I peggiori nemici dei palestinesi? Sorpresa, sono gli arabi

I Paesi Arabi si tirano indietro: faranno meno donazioni alla Palestina, mentre gli Stati Uniti chiudono i rubinetti, e l’Unione Europea riduce sensibilmente gli aiuti. Eppure l’autorità palestinese non può fare a meno dei finanziamenti

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ABBAS MOMANI/AFP/Getty Images

28 Ottobre Ott 2016 0820 28 ottobre 2016 28 Ottobre 2016 - 08:20

L’ultima versione della contestata risoluzione Unesco sul Monte del Tempio e sui luoghi di Gerusalemme sacri a ebrei, musulmani e cristiani è stata approvata, pur con soli dieci si, dai seguenti Paesi: Angola, Azerbaigian, Burkina Faso, Croazia, Cuba, Finlandia, Indonesia, Giamaica, Kazakistan, Kuwait, Libano, Perù, Filippine, Polonia, Portogallo, Repubblica di Corea, Tanzania, Tunisia, Turchia, Vietnam, Zimbabwe. È possibile immaginare, visto il tono della risoluzione, che gran parte dei voti a favore siano venuti dai Paesi a maggioranza musulmana. Che in quell’elenco sono: Turchia (99,8% di musulmani), Azerbaigian (97%), Tunisia (99%), Libano (55%), Kuwait (76,7%), Indonesia (87,2%) e Kazakhstan (72,2%, dati Cia World Factbook), con l’aiuto magari di Cuba.

Bene. Se uno va a spulciare la lista dei Paesi che concretamente contribuiscono al finanziamento dell’Autorità palestinese, trova quella pattuglia assai poco rappresentata, in gran parte assente. Fomentare le polemiche è una cosa, insomma, cacciare la grana tutta un’altra.

L’organo di autogoverno dei palestinesi vive difatti una profonda crisi economica, che rende sempre più difficile mantenere il pletorico apparato pubblico che serve da ammortizzatore sociale: quasi 200 mila impiegati per 4,5 milioni di persone tra Cisgiordania e Gaza. Da quando fu stabilita nel 1994, in seguito agli Accordi di Oso del 1993, l’autorità ha ricevuto circa 17 miliardi sotto forma di assistenza finanziaria estera. Donazioni di Governi e di privati che, in media, coprivano ogni anno il 35-40% del budget, venendo il resto dalle tasse e dai dazi doganali pagati da Israele. Quest’anno, però, la Banca Mondiale ha reso noto quanto da tempo stava capitando: le donazioni dall’estero sono in calo costante e il buco si allarga a dismisura. Dai 2,7 miliardi del 2008, infatti, si è arrivati agli 800 milioni scarsi del 2015.

Si sono tirati indietro gli Stati Uniti, che versavano quasi 400 milioni l’anno e ora sono prossimi allo zero. Fa economia l’Unione Europea che ha dimezzato i contributi (da 600 a 300 milioni di euro), tirano la cinghia (ai palestinesi) i Paesi arabi, che da 500 milioni complessivi sono scesi a 150. Resistono invece l’Arabia Saudita, Paese tradizionalmente generoso con l’Autorità (quasi 242 milioni nel 2015) e l’Algeria (53 milioni), scomparsi all’orizzonte Emirati Arabi Uniti e Qatar.

Certo, investire sull’Autorità è diventato difficile per molte ragioni. Il declino di Abu Mazen, che resiste al vertice ormai solo come garante di certe rendite di posizione ed è ormai incapace di qualunque seria iniziativa politica, è la prima. Poi ci sono le difficoltà dell’Europa alle prese con i migranti e la crisi economica e la diffidenza degli Usa. Ma il disimpegno finanziario dei Paesi musulmani, molti dei quali benedetti senza particolari meriti dai petrodollari, rispetto alla causa palestinese segnala bene il cambio d’epoca. E anche la vera natura di certe polemiche.

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