Chi l'ha visto? Quando Marco Giampaolo sparì nel nulla

Cronaca di un naufragio: quei giorni di settembre in cui non si ebbero più notizie dell'allenatore all'epoca in carica al Brescia, raccontati da Valderrama.it

Giampaolo
21 Ottobre Ott 2016 1038 21 ottobre 2016 21 Ottobre 2016 - 10:38

15 settembre del 2013 all’Idroscalo di Milano. Il campione di formula 2 di motonautica, Paolo Zantelli, concorre per il “Gran Premio città di Milano” valido per il campionato europeo di categoria. L’imbarcazione del pilota quarantottenne tocca quella di Jelf Owen, si alza in volo ruotando a 360 gradi ma non riesce a completare il suo looping. Il motoscafo sprofonda nell’acqua. Paolo Zantelli perde la vita, lasciando la moglie Milena e il figlio di 6 anni, Giampaolo.

Il 21 settembre del 2013 al Mario Rigamonti il Brescia affronta il Crotone. I due allenatori, Drago e Giampaolo, mascherano la tensione per la partita partecipando con espressione solenne al minuto di silenzio in onore di Zantelli. I tifosi di casa, smanicati o a petto nudo nella curva esposta al tenue sole del primo giorno d’autunno, interrompono il silenzio con il consueto applauso, ansiosi di assistere alla gara. È il Crotone dei giovani di Drago: Crisetig, Dezi, Cataldi e Bernardeschi. Proprio quest’ultimo insacca un pallone a porta vuota, dopo l’uscita sbagliata di Cragno, portando i calabresi in vantaggio dopo 39 minuti. La difesa del Brescia sbanda, e al 41esimo permette a Pettinari di segnare il 2-0. La reazione dei padroni di casa, con il gol del difensore Di Cesare all’inizio del secondo tempo, non serve a nulla. Le espressioni di Giampaolo, durante l’intera partita, sono altalenanti. A tratti il suo viso è immobile, contratto, con gli occhi sgranati.

Un uomo della Digos, in occhiali da sole, si avvicina all’allenatore. “Uè mister, cà scoppia nu’ putiferio. Vall’ a discere na parola a questi spatriati, facci passà na’ jurnata tranquilla che sennò cà non ce ne jamme chiù.”

Alle volte sembra digrignare i denti, senza riuscire a urlare, impotente, come accade durante alcuni sogni. Non è chiaro se serrando la mascella tenti di arginare i demoni che ne abitano il corpo, o se provi a preservare la fioca scintilla di vitalità che ancora ne muove l’esistenza. Giampaolo è arrivato a Brescia dopo 600 giorni di inattività, in un clima che è al contempo di diffidenza e di rispetto per quello che è ancora, e nonostante tutto, considerato uno degli allenatori di prospettiva del calcio italiano. Ha firmato un biennale. Il presidente Corioni lo ha voluto incontrare di persona, nonostante le rassicurazioni del ds Iaconi, mentore dell’allenatore. Il patron è una vecchia volpe e non si fida di un uomo che ha passato quasi due anni seduto su un divano in ciabatte, che ha perso il contatto con il campo, i calciatori, la stampa. Un uomo che ha perso il contatto con il tempo. Corioni ha usato parole come “progetto ad ampio respiro”, e Giampaolo ha annuito, senza dargli troppa soddisfazione, inalando lentamente e a intermittenza l’aria pregna di umidità e diserbanti del centro sportivo. Il suo respiro è innaturale, forzato, come se da un momento all’altro dovesse resistere ad una lunga apnea. Già durante il ritiro si è accorto che la squadra, proclamata dalla dirigenza come “da promozione”, è in realtà una accozzaglia di tante bandiere sbiadite e di pochi ragazzini imberbi.

Mentre la squadra esce dal campo avvilita, la curva invoca il ritorno di Calori. Un uomo della Digos, in occhiali da sole, si avvicina all’allenatore. “Uè mister, cà scoppia nu’ putiferio. Vall’ a discere na parola a questi spatriati, facci passà na’ jurnata tranquilla che sennò cà non ce ne jamme chiù.”


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