La (vera) ragione per cui i sauditi non possono andare in Thailandia

È tutta colpa del caso Blue Diamond: tutto comincia con un furto di diamanti e prosegue in una storia che ha i ritmi del thrller. Non mancano arresti, scontri, spie uccise, diplomatici fatti fuori. E una serie di ritorsioni economiche

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MADAREE TOHLALA / Getty Images

18 Ottobre Ott 2016 1220 18 ottobre 2016 18 Ottobre 2016 - 12:20

Viaggi proibiti in Israele, in Iran, in Iraq. Ma anche in Siria e in Yemen. E soprattutto (e a sorpresa) in Thailandia. Sono le disposizioni del ministero dell’Interno saudita, che elenca i Paesi proibiti per i suoi cittadini (pardon, sudditi), sotto minaccia di divieti di espatrio e multe molto pesanti. È un quadro che riflette i rapporti tesi del Regno: grandi difficoltà con l’Iran, da decenni potenza rivale nel Golfo; chiusura ovvia con Israele; divieto per Paesi disastrati e sede dell’Isis come Iraq e Siria; frontiere per forza chiuse per lo Yemen, contro cui è in atto una guerra. Ma in tutto questo, cosa c’entra la Thailandia?

Il lettore più malizioso potrebbe pensare male, cioè potrebbe pensare che, in fondo, c’entri quella brutta piaga della prostituzione che, purtroppo, attira numerosi europei. Sbaglierebbe: il divieto per il saudita non dipende da questioni morali, ma risale a una faccenda molto materiale, nel senso che sarebbe un ottimo materiale per una spy story. È il caso del Diamante Blu.

Tutto risale al 1989, quando il thailandese Kiangkrai Techamong faceva il giardiniere a Riyad, per l’esattezza al palazzo reale saudita. Approfittando della sua libertà di movimento, entrò dalla finestra nella stanza del Re Faysal e rubò diverse preziossissime gemme, tra cui il Diamante Blu, nascondendole nella sacca di un aspirapolvere. Poi li spedì via DHL in Thailandia, e fuggì.

Il furto venne subito scoperto, cominciarono le indagini e collaborò anche la polizia reale thailandese. Nel giro di poche settimane si individuò Kiangkrai, l’uomo fu arrestato e subito condannato (per sette anni, poi ridotti a tre per buona condotta e collaborazione con la polizia). Non si era nemmeno accorto del valore delle gemme che aveva rubato: aveva venduto tutta la refurtiva a Santhi Sithanakan, un ricettatore che se la era accaparrata per 30 dollari (il Diamante Blu è un pezzo unico, il più grande diamante blu mai trovato, dal valore inestimabile). Dopo altre indagini, anche i gioielli saltano fuori ma – e qui viene il bello –non tutti. Mancava il Diamante Blu, e in più altre gemme erano state falsificate. Nessuno se ne era ancora accorto e così la delegazione thailandese, capitanata dal generale Chalor, riportò tutto il materiale ritrovato a Ryiad, con il sorriso sulle labbra e in totale buona fede. Ci volle poco tempo perché il guaio venisse fuori e Chalor finisse tra i sospetti.

A questo punto, come nelle migliori trame di Le Carrè, si sale di livello: dai furti si passa al sangue. Nel 1990 entra in scena Mohammad al Ruwaili, commerciante di pietre preziose, molto amico della famiglia reale saudita. Viene inviato a Bangkok in un’indagine privata per trovare i gioielli e, dopo qualche settimana, sparisce nel nulla. Pochi giorni prima della sua scomparsa, in tre attacchi coordinati nella stessa notte, muoiono uccisi tre ufficiali dell’ambasciata saudita. Non si capiranno mai le cause, né se il fatto abbia qualche legame con il Diamante Blu. Per i thailandesi non c’entra nulla, e la pista da seguire porta a Teheran. Per i sauditi, invece, è tutto collegato in una trama intricata di furti e spionaggio.

Le indagini proseguono ma, nel frattempo, i rapporti diplomatici tra i due Paesi vanno in frantumi. L’Arabia Saudita cancella i permessi di lavoro di migliaia di thailandesi, limita i commerci, chiude le frontiere e impedisce ai propri turisti di andare in Thailandia. Un disastro.

In questo quadro, le straezze continuano. Nel 1994 Sathi, il ricettatore, viene rapito e torturato. La sua famiglia massacrata. Il colpevole, secondo le autorità thailandesi, è lo stesso generale Chalor (quello della delegazione a Riyad), che viene accusato, processato e condannato a morte (pena poi ridotta a 50 anni di carcere). I diamanti, intanto, chissà dove sono (secondo alcuni giornalisti, molto in alto: le moglie di importanti dignitari di Stato thailandesi avevano sfoggiato, nelle notti di gala, dei gioielli molto belli e, soprattutto, molto nuovi).

Con il passare degli anni, le relazioni cominciano a scongelarsi. Ma nel 2010 arriva l’ultima svolta. Cinque poliziotti thailandesi vengono identificati come i responsabili della sparizione di al Ruwaili e dei tre ambasciatori. È la fine? No. Al termine di un lungo processo vengono tutti assolti per insufficienza di prove. I sauditi non la prendono bene e rafforzano le misure contro Bangkok.

E intanto, il responsabile di tutto questo, cioè il giardiniere Kiangkrai, dopo essere uscito di prigione ha abbandonato la vecchia vita e, nel 2016, si è fatto monaco. Per pentirsi delle sue azioni del passato, dice. “Il Diamante Blu è maledetto, ha portato solo disgrazie a me e alla mia famiglia”. L’ordinazione è avvenuta nell’agosto dello stesso anno. Durante la cerimonia, a sorpresa, è apparso anche il generale Chalor, appena graziato dal re thailandese. Cosa ci facesse laggiù, e per quale motivo abbia voluto assistere, rimane un ennesimo mistero.

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