Sorpresa, una legge di bilancio che piace alle Pmi

L’introduzione dell’Iri al 24% darà benefici solo a 500mila società di persone su 2,8 milioni. Ma le associazioni dei piccoli promuovono la tassazione per cassa e la riforma degli studi di settore. La Cna: «È la prima legge di bilancio che mette le Pmi al centro»

Donna Tassata

(Tim Boyle/Getty Images)

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18 Ottobre Ott 2016 1520 18 ottobre 2016 18 Ottobre 2016 - 15:20
Messe Frankfurt

«Senza impresa non c’è Italia», «la nostra pazienza è finita». Erano due tra gli slogan della grande manifestazione di protesta che il 18 febbraio 2014 portò a Roma 50mila piccoli imprenditori sotto il cappello delle cinque associazioni di imprenditori della Rete Imprese Italia. A due anni e otto mesi di distanza, da due delle sigle che compongono quella rete, arrivano giudizi di questo tono: «È la prima legge di Bilancio che mette al centro le piccole e medie imprese», dice a Linkiesta Claudio Carpentieri, responsabile delle politiche fiscali di Cna. «L’Iri al 24% per artigiani e piccole imprese è considerato da Confartigianato un segnale di attenzione da parte del Governo a una delle misure che proprio la Confederazione ha sollecitato per contribuire a ridurre la pressione fiscale sui piccoli imprenditori», dice invece una nota di Confartigianato.

A far scattare la pace tra governo e artigiani - che sono tanti e voteranno al referendum del 4 dicembre - è soprattutto l’introduzione dell’Iri. Finora le società di persone (società a nome colettivo e società individuali) si vedevano applicata, per i redditi di impresa, la tassazione per scaglioni dell’Irpef, l’imposta sulle persone fisiche, sia che lasciassero i redditi in azienda sia che usassero l’utile per usi personali e falimiari. Risultato? Bassissimo incentivo a patrimonializzare le piccole imprese. Ora l’Iri tassa al 24% tutto il reddito che viene lasciato in azienda. Il resto viene assoggettato all’Irpef: per chi rientra in scaglioni superiori (l’Irpef arriva al 43%) e per chi vive in comuni e regioni con addizionali locali molto alte, conviene molto tenere più soldi possibili in azienda.

Per capire gli effetti totali bisogna poi considerare anche le detrazioni: dalle ristrutturazioni di casa alle spese mediche, passando per i contributi previdenziali. Un tentativo di capire i possibili effetti lo ha fatto Il Sole 24 Ore di lunedì 17 ottobre. Al netto di tutte le variabili, quello che emerge è che i vantaggi ci sono soprattutto per le “maggiori tra le piccole”: nella simulazione vedevano scendere le tasse di oltre 5mila euro (con ipotesi di reddito imponibile Irpef attuale di 71mila euro), mentre chi si fermava a 30mila euro di reddito aveva un vantaggio di poche centinaia di euro. Il motivo? Chi ha redditi di impresa bassi deve prenderne necessariamente una fetta maggiore per le proprie esigenze. «Tutto il reddito superiore a 15mila euro non conviene distribuirlo», spiega Carpentieri. «Ma se non si distribuisce non si campa». Un reddito personale minimo per “campare”, aggiunge, si può ipotizzare a 30mila euro. Quindi, per i soci di aziende che raggiungessero questa cifra con altri redditi, come affitti di case, dividendi o altri redditi da lavoro dipendente (pensiamo agli insegnanti con secondi lavori), l’Iri è solo un vantaggio. Per gli altri, i vantaggi non sono scontati. «Stiamo facendo delle stime, avremo i risultati precisi a fine settimana», premette Carpentieri. «Ma - conclude - a spanne saranno circa 500mila le imprese che beneficeranno dell’Iri, su una platea di 2,8 milioni di società di persone».

«Tutto il reddito superiore a 15mila euro non conviene distribuirlo. Ma se non si distribuisce non si campa»

Claudio Carpentieri, responsabile delle politiche fiscali di Cna

Gli altri, quindi, si tengono la beffa? «No, perché le aziende non strutturate, cioè le rimanenti 2,3 milioni, potranno beneficiare della tassazione per cassa», cioè della possibilità di pagare le tasse solo su quanto incassato e non su quanto fatturato. «Sono due misure di equità complementari, a cui si somma la revisione degli studi di settore: sono tre misure che abbiamo chiesto negli ultimi tre anni».

C’è anche un altro parametro da considerare, nella somma di vantaggi e svantaggi: si abbasserà l’Ace, la misura di “Aiuto alla crescita economica” che incentiva - come l’Iri - la patrimonializzazione delle imprese. Per farla breve, se le imprese lasciano i soldi nelle imprese, invece che investirli in obbligazioni, hanno la possibilità di dedurre il 4% dai redditi di impresa. Nel 2017 la percentuale si abbassa al 2,3%. Per essere più precisi, per le società di persone questo coefficiente di remunerazione si applica a tutto il patrimonio, mentre per quelle di capitali (soggette all’Ires), l’Ace si calcola sulla somma algebrica di utili accantonati, conferimenti di soci e distribuzioni di utili. Ora lo stesso metodo di calcolo si applicherà alle società di persone che sceglieranno l’Iri: quindi la convenienza dell’Ace si ridurrà molto. «Gli effetti ci saranno, ma solo per le imprese maggiori. Chi ha un patrimonio di mille euro non sentirà certo la differenza dell’abbassamento dell’Ace, come chi ha un patrimonio di 20 milioni», dice il responsabile fiscale della Cna. «In alcune realtà la riduzione dell’Ace sarà uno svantaggio reale, ma il loro patrimonio netto è notoriamente molto ridotto», spiega Pasquale Saggese, ricercatore della Fondazione Nazionale dei Commercialisti.

«Dalle indiscrezioni sembra che l’adozione dell’iri sia opzionale e che, per chi sceglierà, ci sarà un periodo minimo di permanenza di tre o cinque anni»

Pasquale Saggese, ricercatore della Fondazione Nazionale dei Commercialisti

Ci sarà quindi chi avrà vantaggi e chi no. La buona notizia è che si potrà scegliere. «Non c’è ancora il testo della legge di Bilancio, ma dalle indiscrezioni sembra che l’adozione dell’iri sia opzionale e che, per chi sceglierà, ci sarà un periodo minimo di permanenza di tre o cinque anni», aggiunge Saggese.

Il momento della scelta sarà un momento di calcoli piuttosto complicati. La complessità, dice Carpentieri, «è la nota stonata di questa legge di Bilancio. Aumenta la complessità e aumentano gli adempimenti, come nel caso dello spesometro: da una comunicazione annuale si passa a una trimestrale». Mentre su un’altra misura che il governo ha fatto guardando ai piccoli imprenditori, cioè l’aboLizione di Equitalia, il responsabile fiscale dell’associazione degli artigiani si mostra cauto: «Come associazione non siamo favorevoli ai condoni, per questione di equità verso chi ha pagato le tasse. Di certo negli anni passati non abbiamo condiviso alcuni modi di agire di Equitalia. Ma derivavano dalle leggi, non dalla struttura. Tanto è vero che negli ultimi anni le regole sono cambiate, per esempio sul pignoramento della prima casa, e le proteste sono diminuite. Non importa il nome che avrà la nuova entità, quello che importa sono le regole».

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