Viva il Big Mac in piazza Duomo a Firenze, contro chi vuole che l’Italia diventi un museo

Il sindaco Nardella e l’Unesco si schierano contro la multinazionale americana. Un errore colossale, figlio della nostra allergia al mercato e alla competizione. Ma è rinunciando alle sfide della globalizzazione che si muore, non accettandole

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19 Ottobre Ott 2016 1100 19 ottobre 2016 19 Ottobre 2016 - 11:00
Messe Frankfurt

Vietato mangiare un Big Mac in piazza Duomo a Firenze. Questo, in estrema sintesi, quel che sottende il veto del sindaco del capoluogo toscano Dario Nardella e della commissione Unesco di Palazzo Vecchio, che ha impedito a McDonald’s di aprire un locale di fronte al Battistero, al posto di un negozio di articoli sportivi. Tra le motivazioni del no dell’Unesco, il fatto che la multinazionale americana usi prodotti surgelati, che il logo abbia “troppo impatto” e che i prodotti locali che l’azienda venderebbe in modo da ottemperare il regolamento stesso siano legati a promozioni stagionali e comunque “evidentemente non prevalenti”.

Difficile trovare motivazioni più pretestuose di queste. È evidente dai rendering, ad esempio, che il logo e il brand di McDonald’s non siano né più grande, né più impattante di quelli di Patrizia Pepe o di Swatch, solo per citare due flagship store presenti nella medesima piazza. E allo stesso modo è difficile credere che nessuno degli altri esercizi che somministrano cibo e bevande non vendano allo stesso modo prodotti surgelati. O che sia un problema di salute, visto che - per dire - ci sono diverse tabaccherie in piazza. O ancora, che la prevalenza dei prodotti sia un problema di offerta e non di domanda: se si vendono più Big Mac che panini alla chianina è perché evidentemente questo è quel che vogliono i consumatori.

Il problema è evidentemente ideologico. E si fonda ancora una volta su quella che l’Economist, parlando dell’Italia e del suo declino, ha definito come la via dei «territori santificati» e delle «tradizioni immaginarie canonizzate dallo Stato». Una via che, secondo il più importante settimanale economico del mondo, conduce «alla paralisi e alla fossilizzazione». Di più: che ne è la causa. Difficile dar loro torto: la giusta difesa delle nostre tradizioni produttive, la meritoria domanda di trasparenza sull’origine e sulla provenienza di ciò che mangiamo, la sacrosanta promozione della qualità sopra ogni cosa è degenerata in una progressiva museificazione della nostra inventiva, di cristallizzazione dei nostri talenti. Tutto a scapito della nostra capacità di migliorare, destrutturare, disarticolare e rivoluzionare. In poche parole, innovare.

E pazienza se i centri cittadini sono pieni di negozi monomarca di multinazionali perché così va il mercato degli affitti. Pazienza se la totalità dei fornitori di McDonald’s è fatta di piccoli produttori italiani: chi si vende al nemico, evidentemente, non merita di essere tutelato. Pazienza per la libera scelta dei consumatori e per la libera concorrenza. Pazienza. A Firenze, in Italia, sono la politica e l’Unesco a decidere cosa si mangia

Cosa c’entra tutto questo con McDonald’s?, direte voi. C’entra. Perché la multinazionale americana, pur essendo oggi lontana parente di quella degli anni ’80 e ’90, è comunque il simbolo della globalizzazione alimentare, cui noi contrapponiamo la religione della denominazione d’origine e dei dispositivi di produzione. No pasaran, quindi. E pazienza se i centri cittadini sono pieni di negozi monomarca di multinazionali perché così va il mercato degli affitti. Pazienza se la totalità dei fornitori di McDonald’s è fatta di piccoli produttori italiani: chi si vende al “nemico”, evidentemente, non merita di essere tutelato, né promosso. Pazienza per la libera scelta dei consumatori e per la libera concorrenza. Pazienza. A Firenze, in Italia, sono la politica e l’Unesco a decidere cosa si mangia.

Dubitiamo che questa strada porterà da qualche parte. Le botteghe che vendono lampredotto e finocchiona non avranno incentivi a migliorare la loro offerta e magari ad abbassare i prezzi al livello della catena americana. Ai produttori locali sarà preclusa la possibilità di avere una vetrina all’interno di una delle più importanti catene di ristorazione del mondo. La maggioranza dei nostri produttori e ristoratori continuerà a vivacchiare della propria rendita di posizione. L’apertura globale sarà sempre vista come qualcosa da cui proteggersi con unghie, denti e delibere, anziché terra vergine da conquistare grazie a una cultura alimentare, la nostra, che ha pochi uguali nel pianeta. Il mercato come qualcosa di cui aver paura.

Soprattutto, continueremo a dimenticarci che ogni patrimonio storico è nato contemporaneo. Che ogni tradizione è stata un innovazione. Che ogni identità è figlia di una contaminazione. E che non sarà mai un McDonald’s, o cento, o mille, a uccidere la competitività della nostra food economy. Semmai, soffocherà sotto la teca in cui la stiamo imprigionando.

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