Trump, Brexit e referendum: chi ha paura del voto cattivo?

Dalla Brexit a Trump, sino al referendum italiano, uno spettro si aggira per il mondo occidentale: la paura per la democrazia. E l’idea che vada limitata per salvarla da se stessa

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Joe Raedle/Getty Images

4 Novembre Nov 2016 1100 04 novembre 2016 4 Novembre 2016 - 11:00

Uno spettro si aggira per il mondo occidentale. Si chiama democrazia e a quanto pare, in questi ultimi mesi, sta facendo più paura del terrorismo. C’è chi è terrorizzato dall’idea che Donald Trump vinca le elezioni americane e chi spera che davvero un colpo di mano parlamentare ribalti il voto di milioni di britannici che si erano espressi per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. C’è chi vorrebbe spostare il referendum costituzionale italiano, per paura di una vittoria del No e chi vorrebbe che il No vincesse, paventando in caso contrario derive autoritarie. C’è chi ammette candidamente che vorrebbe cambiare la legge elettorale per evitare che il Movimento Cinque Stelle vada al potere e chi plaude alla legge elettorale francese perché grazie ad essa il leader del Front National - primo partito da una decade buona, ormai - è (quasi) impossibile possa salire un giorno le scale dell’Eliseo.

Non è priva di motivazioni, questa critica alla democrazia. Una su tutte, l’idea - un po’ paradossale, a dire il vero - che si debba limitare la democrazia per poterla salvare da se stessa. Che le vittorie di Donald Trump e Marine Le Pen, per dirne due, possano far scivolare Usa e Francia verso pericolose forme di autoritarismo alla Putin o alla Erdogan, con processi democratici inquinati da intimidazioni e purghe. Che non si debba far votare il popolo su questioni delicate come i trattati internazionali, che in fondo il referendum sulla Brexit era meramente consultivo e che ci sta, in fondo, che il parlamento rimetta tutto in discussione. Che leggi elettorali maggioritarie siano sensate e legittime solamente se a vincere sono partiti moderati, che stanno nel solco del sistema, che non mettono in discussione i dogmi del libero mercato e della libera circolazione delle persone e dei capitali.

Non è priva di motivazioni, questa critica alla democrazia. Una su tutte, l’idea - un po’ paradossale, a dire il vero - che si debba limitare la democrazia per poterla salvare da se stessa. Che le vittorie di Donald Trump e Marine Le Pen, per dirne due, possano far scivolare Usa e Francia verso pericolose forme di autoritarismo alla Putin o alla Erdogan

E mentre ci si ingegna a trovare stratagemmi che evitino questa deriva, nessuno si domanda come ci siamo arrivati a questo punto. Perché, per dirla con le parole dei Nobel per l’economia Akerlof e Shiller - incipit, ieri, di un bell’editoriale del vicedirettore Daniele Manca sul Corriere della Sera - sempre più spesso «le persone prendono decisioni non conformi al loro interesse». O, per dirla più triviale, perché sono disposti pure a tagliarsi gli attributi pur di fare un dispetto alle élite. La perdita di posti di lavoro e potere d’acquisto, l’ascensore sociale in panne sono motivazioni più che valide.

Ci permettiamo di aggiungerne un’altra: che votare fuori dal coro sia, per molti elettori, l’ultima via per avere la sensazione di contare ancora qualcosa in un caos globale e multipolare. Che solo i Trump, le Le Pen, i Farage, i Grillo siano portatori di una proposta politica che se ne frega delle interdipendenze economiche, delle implicazioni geopolitiche e dei condizionamenti dei mercati. Che spingersi ai confini della democrazia sia l’unico modo per capire se esiste ancora. Che il gioco valga la candela.

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