Brexit o no la politica inglese è già fallita

Le frottole antieuropee dei conservatori. Le incertezze dei laburisti. Le sciocchezze di Farage. Dove è finita la più prestigiosa e solida democrazia del mondo?

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4 Novembre Nov 2016 0829 04 novembre 2016 4 Novembre 2016 - 08:29

L’Alta Corte di Londra ha stabilito che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea dovrà essere approvata dal Parlamento, non basta una decisione del governo per attuare la Brexit. Si aprono ora diversi scenari possibili, che spaziano da una ri-negoziazione in Parlamento della linea del governo a una totale, e al momento improbabile, inversione di marcia. Improbabile specialmente vista la posizione tanto dei conservatori al governo guidati da Theresa May, quanto dei laburisti guidati da Jeremy Corbyn. Quest’ultimo ha infatti chiesto che l’esecutivo porti a Westminster i termini del negoziato con la Ue, ma ha anche annunciato che il Labour continuerà a sostenere l’uscita dall’Unione, per rispetto della volontà popolare emersa dal referendum.

Il sistema democratico inglese, precipitato nel baratro con la Brexit ma in sofferenza già da tempo, fatica insomma ad emergere dalle convulsioni. L’élite politica conservatrice ha sulle proprie spalle la responsabilità di aver trascinato il Paese in uno scontro che era nato nelle segrete stanze del partito, dalla contesa - più personale che politica - tra due compagni di Oxford, il Primo Ministro David Cameron e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson. Una faida tra Tories catalizzata dalla competizione col partito xenofobo e anti-europeista di Nigel Farage, l’Ukip, che per anni ha avvelenato i pozzi del dibattito pubblico con stereotipi e menzogne.

Fatto il danno è poi emerso un altro riflesso odioso dell’élite politica (e non solo) inglese (e non solo): chi aveva votato la Brexit erano i poveri, i vecchi, i campagnoli, gli ignoranti. Gente del cui parere, insomma, se ne sarebbe anche volentieri fatto a meno

L’opinione pubblica, durante la campagna elettorale, è stata esposta a uno stillicidio di frottole (memorabile quella sulle centinaia di milioni di dollari che si sarebbero risparmiati uscendo dalla Ue, smentita dallo stesso Farage il giorno dopo la Brexit), molte delle quali erano prima state fatte circolare – salvo poi doverle smentire - proprio da Cameron, quando a Bruxelles agitava lo spauracchio della Brexit per strappare condizioni speciali per la Gran Bretagna in seno all’Unione (un vizio antico, questo, degli inglesi). Gli stessi promotori del “Leave” sono rimasti travolti dal proprio successo, con un’indecorosa gara allo “scarica-barile” per cui né Johnson né altri “Brexiters” di primo piano si sono assunti l’onere di guidare il Paese dopo il referendum. Farage addirittura si è dimesso e il suo futuro politico, paradossalmente, potrebbe essere resuscitato giusto da una decisione del Parlamento per aggirare il risultato della consultazione popolare. Una classe dirigente quella conservatrice che, invece di guidare il popolo, lo ha ingannato – in un verso o nell’altro - per il tornaconto di breve termine dei suoi “golden boys”.

Fatto il danno è poi emerso un altro riflesso odioso dell’élite politica (e non solo) inglese (e non solo): chi aveva votato la Brexit erano i poveri, i vecchi, i campagnoli, gli ignoranti. Gente del cui parere, insomma, se ne sarebbe anche volentieri fatto a meno. Questo atteggiamento autoassolutorio (“è colpa degli stupidi”) rischia però di porre la situazione su un piano inclinato pericoloso: se una classe politica già delegittimata e corrosa dalla narrazione, tanto fascinosa quanto semplicistica, dei populisti decidesse di sovvertire l’esito di una consultazione popolare perché ritenuto sbagliato, rischierebbe di rafforzare e ingigantire ancor di più il mostro che sta cercando di combattere.

Forse l’atteggiamento della leadership laburista nasce da questa constatazione. Forse, più prosaicamente, dal desiderio di recuperare parte del proprio elettorato storico, smarrito da anni e ora facile preda dei partiti populisti e xenofobi. Corbyn è gravato dalla responsabilità di aver avuto un atteggiamento ambiguo durante la campagna elettorale referendaria, schierando il partito per il “Remain” ma senza convinzione, tanto che secondo i sondaggi quasi metà degli elettori laburisti non sapevano quale fosse la posizione del loro stesso partito. Ora, più che un alto discorso politico, il suo pare l’atteggiamento di un tattico che spera di incassare un qualche guadagno di breve periodo pescando nel bacino elettorale di “brexiters” dopo aver annaspato per mesi nel grigiore di una linea politica confusa.

Sembra, nel complesso, ci si muova tra le macerie di quello che era uno dei sistemi democratici più decantati e invidiati al mondo. L’Inghilterra è sempre stata vista come un modello da imitare, una democrazia solida. Ora i paradossi della politica inglese, e le sue contraddizioni, sono sotto gli occhi di tutti

Sembra, nel complesso, ci si muova tra le macerie di quello che era uno dei sistemi democratici più decantati e invidiati al mondo. Dalla concessione della Magna Carta da parte di Re Giovani “Senza Terra” nel 1215, alla “Glorious Revolution” e al Bill of Rights del 1689, dal parlamentarismo vivace dei tempi dell’Impero Britannico fino alla lotta ai totalitarismi nel XX secolo, l’Inghilterra è sempre stata vista come un modello da imitare, una democrazia solida, capace di prendere le decisioni giuste anche nelle ore più difficili: Keep buggering on, “teniamo duro”, diceva Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale. E la gente ci credeva.

Ora, con la palla della Brexit che viene buttata in Parlamento (salvo la Corte Suprema non cambi le carte in tavola), i rischi che la situazione diventi ancor più incendiaria aumentano. L’élite parlamentare del Paese si troverà infatti di fronte a un enorme dilemma: sovvertire (o quasi) l’esito del referendum assumendosi la responsabilità di spiegare al popolo perché la Brexit sia stata un errore e perché sia compito della politica assumere certe decisioni – ma allora perché fu fatto il referendum in primo luogo? –, oppure assecondarne il risultato (o quasi) per timore di alimentare ancor di più il populismo, pur pensando che la sentenza dell’Alta Corte sia un’insperata ancora di salvataggio a pochi passi dal precipizio.

Una classe politica debole e incapace si trova insomma a dover scegliere se nel lungo periodo sarà più pericolosa la rabbia della popolazione che aveva votato Brexit e si vede ora “scippare” il risultato, oppure le conseguenze della Brexit stessa. Almeno abbia l’onestà di fare pubblica ammenda invece di incolpare le fasce deboli della popolazione che lei stessa ha illuso e disinformato per anni.

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