La grande impresa non c'è più? A innovare ci pensano i piccoli

I dati raccontano che in vent'anni abbiamo perso un terzo delle nostre industrie. È un problema: ma se non riconosciamo il potenziale innovativo delle nostre realtà più minute, il problema raddoppia. Perché le tecnologie oggi - dalla stampa 3d all'ecommerce - è a misura loro

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16 Ottobre Ott 2016 0755 16 ottobre 2016 16 Ottobre 2016 - 07:55
Messe Frankfurt

La grande impresa è in via d'estinzione, dice il Sole 24 Ore. E forse, è vero, un po' dovremmo preoccuparci dei dati che arrivano dalla ricerca di Prometeia sui dati di Bureau Van Dijk e dalle elaborazioni del Centro Studi di Confindustria. Ricapitoliamoli: le nostre grandi imprese sono più piccole delle altre, coi loro 3 miliardi di euro di patrimonializzazioni contro i 3,5 del campione globale. I nostri brevetti per impresa sono meno, 35 contro 132, e più in generale il numero di imprese oltre i mille addetti, dai primi anni novanta a oggi, è sceso di oltre 30 punti percentuali.

Potremmo fermarci qui e unirci al coro funebre dedicato alla nostra economia. Oppure possiamo gettare lo sguardo oltre ai grandi, e passare qualche decina di minuti a guardare oltre al confine della grande realtà industriali. Concentrandoci cioè sulla stragrande maggioranza del nostro sistema produttivo. Perché più del 90% delle 407mila realtà manifatturiere italiane - 3,7 milioni di addetti, 853 miliardi di valore della produzione, a spanne il 40% del Pil italiano - sono piccole o addirittura micro imprese. E non è vero - sottolineato quattro volte: non è vero - che non innovano e che non sanno competere.

È una verità, questa, che una ricerca di Banca Ifis e Fondazione Nord Est presentata alla Maker Faire di Roma e realizzata su un campione ponderato di 787 realtà appartenenti ai settori della moda, della casa e dell'oreficieria - la quintessenza del made in Italy così come siamo abituati a raccontarlo - mostra in tutta la sua evidenza. Una ricerca, coordinata dal prof. Stefano Micelli dell'Università Ca' Foscari, che mostra ad esempio come il 48,1% delle imprese che operano nel sistema casa usa con continuità macchine a controllo numerico mentre il 10% si avvale della robotica per produrre. O che tra le imprese orafe il taglio laser sia prassi per un’impresa su quattro e la stampa 3D per un impresa ogni sei.

Il 48,1% delle imprese che operano nel sistema casa usa con continuità macchine a controllo numerico mentre il 10% si avvale della robotica per produrre. E tra le imprese orafe il taglio laser è prassi per un’impresa su quattro e la stampa 3D per un impresa ogni sei.

Non sono considerazioni banali: al contrario sono l'attestazione che le innovazioni della terza o quarta rivoluzione industriale che dir si voglia - dalle più democratiche e a basso costo alle più complesse - già sono percolate nel terreno più profondo del nostro fare impresa. Chi ne fa uso, chi ha ridisegnato i propri processi produttivi in funzione di tali innovazioni non è più una sparuta minoranza di eccellenze, ma una quota importante, nonostante sia ancora minoritaria, di realtà manifatturiere.

Lo stesso vale per l'ultimo miglio della catena del valore, quello dove forse scontiamo maggiormente il presunto nanismo delle nostre imprese. Parliamo, ovviamente, della capacità di saper vendere, soprattutto al di fuori dei confini nazionali. Ebbene, sempre secondo la ricerca, la quota di fatturato prodotto attraverso l'ecommerce raggiunge la sua percentuale più alta - il 6,6% - proprio tra le imprese più piccole, quelle tra 1 e 19 addetti, in particolare nel sistema moda. Certo, siamo ancora lontani da risultati per cui gonfiare il petto: le imprese tedesche con più di 10 addetti fanno tre volte il nostro fatturato, grazie al canale online. Ma, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, una quota crescente del nostro export manifatturiero - che per il 24% è formato dai tre settori in questione - è figlia di una digitalizzazione del processo di vendita che amplia a dismisura le potenzialità di vendita delle realtà più minute. Quelle che, grazie alla stampa 3D, ai nuovi software di progettazione e soprattutto grazie al costo sempre meno proibitivo delle medesime possono mettere sempre più a valore la loro capacità di personalizzare le loro produzioni, di far leva sulla customizzazione contro la standardizzazione delle produzioni tradizionali. Non è un caso, peraltro, che per le imprese intervistate i benefici attesi dalle tecnologie di stampa 3d riguardino principalmente la riduzione dei tempi di progettazione, la capacità di produrre oggetti con geometrie e forme fino a qualche anno fa impossibili e di realizzare modelli specifici per ciascun cliente.

La frontiera si chiama Internet delle cose. Per il 27% delle imprese è uno strumento importante per lo sviluppo dell'attività. Il 6,3% si spinge addirittura a definirlo come un elemento chiave. E forse una qualche attenzione in più a queste realtà poteva arrivare dal piano Industria 4.0 del governo. Apprezzabile, nel suo voler evitare di sprecare risorse in contributi a pioggia all'innovazione, in passato decisivi come una cannonata di coriandoli. Ma forse troppo elitario nel suo concentrare tutta la propria azione su quelle duemila e rotte medie imprese che rappresentano un infinitesimo del potenziale produttivo italiano. E soprattutto del suo potenziale innovativo. Perché in fondo c'è un solo modo di reagire al declino della grande impresa italiana peggiore del sedersi in un angolo e piangerla. È dimenticarsi dei piccoli, non aiutarli a crescere.

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