E il referendum blocca pure i centri commerciali

L’inizio del 2016 ha visto un raddoppio degli investimenti in shopping center in Italia. Una inversione di tendenza dopo un 2015 disastroso. Ma i gestori dei fondi internazionali avvertono: da quando Renzi ha legato il suo destino a quello del referendum, tutto si è fermato

Centro Commerciale Triste

(Chris Hondros/Getty Images)

21 Ottobre Ott 2016 1500 21 ottobre 2016 21 Ottobre 2016 - 15:00
Messe Frankfurt

Hold”: aspettare, congelare gli investimenti. È il nuovo mantra degli operatori internazionali sul mercato italiano. Il motivo? Sempre quello, il referendum costituzionale. Fino al 4 dicembre non è ferma solo l’attività legislativa, ma un bel pezzo di economia reale. Se ne è avuta un’ulteriore dimostrazione durante il quarto convegno “Centri commerciali e investitori”, organizzato il 20 ottobre a Milano dal Consiglio nazionale dei centri commerciali, Cncc. «Gli investitori internazionali hanno messo l’Italia “on hold”, dopo che Matteo Renzi ha detto che si sarebbe dimesso in caso di sconfitta al referendum. Per noi questo è un grosso problema», ha detto durante una tavola rotonda Sandro Campora, country manager per l’Italia di Cbre Global Investors. Inizialmente, ha aggiunto a margine del convegno a Linkiesta, il referendum era visto come una faccenda interna all’Italia, che interessava poco gli investimenti. «Appena hanno avuto la percezione che in gioco ci fosse la stabilità del governo, le cose sono cambiate. Già ora abbiamo dovuto congelare alcuni progetti».

Stessa diagnosi da parte di Massimo Moretti, presidente del Cncc e head of retail di Beni Stabili Siiq: «A prescindere dal merito della riforma costituzionale, il Paese ora viene visto come capace di riformarsi o no. E soprattutto, il tema è diventato settimana dopo settimana la stabilità del governo». Sembra di essere davanti a un paradosso: più il premier Renzi dice di voler spersonalizzare il referendum, più la ricerca di appoggi esterni, a partire da quello di Barack Obama, alza l’attenzione internazionale per l’esito del quesito e crea ansia sulla tenuta dell’esecutivo. «Le affermazioni di Renzi non hanno aiutato - dice Mario Pellò, head of investment Italy di TH Real Estate -. Ma c’è da dire che c’era già un “hold” fino al 4 dicembre da parte degli investitori internazionali». Cosa vuol dire in termini pratici un “hold”? «Che tutti lavorano ma nessuno, o quasi, chiude le operazioni. Noi, però, non abbiamo questo problema, continuiamo con i programmi perché i nostri capitali sono per lo più di origine europea e in Europa alcune logiche politiche italiane si capiscono di più. Non è lo stesso per gli investitori asiatici». L’evoluzione attesa, aggiunge Pellò, è che ci sia uno stop degli investimenti fino a che non ci sia un chiarimento su un eventuale nuovo governo. «E dipende da quale sarà - conclude -. Parliamoci chiaro: con un governo ostile ai centri commerciali, i capitali si raffredderebbero. Anche se il capitale in circolazione ora è talmente tanto che gli investimenti in parte continueranno».

«Le affermazioni di Renzi non hanno aiutato. Ma c’è da dire che era già stato deciso un “hold” fino al 4 dicembre da parte degli investitori internazionali. Questo significa che tutti lavorano ma nessuno, o quasi, chiude le operazioni»

Mario Pellò, head of investment Italy di TH Real Estate

Il paradosso è che queste preoccupazioni vengono espresse in un anno di forte ripresa per gli investimenti. I volumi dei primi novi mesi dall’anno di investimenti in asset retail sono stati pari a circa 1,5 miliardi, il doppio dello stesso periodo dell’anno scorso e già il 30% in più rispetto all’intero 2015. Un trend ancora più forte degli investimenti nell’intero settore immobiliare commerciale, saliti - come ha evidenziato una presentazione di JLL - del 14% nei primi tre trimestri. Mentre in Europa, e in particolare nel Regno Unito e Germania, gli investimenti hanno tirato il freno a mano, l’Italia è stata considerata dagli investitori tra i “nuovi mercati” su cui puntare, assieme a Irlanda e Polonia (fonte JLL).

Le tendenze, secondo Maddalena Panu, responsabile della ricerca del Cncc e della società Larry Smith, sono tre. Dopo qualche anno ricominciano le aperture di importanti strutture commerciali. Dopo Il Centro di Arese ed Elnòs (il nostro, ndr) a Roncadelle (Brescia), sono prossime le inaugurazioni di quattro nuovi centri: il più famoso è Scalo Milano, a Locate Trivulzi (Milano). Gli altri sono il Maremà a Grosseto e due strutture al Sud: Grandapulia a Foggia e Le Cotoniere a Salerno. Oltre alle aperture, quest’anno sono continuate le ristrutturazioni e gli ampliamenti (42% dei progetti in pipeline per il 2016 e 2017) e vengono realizzati molti più retail park (gli spazi con grandi “box” indipendenti, non uniti da una galleria), che hanno un investimento contenuto, struttura flessibile e una commercializzazione meno rischiosa.

Quanto all’andamento commerciale dei centri, un iniziale exploit all’inizio dell’anno (+4% di affluenze a gennaio), ha lasciato spazio a un progressivo rallentamento, fino ai valori inferiori all’anno precedente registrati ad agosto e settembre. Lo stesso vale per i fatturati dei negozi nei centri commerciali, positivi nel primo trimestre e piatti nel secondo. A sorpresa, è stata la ristorazione la categoria di punti vendita che è andata peggio come fatturati (-0,3% nell’anno mobile luglio 2015-giugno 2016). Qualcosa di inaspettato, perché una delle poche certezze del settore era la necessità di far crescere gli spazi dedicati al food. E che probabilmente si spiega con l’ottimo risultato del 2015. In questo caso il referendum non c’entra.

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