La fuga di Natale delle banche dal Regno Unito? Una bufala

Titoli di giornali e fiumi di inchiostro a parte, cosa c’è di vero nella storia delle banche che starebbero per scappare dalla city e dalla Gran Bretagna? Ben poco, a quanto pare

City London St Paul

(Matthew Lloyd/Getty Images)

Matthew Lloyd/Getty Images

25 Ottobre Ott 2016 0825 25 ottobre 2016 25 Ottobre 2016 - 08:25
Messe Frankfurt

Natale, si fanno le valigie. L’immagine quasi dickensiana degli impiegati delle piccole banche che sotto la neve natalizia portano i cartoni fuori dagli uffici della City di Londra, per trasferirsi a Francoforte o in altre città europee, non poteva non colpire. E infatti alla minaccia lanciata a mezzo stampa alla prima ministra del Regno Unito, Theresa May, dal presidente dell‘associazione bancaria britannica, Anthony Browne, sono stati dedicati fiumi d’inchiostro. E in Italia molte prime pagine. Ma sul fatto che davvero, come detto da Browne, molte piccole banche sono pronte a spostarsi in Europa continentale entro la fine dell’anno a causa della Brexit e che le grandi cominceranno a prepararsi dal primo trimestre dell’anno prossimo, è lo scetticismo a prevalere tra gli operatori. Uno dei tanti italiani che gestiscono attività nella City, Francesco Castelli, responsabile Fixed Income di Banor Capital Ltd., non ha dubbi: «Non conosco banche o altri operatori finanziari che premeranno il famoso “grilletto” entro Natale a causa della Brexit - commenta -. Sarebbe assurdo pensarlo, visto che gli effetti reali si conosceranno solo alla fine delle negoziazioni».

Non si tratta di sottovalutare l’effetto di una hard-Brexit sull’economia britannica e sul suo cuore finanziario. Alberto Gallo, partner e gestore ad Algebris Investments, giovedì 19 ottobre sull’Ft ha messo in fila tutti i segnali preoccupanti e calcolato che una negoziazione dura potrebbe portare a una stagflazione (combinazione di stagnazione e inflazione) costerebbe almeno 140 miliardi di sterline, o il 7,5% del Pil del Regno Unito. Tutte le grandi istituzioni finanziarie stanno preparando post-Brexit, perché un impatto sul mondo della finanza è visto come inevitabile, con una forchetta però molto ampia: conseguenze limitatissime in caso di accordo “alla norvegese”; una riallocazione del 15-30% del personale della finanza in Paesi fuori dal Regno Unito in caso di hard Brexit (la stima è sempre di Alberto Gallo). Se si considera che nella City lavorano 700mila persone, si capisce che l’impatto sarebbe epocale. Nessuno conosce i piani delle singole banche, che sono confidenziali, ma la logica vorrebbe che le banche aspettino di vedere, se non la fine, almeno l’inizio delle negoziazioni, prima di muoversi. È quello che hanno fatto emergere istituzioni come Goldman Sachs e JP Morgan, così come molte altre. Se si chiede a Bank of America-Merrill Lynch un commento sulle dichiarazioni del presidente dei banchieri britannici, la risposta è di guardare semplicemente alle dichiarazioni attendiste dello scorso settembre: la linea non cambia.

«La mia impressione è che chi chiuderà nelle prossime settimane attività a Londra lo farà in modo speculativo: taglierà business che sarebbero stati eliminati in ogni caso, spostando sulla politica il peso delle decisioni»

Francesco Castelli, responsabile Fixed Income di Banor Capital Ltd

Come si può quindi interpretare l’uscita di Anthony Browne? In due modi. Il più semplice è la pressione sul governo May. L’associazione fa la sua attività di lobbying e manda segnali chiari all’ala più radicale dei conservatori: state andando contro un muro con la retorica della linea dura sui lavoratori stranieri. Ma c’è anche una lettura più maliziosa. «La mia impressione è che chi chiuderà nelle prossime settimane attività a Londra lo farà in modo speculativo - spiega Francesco Castelli di Banor -: taglierà business che sarebbero stati eliminati in ogni caso, spostando sulla politica il peso delle decisioni. Questo sta accadendo soprattutto nel settore “reddito fisso”». Il link con la Brexit sarebbe quindi pretestuoso, tranne che per determinate tipologie di attività. «C’è un settore specifico in cui il ragionamento dell’associazione bancaria britannica vale - aggiunge -: quello delle clearing house per contratti stipulati in euro. La loro attività dall’Inghilterra era già messa in discussione prima del referendum, dato che il Regno Unito è fuori dall’Eurozona. Le società hanno sempre difeso il loro diritto a operare proprio per l’appartenenza all’Ue. Ora la loro presenza viene data per spacciata, qualsiasi tipo di Brexit avvenga».

Sulla necessità di fare dei distinguo sull’impatto delle diverse attività insiste anche Anna Gervasoni, direttore generale dell’Aifi, l’Associazione italiana del private equity che ha aperto da poco anche una sede a Londra. Anche nel caso venisse tolto alle banche e agli operatori finanziari britannici il “passaporto” europeo, alcune attività, come l’investment banking, non ne risentirebbe. Sarebbero invece più toccati tutti quelli che raccolgono denari da cittadini europei, come i fondi di asset management, che a Londra pesano moltissimo in termini di personale impiegato. Anche in questo caso, tuttavia, si dimentica un dettaglio: i grandi fondi di asset management oggi presenti a Londra hanno già oggi sede legale in Irlanda. Non è ancora chiaro che cosa succederebbe in caso di hard Brexit, ma non si può escludere che la vicenda finisca con una irrobustimento della sede irlandese e limitati spostamenti da Londra. «Anche in quel caso - commenta Anna Gervasoni - bisogna però distinguere tra le attività: chi fa distribuzione di prodotto dovrà essere vicino al mercato da distribuire, cioè nell’Unione europea, mentre chi pensa i prodotti può essere ovunque e chi effettua gli investimenti ha molta libertà sulla sede».

I grandi fondi di asset management oggi presenti a Londra hanno già oggi sede legale in Irlanda. Non è ancora chiaro che cosa succederebbe in caso di hard Brexit, ma non si può escludere che la vicenda finisca con una irrobustimento della sede irlandese e limitati spostamenti da Londra

Un’altra ipotesi di spostamento delle banche, indipendentemente dall’esito della Brexit circa le possibilità di azione del settore finanziario, è connessa a quel che avverrà nell’industria. «Potrebbe succedere che grandi clienti delle banche, come le aziende manifatturiere multinazionali, decidano di spostarsi verso città dell’Europa continentale. A quel punto, le banche potrebbero decidere di spostare delle attività in loro prossimità o di potenziare eventuali sedi oggi secondarie, come Francoforte o magari Milano». Si tratta però, anche per la presidente dell’associazione dei private equity italiani, di decisioni che non avrebbe senso prendere ora. «Spostare un’attività è un’attività complessa anche per una piccola azienda, pone problemi di tipo legale e contrattuale molto forti, oltre che di tipo logistico, per esempio per la ricerca degli spazi in cui trasferirsi. Per una grande azienda sono moltiplicati. In questo clima di colossale incertezza che regna, mi sembra assurdo che ci siano grandi spostamenti di banche. Per questo penso che l’affermazione del presidente dei banchieri britannici vada vista soprattutto come un’uscita a effetto».

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