Vogliamo cambiare l’Europa perché non siamo capaci di cambiare l’Italia

Ora tiriamo in ballo terremoto e migranti, ma sono anni che mendichiamo un briciolo di spesa pubblica in più. E lo facciamo perché non sappiamo ridurre il debito pubblico e gli sprechi. Bentornati nella Prima Repubblica

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24 Ottobre Ott 2016 1113 24 ottobre 2016 24 Ottobre 2016 - 11:13
Messe Frankfurt

«L’Europa deve scegliere da che parte stare. Può accettare il fatto che il nostro deficit passi dal 2 al 2,3% del Pil per far fronte all’emergenza terremoto oppure a quella dei migranti. Oppure scegliere la strada ungherese, quella che ai migranti oppone i muri, e che va rigettata. Altrimenti sarebbe l’inizio della fine». Così il ministro dell'economia Piercarlo Padoan in un’intervista concessa sabato 22 ottobre a La Repubblica. Una frase di buon senso, inoppugnabile nel suo fotografare il bivio in cui si trovano di fronte Bruxelles (e Berlino): scegliere se stare col Sud o con l’Est del Vecchio Continente.

Dovessimo fermarci alla fotografia, non avremmo dubbi su quale sia la strada giusta, quella che meglio (o meno peggio) sposa i valori di chi firmò il Trattato di Roma nel 1957. E probabilmente Renzi e Padoan confidano che pure gli Eurocrati lo sappiano. Il problema è nostro, però, non loro. Perché se siamo davvero onesti con noi stessi e non ci limitiamo alla fotografia, al presente, alla geopolitica internazionale non possiamo fare a meno di notare come il crinale su cui abbiamo apparecchiato la discussione sia la più classica delle paraculate per cui siamo famosi: spostare l’attenzione su altre questioni per evitare che si parli del nostro debito pubblico e di come usiamo i soldi dello Stato. Parafrasando Tomasi di Lampedusa - non ce ne voglia: cambiare l’Europa per evitare di cambiare l’Italia.

L’aveva detto in tempi non sospetti il governatore della Bundesbank Jens Weidmann: con il quantitative easing e gli acquisti di titoli di debito pubblico da parte della Banca Centrale Europea i Paesi mediterranei (leggi: l’Italia) torneranno a disobbedire alle regole di bilancio e ad aumentare spesa e debito. Noi avevamo spergiurato che non sarebbe andata così. Che quegli acquisti sarebbero stati necessari per la crescita e per combattere la deflazione. Che mai e poi mani saremmo venuti meno ai patti. Risultato? L’inflazione non si vede nemmeno col binocolo. La crescita (bassa) c’è ovunque tranne che in Italia. Ma spesa e debito tricolori, in compenso, sono ricominciati a crescere. Come volevasi dimostrare.

Qui starebbe, in fondo, il vero spartiacque tra la Prima Repubblica e la Seconda Repubblica. Si possono cambiare i nomi dei partiti, i protagonisti, le regole del gioco, la Costituzione, tutto quello che volete. Ma nessun cambiamento sarà davvero tale se non si cambia la nostra dipendenza tossica dalla spesa pubblica

E vien da ridere a pensare che ci sia chi è contento di questo ennesimo colpo gobbo. Come se essere riusciti a fregare i paladini dell’austerità valga da solo il prezzo del biglietto. E non importa che in rapporto al Pil, abbiamo il più oneroso debito pubblico del mondo. Non importa che quando Draghi deciderà che è tempo di smettere di comprare i nostri Btp ricominceremo a ballare la danza dello spread. Non importa se con spese, debiti e clientele si cammini solo se tira vento, e comunque meno degli altri. E nemmeno che la scelta di non ridurre il debito pubblico sia una bomba innescata consegnata nelle mani delle future generazioni. Che nel nome dei privilegi dei loro nonni e bisnonni avranno ancora meno diritti di quelli che ha chi è giovane oggi.

Qui starebbe, in fondo, il vero spartiacque tra la Prima Repubblica e la Seconda Repubblica. Si possono cambiare i nomi dei partiti, i protagonisti, le regole del gioco, la Costituzione, tutto quello che volete. Ma nessun cambiamento sarà davvero tale se non si cambia la nostra dipendenza tossica dalla spesa pubblica, fino a che non si assume l’impegno della riduzione del debito come obiettivo di breve termine, fino a che non ci togliamo dalla testa che lo Stato non è - a tutti i livelli - un poltronificio per amici e clienti e che il posto pubblico fisso non è un ammortizzatore sociale. Il giorno che Padoan o Renzi o qualunque rappresentante del governo italiano dirà questo, senza scomodare strumentalmente terremoti e barconi per non doverne parlare, sarà un gran giorno per l’Italia.

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