Altro che scontro di civiltà, Mosul la liberano i musulmani

Mentre noi parliamo, i soldati iracheni, curdi e turcomanni stanno attaccando Mosul. E i cittadini di Baghdad stanno sopportando una terrificante serie di attentati. Eroi islamici. Che stanno sconfiggendo il Califfato, mentre noi li insultiamo e respingiamo i loro profughi

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AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images

2 Novembre Nov 2016 1052 02 novembre 2016 2 Novembre 2016 - 10:52

Così Mosul, la roccaforte irachena dello Stato Islamico, il luogo in cui venne proclamato la nascita del Califfato, il 29 giugno del 2014, è cinta d’assedio. Non dalle truppe occidentali, o dalla Nato, ma dai peshmerga curdi, dalle milizie sciite, dai combattenti turcomanni e dall’esercito regolare iracheno. Tutti musulmani, o quasi, per la cronaca. Noi? Non pervenuti, se non per il blando appoggio logistico fornito agli assedianti dagli americani, che si dice avrebbero preferito lasciar crescere ancora un po’ lo Stato Islamico, per mettere pressione ad Assad e alla Russia e per non indispettire troppo l’alleato Saudita.

Dietrologie, si dirà. Ma le ambiguità occidentali nella guerra al Califfato stridono con le nostre parole. Ad esempio, con le richieste di dissociazione dagli attacchi terroristici sul suolo europeo - rivendicati o meno che fossero dall’Isis - che abbiamo più volte chiesto al cosiddetto “Islam moderato”, per dissipare ogni dubbio dell’altrui ambiguità. Da simili guardiani della coerenza, insomma, ci saremmo aspettati ben altro piglio e ben altra risolutezza nel cancellare il Califfato dalle mappe mediorientali.

Ci stanno pensando loro a liberarci dall'Isis. Musulmani impavidi, più che moderati. Sciiti, soprattutto, perché questa è soprattutto una guerra intestina al mondo islamico, ma anche sunniti come i peshmerga curdi e i turcomanni. Militari ma anche civili come gli abitanti di Baghdad, che sopportano con stoica fermezza lo stillicidio di attentati suicidi firmati da miliziani dell’Isis che stanno insanguinando da mesi la capitale irachena

E invece ci stanno pensando loro. Musulmani impavidi, più che moderati. Sciiti, soprattutto, perché questa è soprattutto una guerra intestina al mondo islamico, ma anche sunniti come i peshmerga curdi e i turcomanni. Militari ma anche civili come gli abitanti di Baghdad, che sopportano con stoica fermezza lo stillicidio di attentati suicidi firmati da miliziani dell’Isis che stanno insanguinando da mesi la capitale irachena. Per la cronaca: solo nel mese di ottobre ci sono stati un attentato il 1 ottobre (sei morti), uno il 3 (altri cinque morti), uno il 4 (due morti), uno il 15 (trentuno morti e oltre sessanta feriti), uno il 17 (10 morti), ben tre il 27 e cinque, con quindici morti, il 30. Fate voi le somme.

Eccovela, la dissociazione che volevate. Quella di uomini e donne musulmani che stanno andando a morire armi in pugno contro le truppe del Califfo. Quella di cittadini e cittadine che pagano un prezzo quasi quotidiano alla barbarie jihadista. Forse sono loro che dovrebbero chiedere a noi di dissociarci. Noi che stringiamo accordi commerciali e militari con le potenze mediorientali che finanziano l’isis, dall’Arabia agli Emirati. Noi che abbiamo tradito i curdi, dopo averli blanditi come i nostri primi alleati nel carnaio siriano e iracheno. Noi che respingiamo all’uscio di casa chi scappa dall’inferno iracheno e siriano. Noi che inorridiamo quando Putin e Assad bombardano Aleppo, ma non diciamo nulla su quel che i Saud stanno combinando nello Yemen. Noi che abbiamo usato e ancora usiamo l’Isis come agente destabilizzante per evitare mantenere il Medio Oriente in un caos calmo nel quale dividere e comandare, come sempre.

Ricordiamocelo, al prossimo attentato.

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