Razzismo negli Usa: i veri perseguitati dalla polizia americana sono gli indiani

Quello degli indiani d’America è, in proporzione alla popolazione, il gruppo che ha subito più omicidi da parte delle forze dell’ordine. La stampa però, a differenza dei casi di afroamericani uccisi, li ignora

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27 Ottobre Ott 2016 0850 27 ottobre 2016 27 Ottobre 2016 - 08:50

C’è una strage in atto negli Usa, la conduce la polizia e nessuno ne parla: quella dei nativi americani. Secondo i dati raccolti da Mike males, senior researcher al Center on Juvenile and Criminal Justice, a fronte della percentuale della popolazione, i nativi americani (cioè, gli indiani) sono il gruppo che rischia più di tutti di venire ucciso dagli interventi delle forze dell’ordine. Più dei neri americani ma, a differenza di questi, non riceve nemmeno copertura mediatica.

Lo indaga a fondo In These Times. I dati, che comprendono gli omicidi avvenuti dal 1999 al 2014, parlano chiaro: gli indiani hanno una probabilità di essere uccisi dalle forze dell’ordine 3,1 volte superiore rispetto ai bianchi. Dei 29 casi di nativi uccisi tra il 1 maggio 2014 e il 31 ottobre 2015, uno soltanto ha ricevuto una copertura dei giornali “forte”, almeno secondo i criteri di tre ricercatori della Claremont University, che hanno condotto un’indagine sul trattamento giornalistico di queste storie sulle principali testate americane. Gli altri sono stati dimenticati, ignorati o sottovalutati.

Il più seguito, come si diceva, è il caso della morte di Paul Castaway, uno sioux di Rosebud ucciso nel luglio 2016 a Denver mentre minacciava di suicidarsi. Il Denver Post ha scritto sei articoli sulla vicenda (2.577 parole). In confronto, la storia di Daniel Covarrubias, indiano suquamish, morto colpito da un colpo di pistola mentre estraeva il cellulare dalla tasca, ha ricevuto ben 515 parole sul Washington Post e sul New York Times (che lo aveva perfino scambiato per un latino). Gli altri 27 omicidi sono avvenuti nel silenzio dei giornali.

Gli afroamericani, invece, ricevono una copertura incomparabile: i 413 uccisi dalla polizia nello stesso periodo hanno visto centinaia e centinaia di articoli al riguardo, oltre che una grande attenzione per tutte le proteste e le manifestazioni del movimento Black Lives Matter. È qui il punto, sostengono i ricercatori: la risposta dei media è anche una dimostrazione della forza del nuovo movimento, esploso nell’agosto del 2014.

Un esempio lampante è nella copertura di due casi avvenuti nello stesso periodo (dicembre) a Minneapolis. La polizia uccide, più o meno negli stessi giorni Jamar Clark, ragazzo di 24 anni afroamericano, e Philip Quinn, i 30 anni e membro della tribù degli Ojibwe. Il primo è stato ben documentato dei media, è finito sui giornali e sui telegiornali. Il secondo, invece, non è stato neppure notato.

Con questo, insistono, non si vuole in nessun modo togliere legittimità a Black Lives Matter. Né si vuole criticare la copertura giornalistica delle uccisioni di americani neri. Tutt’altro. Il problema semmai è la narrazione, cioè il modo in cui viene inquadrato la questione della razza negli Usa: una divisione tra bianchi e neri (il gruppo più numeroso), dimenticando tutti gli altri gruppi etnici presenti (e sono tanti), anche loro discriminati – si pensi solo ai messicani di Trump.

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