Tra Erdogan e Putin i curdi finiscono massacrati, nel silenzio dei media

L’accordo tra i due leader: Erdogan si stacca dai ribelli siriani assediati ad Aleppo e in cambio ottiene da Mosca mano libera sui curdi siriani. Gli Usa, nel frattempo, non fanno nulla

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John Moore / Getty Images

25 Ottobre Ott 2016 1050 25 ottobre 2016 25 Ottobre 2016 - 10:50

Ricordate gli eroici combattenti curdi siriani del Ypg? Quelli che hanno liberato Kobane e molte altre città dall’Isis, che hanno proclamato una Costituzione per i loro territori laica, tollerante, democratica e pluralista? Che, da tradizione socialista, hanno un battaglione di donne combattenti (YPJ) e che promuovono la parità di genere anche in tutte le cariche pubbliche? Quelli a cui si sono affiancati centinaia di volontari occidentali (italiani, tedeschi, spagnoli, rumeni, americani, canadesi, norvegesi etc.) per combattere i tagliagole del Califfo? Bene. Da circa una settimana la Turchia – con artiglieria pesante, carri armati e aviazione – e i ribelli filo-turchi che partecipano all’operazione “Scudo dell’Eufrate” li stanno attaccando brutalmente nei dintorni della cittadina di Mare (v. cartina 1). Le vittime sarebbero svariate decine secondo fonti curde, tra cui molti civili, e addirittura centinaia secondo le stime di Ankara.

La situazione a nord di Aleppo: in giallo i curdi siriani, in grigio l’Isis, in grigio-verde turchi e ribelli filo-turchi, in verde brillante i ribelli, in rosso il regime. Gli scontri tra curdi e turchi si concentrano nella zona segnata da X rosse

Dietro questa esplosione di violenza c’è con ogni probabilità un accordo tra Putin ed Erdogan. Da quando è diventato concreto e vicino il rischio per la Turchia che i curdi siriani unificassero i propri territori (il Rojava, o Kurdistan siriano) (v. cartina 2), conquistando la cittadina di al-Bab (v. cartina 1), Erdogan pare aver accantonato l’esigenza di abbattere Assad in Siria. Molto più importante impedire la nascita di una entità curda (e vicina al Pkk) autonoma, se non indipendente, al proprio confine meridionale.

Su queste basi ha potuto trattare col presidente russo: fine del sostegno turco ai ribelli assediati ad Aleppo (anzi, pare addirittura pressing diplomatico per far ritirare dalla città i guerriglieri qaedisti di Jabhat Fatah al-Sham – già al Nousra – che terrebbero praticamente in ostaggio i civili e gli altri insorti che vorrebbero abbandonare la città), in cambio dell’imprescindibile benestare del Cremlino alla repressione dei curdi. Mosca ha infatti il controllo dei cieli della Siria, paradossalmente proprio grazie a un errore tattico di Ankara. A novembre 2015 l’aviazione turca abbatté un caccia-bombardiere russo, accusato di aver violato il suo spazio aereo. La Russia reagì inviando in Siria i sistemi di contraerea S-300 e S-400, molto avanzati, che le garantiscono un totale controllo sul traffico aereo nella regione. E infatti, da allora fino alla riconciliazione post golpe fallito in Turchia tra Erdogan e Putin, in Siria Ankara non ha più potuto agire direttamente. Solo dopo è potuta cominciare l’operazione “Scudo dell’Eufrate”.

La situazione in Siria al 24 ottobre 2016: regime in rosso, curdi in giallo, isis in grigio, ribelli in verde, ribelli filo-turchi e Turchia in grigio-verde. Il lembo di territorio che divide i cantoni curdi, e che passa per al-Bab, misura meno di 50 km

L’accordo in questione – la cui esistenza viene ritenuta estremamente probabile da molti analisti – è un compromesso al ribasso per Erdogan, che ridimensiona fortemente le sue aspirazione neo-ottomane. Il presidente turco però, dopo l’intervento russo del 2015 in Siria e dopo le ripetute sconfitte degli insorti, si è trovato a dover gestire una situazione che oramai vedeva l’interesse strategico nazionale gravemente esposto. Vendendo a Putin un aiuto nel causare la caduta di Aleppo ottiene in cambio una minimizzazione dei danni. Ma proprio perché la parte turca è quella debole, i termini dell’intesa che deve rispettare sembrano molto severi. Se infatti il Cremlino pare aver concesso ai turchi di poter bersagliare i curdi siriani, al fine di impedire che conquistino loro al-Bab, non sembra che abbia invece acconsentito a far conquistare la cittadina ai ribelli appoggiati da Ankara.

Almeno non ancora, anche se la decisione potrebbe arrivare in ogni istante, in base all’evoluzione della battaglia di Aleppo est. Al-Bab si trova infatti appena a 30 km da Aleppo, e Putin forse teme che i ribelli siriani controllati da Erdogan potrebbero non resistere alla tentazione di andare in soccorso ai loro fratelli assediati poco più a sud (alcuni comandanti ribelli hanno anzi rilasciato dichiarazioni proprio in questo senso) se lo scontro fosse ancora aperto. Dunque fino a che la battaglia di Aleppo non sarà vinta (o quasi) da Assad e dai russi, al-Bab potrebbe restare in mano all’Isis. Solo dopo i ribelli filo-turchi potranno inserirsi come un cuneo tra il cantone occidentale curdo di Afrin e quelli orientali di Kobane e Cizre.

In questo scenario il grande assente è l’America, alleata dei curdi nella coalizione anti-Isis. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Joh Kirby, ha dichiarato che gli Stati Uniti non hanno alcun ruolo negli attuali scontri tra curdi e turchi, e che anzi li condannano duramente considerandoli “una boccata di ossigeno” per l’Isis. Parole, a cui per ora però non seguono fatti.

Forse si spera che lo scontro sia ristretto a un’area limitata, che in ogni caso Washington non voleva occupassero i curdi proprio per non esasperare le tensioni con Ankara (anche se i Turchi stanno posizionando mezzi e uomini intorno all’intero cantone di Afrin). Forse pesa la distrazione di un Paese alle soglie di una drammatica elezione, o forse è vero che anche agli Stati Uniti non dispiace che la battaglia di Aleppo si risolva il prima possibile, magari con l’aiuto di Erdogan a Putin, magari sacrificando i curdi sull’altare della trattativa. Abbandonati dagli Usa, barattati da Putin, odiati da Assad (che ora non li attacca, anzi ci si allea in certe zone, ma solo per interesse) e massacrati da Erdogan, si dimostra ancora una volta vero il più antico proverbio curdo: “Non abbiamo altro alleato che le nostre montagne”.

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