Usa al voto, come funzionano le elezioni più importanti del mondo

In bilico tra Donald Trump e Hillary Clinton, gli americani devono scegliere il loro prossimo presidente. Ma quali sono le regole che governano il voto statunitense?

Getty Images 155693795
3 Novembre Nov 2016 0824 03 novembre 2016 3 Novembre 2016 - 08:24

È stata la campagna elettorale americana più pazza di sempre. Il merito – se si può chiamarlo così – è stato il più delle volte di uno dei due candidati. Ma anche l’altra non ha scherzato in fatto di scandali e autogol. Mesi e mesi in cui si è parlato di email proibite, di scambi di favori, di muri con il Messico, di deportazioni di messicani, di nasty woman, di abusi sessuali, di festini a base di coca, di tradimenti coniugali, di fondatori dell’Isis, di Wikileaks, di indagini dell’Fbi a orologeria, di condizioni di salute traballanti tenute nascoste, svenimenti e sosia. Non è mancato nulla, è stato tirato in ballo anche il vecchio Putin, accusato di guidare gli attacchi hacker per condizionare il voto (cosa del tutto campata per aria, come ogni persona di buon senso è in grado di capire).

Bene, ma ora appunto si vota. Questa infografica, elaborata da Stampaprint, delinea tutte le caratteristiche principali del voto Usa, come è organizzato e come si svolge. Funziona così:

Ciò che è decisivo, come si sa bene, è il voto dei cosiddetti Grandi Elettori, cioè i 538 delegati che, distribuiti nei 50 Stati, si riuniranno per votare il presidente degli Stati Uniti. La loro composizione riflette la maggioranza dei voti in ogni Stato, secondo il principio maggioritario del winner takes all. Gli Stati più popolosi, cioè la California e la Florida, per esempio, hanno un numero di Grandi Elettori più alto di Oklahoma e Nevada. Per questo è proprio in questi Stati che viene decisa, di fatto, la vittoria o la sconfitta di un candidato. Per vincere bisogna superare la metà più uno, cioè la fatidica quota 270 e per questo motivo si può conoscere l’identità del nuovo presidente già nella giornata elettorale.

È un’elezione di secondo grado, insomma, con tutti gli elementi distorisivi che questo comporta. Ad esempio, può capitare che il candidato più votato non sia quello che diventa presidente. Nel 2000, Al Gore aveva un su George W. Bush di circa mezzo milione di voti, ma la distribuzione dei suoi Grandi Elettori era meno uniforme, per cui alla conta finale ha trionfato il repubblicano (con tutti i disastri che ne sono conseguiti).

Può capitare anche (ed è capitato ben due volte) che gli Elettori non mantengano la parola, cioè non votino per il candidato che avevano indicato (in alcuni Stati sono obbligati a farlo, in altri no). Questo potrebbe rivoluzionare il voto, o portare a una situazione di parità sostanziale, lasciando la decisione finale alla Camera dei Rappresentanti.

Potrebbe interessarti anche