune.

Ancora, la tradizione cristiana, grazie alla fede nella resurrezione dei morti, non sembra aver mostrato una specifica considerazione per questa condizione: certo, c’è il precedente evangelico della sofferenza di Maria ai piedi della croce (e l’immagine della Vergine che tiene in grembo il corpo di Gesù morto è il tema iconografico della “pietà”), ma il dolore è attenuato dal fatto che poi Cristo risorge.

È invece la mitologia classica a offrire esempi di padri e madri privati per sempre dei figli: da Egeo (che si getta nel mare pensando che Teseo sia morto) a Priamo, da Andromaca a Niobe. Anzi, il nome di questa madre (che, per punizione, assistette alla morte dei suoi numerosi figli, uccisi da Apollo e da Artemide, e, pur tramutata in pietra, continuava a piangere) è registrato col valore antonomastico di «Madre colta da sventura simile a quella di Niobe, e in gran dolore» nel Tommaseo-Bellini e nel GDLI (che registra l’esempio di Carducci in cui è definita corsa Niobe la madre di Napoleone, sopravvissuta a lui e ad altri figli).

Infine, non si può escludere del tutto che proprio il carattere doloroso e “innaturale” dell’evento abbia determinato già in passato una sorta di tabuizzazione della parola che dovrebbe designare chi lo ha vissuto e che, come si è accennato, manca in molte altre lingue.

Per la verità, per quanto riguarda lo spagnolo, il Diccionario della Real Academia Española registra l’aggettivo deshijado (la cui prima attestazione lessicografica risale al Diccionario de la lengua española, 1791), detto di persona che è stata privata dei figli, ma lo etichetta come termine desueto. Anche in francese c’èdésenfanté, e in questo caso si tratta invece di una coniazione recente, che non è registrata nel TLFi, il Trésor de la langue française informatisé e il cui accoglimento nello standard è tuttora oggetto di dibattito; da désenfanté è stato tratto il sostantivo désenfantement, titolo di un libro della scrittrice marocchina Rita el-Kahyat (Le désenfantement, Casablanca, Editions Ainï Bennaï, 2003), che ha vissuto questa drammatica esperienza. Nella traduzione italiana del testo, curata da Antonella Perlino, il termine è stato reso con defigliazione (Rita El Khayat, Aïni, Amore mio. La defigliazione, Martinsicuro-TE, Di Felice Edizioni, 2010).

Come possibili corrispondenti italiani di questi termini ci sarebbero defiliato o defigliato, disfigliato e lo sfigliato che ci è stato segnalato come neologismo, tutti privi di registrazioni lessicografiche e, a parte l’ultimo, documentati solo da rare o rarissime attestazioni in rete (fatta la tara di alcuni più che probabili refusi: defiliato per defilato e sfigliato per sfogliato). Ma si tratta di voci usate sempre con altri significati.

Nei pochi esempi trovati, infatti, defiliato sembra avere il senso di ‘scompagnato’ («Il tavolino che scegliamo è defiliato rispetto a questo salone ed è completamente “all’addiaccio”, qui quattro tavoli da giardino in plastica, tettoia di verdura, lampioni e panchine stile 1800, singolare!»; GnaM, 2015, p. 155; da Google Books) e defigliato compare come participio passato di defigliare nel senso di ‘rinnegare, non riconoscere come figlio’ («se [mia figlia] non fosse la mamma di mai [= mia] nipote, l’avrei già defigliata»), mentre disfigliato è usato nel senso di ‘che non ha figli’ e non in quello di ‘che li ha perduti’ («Se fossi disfigliata starei benissimo, senza [la televisione]. Abbiamo preso la decisione di tenerla soltanto per evitare che, non avendola, la desiderassero troppo»).

Un retroterra storico ha invece sfigliato, usato anch’esso nel senso di ‘che non ha figli’ in vari testi tra Sette e Ottocento, dalla Dissertazione di polizia medica sul Pentateuco di Benedetto Frizzi («[…] sembra che servisse questo ad animare la popolazione, mediante l’idea quasi di obbrobrio, che si attaccava a chi restava sfigliato, e a chi non voleva procurarne il reintegro»; Pavia, Galeazzi, 1788, p. 114), alla Storia universale di Cesare Cantù («Se poi Lotario morisse sfigliato, la nazione potesse conferir la corona imperiale ad un dei fratelli […]»; vol. IX, Epoca X, Torino, Pomba, 1842, p. 17), alle Biografie dei capitani venturieri dell’Umbria di Ariodante Fabretti («[…] non morrà sfigliato il duca di Milano?»; vol. II, Montepulciano, Fumi, 1843, p. 10).

Lo stesso valore è presente anche in qualche esempio recente in rete («Vivere tutto questo per un adulto single e sfigliato ristabilisce in qualche modo le priorità»; «[...] è identico a quando ci andavo da ragazzo sfidanzato e “sfigliato”»). Da segnalare anche, in negativo, la prossimità formale del termine con il participio passato del toscano sfigliolare ‘produrre germogli’, registrato nel Petrocchi e nel GDLI, in cui la s- iniziale ha valore intensivo e non privativo.

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