Discografici schiavi delle radio: tante frequenze, stessa (brutta) musica

Sempre le solite canzoni, di solito pure bruttine: se si passa una giornata sulle principali radio nazionali ci si accorge che i discografici ormai dipendono dai diktat dei radiofonici, quando dovrebbero essere loro a dettare la linea

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19 Ottobre Ott 2016 1215 19 ottobre 2016 19 Ottobre 2016 - 12:15

Scrivere una lettera aperta rivolta a persone cui potresti tranquillamente scrivere in privato è un atto preciso, pubblico, quasi politico. Si scrive a Tizio ma al tempo stesso si scrive anche a tutti gli altri, per far sapere che si scrive a Tizio. Solo che Tizio, sapendo che uno gli ha scritto e sapendo che anche tutti gli altri ne sono a conoscenza, in qualche modo è costretto a prendere in considerazione quello che riceve, in teoria anche a rispondere. Quindi, se si scrive una lettera aperta a qualcuno cui si potrebbe tranquillamente scrivere in privato si compie quasi una forzatura, si mette il proprio interlocutore nella non simpatica condizione di avere di fronte una platea, volente o nolente, e nel farlo ci si espone, perché si mette in moto un'iniziativa che potrebbe cambiare qualche equilibrio.

È con questa consapevolezza che mi appresto a scrivere questa lettera pubblica, non rivolta a una sola persona, ma a tre. E non a tre persone qualsiasi, ma ai tre presidenti delle major discografiche operanti in Italia, Marco Alboni di Warner, Alessandro Massara di Universal e Andrea Rosi di Sony, persone che conosco di persona, che mi capita di incontrare per lavoro, che mi capita anche di andare a trovare per lavoro.

Il motivo di questa mia lettera pubblica, signori presidenti, è semplice. Per lavoro mi occupo di musica, lo sapete. Tra le altre cose, quindi, ahimé, mi occupo anche di di tenere monitorate le radio italiane, per capire che musica gira intorno, tanto per citare uno che qualche hit nella vita l'ha scritta. Quell'ahimé esprime già a sufficienza il mio giudizio sullo stato attuale dell'arte, ma forse è il caso di andare un po' più in profondità. Lasciando perdere le realtà locali, che spesso agiscono fuori dalle mere logiche imposte dal mercato (spesso ma non sempre), concentrandosi quindi sui principali network nazionali, il quadro che ci si può fare riguardo lo stato di salute della musica italiana è davvero agghiacciante.

Innanzitutto si nota, anche senza voler essere troppo pignoli, un numero assai ristretto di canzoni in rotazione. Uno si immagina, o dovrebbe potersi immaginare, che la molteplicità di offerta in qualche modo consenta una pluralità di scelta. Invece niente. Facendo ascolti random per tutti i network principali si ascolta, con qualche sporadica eccezione, praticamente sempre la stessa musica. La stessa brutta musica.

L'eccezione è data, in alcuni casi, dalla specificità di alcuni nomi, tipo i brani di matrice rock in un contesto come Virgin Radio, la dance su M2O, o una musica di orientamento adulto in realtà come Radio Montecarlo e Capital, ma per il resto davvero poca scelta, poco più di trenta brani in heavy rotation, sempre gli stessi. Parlo di brani che passino in radio con una certa frequenza, ma questo lo avevate già capito, ovviamente. Chiaro, fa eccezioni Rtl 102.5, perché in quanto titolare dell'etichetta Baraonda, co-titolare dell'etichetta Ultrasuoni, e editori di tutta una serie di artisti italiani, orienta i propri palinsesti nella reiterazione dei propri artisti, cercando, fortunatamente non sempre riuscendoci, di imporre nomi altrimenti assenti nelle altre frequenze. Inutile fare esempi, già li conoscete.

Ma non è certo di The Kolors, Modà, Chiara Grispo o Bianca Atzei che voglio parlarvi, non vi riguarda, non vi interessa, se non, magari, per un lievissimo conflitto di interessi che potrebbe spingervi a alzare un pochino la voce. No, a me interessa più porvi una semplice domanda riguardo alle canzoni che passano un po' tutti, le poche canzoni cui facevo cenno prima, quelle destinate a diventare hit radiofoniche.

La domanda è questa: perché? Nel senso. Perché permettete tutto questo? Perché lasciate che siano altre persone a dettare le linee del vostro lavoro?

Perché demandate ai direttori artistici, Santo Iddio, i direttori artistici delle radio, la scelta su quello che passerà o non passerà, andando in sostanza a sostituire quello che, a ben vedere, dovrebbe essere il lavoro di voi discografici, magari non proprio voi presidenti, ma i vostri A&R?

Cari discografici, iniziate a trattare gli uomini delle radio come gente che necessita della vostra materia prima, smettetela di seguire i loro diktat. Vi dicono che una canzone senza cassa dritta non funziona? Voi fategli sentire Non me lo so spiegare di Tiziano Ferro o Feel di Robbie Williams e mandateli a cagare.

Non vi basta aver appaltato ai talent, Santa Maria De Filippi e il suo Amici, gestito non a caso dalla Fascino in combutta proprio con Rtl 102.5, innanzitutto, e a seguire X Factor, il compito di fare scouting (questo, va detto, toglie momentamente dai destinatari della mia missiva il presidente della Sony, che con X Factor ha direttamente a che fare), non vi accontentate neanche delle briciole e lasciate alle radio quel che resta della torta?

Non dico che dovete essere come il protagonista di Empire, che si compra direttamente le radio, ma almeno di non farsi tappetino per chi le radio già se le è comprate.

Mi spiego meglio. Calma e sangue freddo. Col vostro lavoro, parlo della musica italiana, ovviamente, fornite quotidianamente materia prima alle radio nazionali. Materia prima essenziale, perché senza la materia prima non si vive, è noto. Materia prima di cui, però, loro, le radio nazionali, fanno un po' quel che vogliono. Decidono se vanno bene o meno, vi prendono le edizioni, impongono imbarazzanti featuring e connessioni, falsano il mercato a loro piacimento, ignare del fatto che, volendo, oggi ci sarebbe quel simpatico giocattolino chiamato internet, che si è presa di forza una intera generazione, i tanto ambiti millennials, alla faccia delle radio e anche delle televisioni. Ma tornando alle radio, loro stanno lì che fanno la voce grossa, fanno e disfano, senza se e senza ma. Alla fine, magari, voi avete investito decine di migliaia di euro per un singolo, seguendo per altro quelle che sono le indicazioni dei direttori artistici delle radio e loro, le radio, decidono di non passarlo. Cambiano idea. Cestinano quello a cui tenete, impongono quello che per voi è irrilevante. Impongono, o così credono e vi lasciano credere, un immaginario che diventa giocoforza quello dominante, perché non c'è niente come il ripetersi una cazzata per farla diventare reale.

Ecco, Marco Alboni, Alessandro Massara, Andrea Rosi, questa è la domanda per voi: perché? Siete o non siete voi a fornire la materia prima alle radio? Siete o non siete voi a pagare la benzina che manda avanti il motore col quale la radio viaggia? Siete o non siete voi a produrre la fetta più importante del mercato musicale?

Lo siete, allora iniziate a trattare gli uomini delle radio come gente che necessita della vostra materia prima, smettetela di seguire i loro diktat. Vi dicono che una canzone senza cassa dritta non funziona? Voi fategli sentire Non me lo so spiegare di Tiziano Ferro o Feel di Robbie Williams e mandateli a cagare.

Vi dicono che questo o quell'argomento nel testo no, non lo dovete mettere, e voi fate esattamente il contrario, mostrate i muscoli e metteteli in un angolo. Non lasciate alle radio (e alla televisione) il veto su quello che può o non può essere prodotto oggi in Italia.

Fate come vi pare, voi e i vostri collaboratori. Tanto, oggi come oggi, non sta succedendo niente di rilevante, e come risultato avete solo prodotto tanta brutta musica.

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