Il fotovoltaico italiano sta diventando una discarica

Lo potremmo definire “il paradosso delle rinnovabili”: i prezzi si abbassano, i fondi tornano a investire, ma la qualità dei pannelli sta degenerando. Così la produzione è scesa del 10 per cento

Fotovoltaico Manutenzione

(Sean Gallup/Getty Images)

Sean Gallup/Getty Images

26 Ottobre Ott 2016 1208 26 ottobre 2016 26 Ottobre 2016 - 12:08
Tendenze Online

«Il fotovoltaico italiano, dopo un breve periodo di splendore, rischia di affondare in una palude di incuria e degrado». Sono le conclusioni di una inchiesta condotta dal quotidiano online Qualenergia.it sullo stato degli impianti per l’energia elettrica dal Sole. Quello che emerge è che questi impianti stanno invecchiando male, perché composti da materiali scadenti, oppure mantenuti poco, o ancora sottoposti a furti. È così che si spiega un numero diffuso lunedì 24 ottobre da Terna: il calo del 10% di produzione di energia fotovoltaica nei primi nove mesi dell’anno. Il paradosso è che questa frenata avviene in un momento in cui i costi si stanno abbassando in maniera spettacolare (anche in Italia chi ha grandi stock arriva a pagare i moduli 50 centesimi a watt), i fondi di investimento sono tornati a interessarsi al mercato delle energie rinnovabili italiano e le aziende green quotate in Borsa vanno molto bene. E avviene nell’anno in cui la nuova capacità di produzione di energia da fonti rinnovabili a livello mondiale ha superato per la prima volta quella del carbone: l’ha appena comunicato l’Agenzia internazionale dell’energia e il merito va dato alla spinta di Cina e India. Mentre i nuovi sistemi di accumulo con batterie permettono, soprattutto agli impianti domestici, di rendere conveniente l’investimento in presenza di incentivi non malati, come la detrazione al 50% in dieci anni attualmente prevista in Italia.

Fonte: Terna

Cominciamo dal calo della produzione in Italia. Tra maggio e giugno non la finiva più di piovere: non potrebbe essere semplicemente quello il motivo della minore produzione? No, secondo quanto ha ricostruito per Qualenergia Alessandro Codegoni, contattando alcuni installatori. Al Nord un calo c’è stato, e un installatore torinese lo quantifica attorno al 5%, ma gli operatori del Centro-Sud non segnalano cali di irraggiamento. Quel che bisogna guardare è una sommatoria di fattori. In primo luogo, in Italia si installano molti meno pannelli fotovoltaici di prima. Nel 2015 la potenza installata è cresciuta di appena l’1,5% del totale. Non solo: al conto bisogna togliere circa l’1% a causa del calo di potenza naturale per invecchiamento. Che gli impianti perdano negli anni potenza è fisiologico, se il calo accelera c’è qualche problema. «In genere i pannelli perdono lo 0,7% di produzione ogni anno, ma mi è capitato in un caso di verificare un calo del 7% in tre anni», è la testimonianza di un progettista di impianti ed esperto di verifica e manutenzione, riportata nell’inchiesta.

La minore produzione di energia da fotovoltaico si deve quindi anzitutto alle molte realizzazioni fatte in modo affrettato e con materiali di cattiva qualità. Tra i problemi tecnici più comuni ci sono le “bave di lumaca”, le strisce decolorate sui pannelli che possono ridurre della metà la produzione; oppure problemi agli inverter, ai cavi e ai fusibili. Molti di questi inconvenienti, spiega a Linkiesta Leonardo Berlen, responsabile della redazione e del coordinamento di Qualenergia, si sono riscontrati negli impianti delle prime fasi del Conto energia e in prossimità del decreto “Salva Alcoa”, quando furono concessi tempi molto stretti per le installazioni.

Il fotovoltaico italiano, dopo un breve periodo di splendore, rischia di affondare in una palude di incuria e degrado

L’altro grande problema, per alcuni osservatori ancora maggiore, è quello della manutenzione degli impianti. Per anni è stata diffusa l’idea che, una volta installati i pannelli sul tetto o nei campi, bastasse cambiare gli inverter ogni dieci anni per tenere l’efficienza sotto controllo. In realtà andrebbero fatte delle verifiche periodiche sia sulla loro pulizia che sul loro rendimento. Spesso ci si mette anche la burocrazia, perché mancano le normative di riferimento per la manutenzione, attese a breve dal Gestore dei servizi elettrici. Quelle precedenti - poi ritirate - avevano fatto impazzire il settore, perché prevedevano di usare pannelli con una potenza uguale a quella degli originali, mentre i modelli attuali hanno potenze più alte. «Certe volte toccava costruire costose imitazioni dei vecchi pannelli, usando celle difettose per limitare la potenza», spiega un installatore. C’entrano anche i soldi: il decreto Spalma incentivi, che ha allungato le scadenze per i rimborsi, assieme alle verifiche retroattive sugli incentivi, hanno portato molti operatori a vedersi ridurre i margini e a lasciare gli impianti a loro stessi. Infine c’è la vecchia ma poco nota piaga dei furti, che riguardano sia i pannelli stessi che i cavi di rame.

Berlen è convinto che anche in queste difficoltà si possano vedere delle opportunità: quelle per i manutentori. «La potenza installata nel nostro Paese è notevole. I parvenu che hanno fatto anche danni sono usciti dal mercato. Per quelli rimasti, più strutturati, c’è un potenziale di mercato interessante, soprattutto per gli impianti medi e grandi».

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