Mazzette, corruzione e Grandi Opere: un "amalgama" tutto italiano

Due inchieste sull'asse Roma-Genova mettono nel mirino Terzo Valico e Salerno-Reggio Calabria. «Cemento come colla», dicono gli indagati. E a fare le spese del sistema corruttivo sono, al solito, gli utenti

Terzovalico OK

Cantiere Operativo Novi Ligure - Serravalle imbocco nord/terzovalico.it

27 Ottobre Ott 2016 1000 27 ottobre 2016 27 Ottobre 2016 - 10:00

Ricorrono imprese, colossi delle costruzioni, nomi e cognomi. E non potrebbe essere altrimenti all’interno di indagini che riguardano le grandi opere. Sempre le solite. Nonostante la recente archiviazione delle accuse all’ex superconsulente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza richiesta dalla procura di Firenze. Quell’indagine tuttavia è rimasta in piedi sul versante delle tangenti per la realizzazione delle Grandi opere pubbliche come il nodo Tav di Firenze, sul valico dei Giovi della Genova Milano fino all’autostrada in Libia Eas Eidyer-Emssad, alla Salerno-Reggio Calabria e al porto di Olbia.

Ieri ancora decine di arresti lungo tutto lo stivale sempre tra Grandi Opere e Terzo Valico ferroviario. Sono due distinte inchieste di carabinieri e guardia di finanza a intrecciarsi, da Roma a Genova. Tanti denari pubblici in ballo e un appetito storico anche della criminalità organizzata hanno segnato la storia del Terzo Valico che dal 2021, stando alla tabella di marcia, dovrà collegare Genova a Milano. Limite di spesa fissato a 6,2 miliardi di euro per 53 chilometri di cui 37 in galleria. Regista dell’operazione il consorzio Cociv, ovvero i colossi delle costruzioni italiane: Salini Impregilo, Condotte e Civ.

GLI APPETITI ATTORNO AL TERZO VALICO

Quando nasce l’idea del Terzo Valico, tra l’altro, fa pienamente parte del progetto anche il gruppo Gavio, che poi andrà però a perdere la sua quota in Impregilo nella guerra con Salini. Sponsor della prima ora dell’operazione è anche un certo Fabrizio Palenzona, legatissimo ai Gavio, che vista l’uscita di questi ultimi dall’affare bolla l’opera come «inutile se non si decide che il porto di Genova deve competere con quello di Rotterdam». Il gruppo nel frattempo si è portato a casa una bella fetta della partita dell’Alta Velocità a far data dal 1991 e 450 milioni per l’uscita da Impregilo. Palenzona una miriade di poltrone e potere dalle banche alle autostrade fino agli aeroporti.

Definita la compagnia di giro del passato si guardi al presente. Il Terzo Valico ha fatto dentro e fuori dalle inchieste dell’antimafia, da Torino a Reggio Calabria, passando per Genova e Firenze. Fino a oggi il Cociv si è detto estraneo a ogni addebito. L’ultimo riguardante l’inchiesta Alchemia arrivata a Genova da Reggio Calabria nella calura di fine luglio. «Le notizie pubblicate - scriveva il consorzioio in una nota - non coinvolgono né hanno coinvolto il Consorzio stesso. Ciò che si registra è solo la presenza di alcuni marginali fornitori di servizi, le cui società sono partecipate, in quota di minoranza, da alcuni dei soggetti sottoposti a custodia cautelare nel procedimento penale riportato dagli organi di stampa». Dunque solo qualche subappaltatore un po’ malandrino dietro cui si sono mossi anche movimenti Sì Tav che gli inquirenti ritenevano fomentati dalla mala calabrese.

IL CONSORZIO DEI BIG DELLE COSTRUZIONI AL CENTRO DELLE INCHIESTE

Questa volta però l’inchiesta genovese entra addirittura in uno degli uffici del consorzio con una telecamera nascosta, filma il passaggio di una mazzetta e va ad arrestare il presidente di Cociv e il suo Vice, cioè Michele Longo ed Ettore Pagani e altri sei funzionari del consorzio. Le accuse per i quattordici indagati nell’inchiesta delle Fiamme Gialle sono di corruzione, concussione e turbativa d’asta in relazione all’aggiudicazione di commesse per un valore complessivo di oltre 324 milioni di euro. Immancabili i presunti risparmi sui materiali per la cresta («il cemento sembra colla», si dicono due degli indagati intercettati), appalti in cambio di escort e la più classica delle mazzette.

A collegare tra loro le indagini sulle grandi opere sono pure i «figli di». Questa volta tra gli arrestati c’è Giandomenico Monorchio, imprenditore il cui nome già era emersa nell’inchiesta “Sistema” di Firenze e figlio dell'ex ragioniere generale dello Stato Andrea. La sua Sintel Engineering ha la direzione dei lavori sul Terzo Valico. Indagato a piede libero c’è poi Giuseppe Lunardi, figlio dell’ex ministro dei Trasporti.

Un groviglio talmente armonioso tra corrotti e corruttori che diventa una «amalgama», come la definisce Domenico Gallo, imprenditore che gli inquirenti ritengono al centro degli affari della «cricca». «Chi fa il lavoro, la stazione appaltante, i subappaltatori, deve crearsi l’amalgama, mo è tutt’uno… Perché se ognuno - dice Gallo intercettato - tira e un altro storce non si va avanti. Quando tu fai un lavoro diventi parte integrante di quell’azienda là e devi fare di tutto perché le cose vadano bene, giusto?». L’obiettivo di Gallo, insieme a uno degli altri arrestati, l’ingegnere Giampiero de Michelis, professione direttore dei lavori, è quello di affidare appalti a ditte «vicine» escludendo la concorrenza.

Qui le inchieste di Roma e Genova si intersecano di nuovo e i pm capitolini arrivano al sestomacrolotto della A3 Salerno-Reggio Calabria, la cui inaugurazione è prevista entro fine anno e del cosiddetto «People Mover» di Pisa, ovvero la navetta che collega aeroporto e stazione. Insomma, per far bloccare le grandi opere non c'è bisogno «di qualche comitatino» (Copyright Matteo Renzi) di scalmanati. Questi committenti sono in grado di bloccarsele da soli. E di far lievitare i costi.

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