Il padre della protezione civile: ci vollero i fischi a Pertini per farla nascere

Giuseppe Zamberletti, a lungo parlamentare Dc, è stato commissario per i terremoti in Friuli e Irpinia. Ma poteva arrivava sempre dopo l'emergenza. Fu il presidente più amato dagli italiani ad aiutarlo a far nascere quel dipartimento che oggi lavora senza sosta nelle aree colpite dal sisma.

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5 Novembre Nov 2016 0830 05 novembre 2016 5 Novembre 2016 - 08:30

Ci vollero due catastrofi come i terremoti del Friuli (1976) e dell'Irpinia (1980), per far capire alla politica che serviva organizzare un corpo di volontari stabile che si prendesse cura della terra inquieta d'Italia e dei suoi abitanti. E ci volle anche una contestazione a Sandro Pertini, il presidente più popolare di sempre, per vincere le ultime resistenze e arrivare a stabilire una chiara catena di comando nel momento dell'emergenza. A raccontare a Linkiesta.it la nascita della Protezione civile è colui che ne è considerato il padre: Giuseppe Zamberletti, varesino, a lungo parlamentare della Democrazia Cristiana, commissario del governo proprio in Friuli e in Irpinia, quindi primo ministro con delega alla Protezione civile nel 1982. Nei giorni in cui si ricorda l'esempio degli 'angeli del fango' di Firenze ma si contano anche i danni del terremoto che ha colpito Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, il racconto di Zamberletti (che oggi ha 82 anni) incrocia vizi testardi e virtù della classe dirigente italiana, sempre pronta a correre di fronte all'emergenza ma anche svelta nel dimenticarne le conseguenze.

Zamberletti, come è nata la nostra Protezione civile?

La necessità fu evidente dopo il terremoto in Friuli. Ma dobbiamo partire da un po' prima. Entrai in Parlamento nel 1968 e mi fu affidata la legge sulla riorganizzazione dei Vigili del Fuoco. Quel testo prevedeva due cose: la possibilità di far organizzare dai prefetti i volontari in caso di emergenza e la possibilità per il governo di nominare commissari straordinari dopo le catastrofi.

Il primo nocciolo della Protezione Civile.

Sì, ma non era la stessa cosa. Perché quella legge non organizzava un sistema permanente di protezione civile. Sul tema dei volontari si consumò anche un problema politico. Arrivavamo dall'esperienza degli 'angeli del fango' di Firenze, cinquant'anni fa esatti, e volevamo dare la possibilità ai volontari di iscriversi in un elenco della prefettura anche in 'tempo di pace'. Ma questa norma scatenò una reazione dura del Pci. Era Nilde Iotti a seguire l'iter di quella legge in Parlamento. I comunisti pensavano che ci fosse il pericolo di un uso politico di quei volontari. Questo mi rese molto difficile far approvare la legge, finché non togliemmo l'elenco dei prefetti sostituendolo con un censimento delle associazioni attive sul territorio.

«Entrai in Parlamento nel 1968 e mi fu affidata la legge sulla riorganizzazione dei Vigili del Fuoco. Quel testo prevedeva due cose: la possibilità di far organizzare dai prefetti i volontari in caso di emergenza e la possibilità per il governo di nominare commissari straordinari dopo le catastrofi»

Quanto ci volle?

La legge fu approvata nel 1970. Due anni circa. Poi fui nominato sottosegretario all'Interno, con due deleghe: la Polizia e i Vigili del Fuoco. Ministri erano prima Luigi Gui e poi Francesco Cossiga. Fu sotto Cossiga che venne il terremoto del Friuli.

E come decideste di muovervi?

Cossiga e il presidente del Consiglio, Aldo Moro, partirono subito per il Friuli. Io fui nominato commissario. Ma il commissario, mi resi conto una volta giunto sul posto, non aveva un esercito alle sue spalle, l'esercito doveva metterlo insieme sul posto, quando l'emergenza era già iniziata. Un po' di potere di coordinamento, lo avevo, certo. Ma non avevo i dati e i mezzi a disposizione diretta. Ogni corpo si muoveva autonomamente.

E' lì che è nata l'idea di un coordinamento stabile?

Sì, è lì che nasce l'idea. Ne discussi con Cossiga, che riconosceva la situazione. Ma poi subito accadde quello che accade di solito. Le operazioni in Friuli erano andate bene e, passata l'emergenza, le forze politiche e il Parlamento avevano archiviato il tema. Ricordo che bisognava bussare a molte porte per parlarne, ma a nessuno importava più farlo. Tutto cadde, finché non arrivò il terremoto dell'Irpinia.

In Irpinia successe la stessa cosa che in Friuli...

Successe qualcosa di più. Il povero presidente Pertini arrivò sul posto il giorno dopo il terremoto - badi bene, il giorno dopo - quando la gente aspettava ancora i vigili del fuoco. I cittadini del posto videro arrivare la colonna delle autorità al seguito del presidente e pensavano che si trattasse della colonna d'emergenza per i soccorsi. Pertini fu quindi accolto in un modo terribile. E lui non ci era abituato. Quando il presidente della Repubblica arrivò in Irpinia, il governo non si era ancora riunito per nominare il commissario straordinario, lo avrebbe fatto qualche ora dopo.

E nominarono lei anche allora.

In quel momento non ero più al governo. Mi telefonò il ministro dell'Interno, Virginio Rognoni, anticipandomelo e mi disse di andare subito a Roma. Io mi trovavo a Varese, tutti gli aeroporti della zona erano chiusi per nebbia. Il più vicino che trovai aperto era quello di Genova. Mi feci accompagnare da un amico e sa che cosa successe? Ero in lista d'attesa sul volo Alitalia per Roma, non le dico che discussioni con gli altri passeggeri per stabilire chi avesse più urgenza di partire... Insomma, le cose andavano così.

«Quando arrivai da commissario in Friuli mi resi conto che quel ruolo non aveva un esercito alle sue spalle, l'esercito doveva metterlo insieme sul posto, quando l'emergenza era già iniziata. Un po' di potere di coordinamento, lo avevo, certo. Ma non avevo i dati e i mezzi a disposizione diretta»

A quel punto come si decise di passare all'azione?

Beh, Pertini è stato determinante. Finita l'emergenza Irpinia, Pertini si impuntò con il governo guidato da Giovanni Spadolini per creare una struttura ad hoc. Non senza resistenze politiche. Anzitutto perché molti ministeri, a partire da quello dell'Interno, temevano di perdere potere con un nuovo dipartimento che avrebbe dovuto coordinare diverse forze che erano proprio di loro competenza. E poi c'erano in ballo gli equilibri fra i partiti. Se Pertini si impuntava perché io entrassi nel governo con quel ruolo di coordinamento, nessuno dei partiti era disponibile a cedere un posto a un nuovo ministro. Sarei stato un ministro in più per la Dc, capisce? La soluzione escogitata fu alla fine questa: per decreto nasceva il dipartimento della protezione civile, io venivo nominato alto commissario ma con il rango di ministro senza portafoglio. Insomma, partecipavo alle riunioni del governo ma senza dirlo troppo in giro (Zamberletti scoppia in una risata, NdA).

Nacque quindi la Protezione civile, sei anni dopo il Friuli. Con che forze partivate?

Distaccammo funzionari e prefetti presso questo nuovo dipartimento, che dipendeva direttamente dalla presidenza del Consiglio.

Ma i volontari quanti erano?

Ah, erano pochi agli inizi. Però lanciammo una proposta su cui c'era consenso politico: istituire in ogni Comune i corpi volontari della Protezione civile, che si aggiungevano alle associazioni. Questi corpi avrebbero organizzato, attraverso le Regioni, le colonne mobili per intervenire in caso di emergenza. C'è stato un salto di qualità, dai miei tempi. Prima i volontari erano gli 'angeli del fango', oggi sono professionisti in grado anche di utilizzare mezzi all'avanguardia.

Ci spiega perché il nostro paese ha bisogno di queste strutture d'emergenza in servizio continuato?

Perché l'Italia è un paese particolare, ha la mappa di rischio maggiore in Europa. L'area soggetta a terremoti è la più estesa, abbiamo i vulcani, abbiamo un rischio idrogeologico diffuso. E' un paese che ha insomma bisogno di un'organizzazione stabile per affrontare le emergenze ambientali che sono e saranno continue. Non è un caso che anche l'Unione Europea abbia preso a modello la nostra Protezione civile per arrivare a organizzarne una sua".

«Per la prevenzione, nel nostro paese, manca purtroppo la cultura. Non bastano, per questo, i poteri di intervento quando le catastrofi si avverano»

Quindi, Zamberletti, sul fronte organizzativo l'Italia ha imparato la lezione dal passato. Ma sul fronte della prevenzione, anche alla luce dei danni provocati dal terremoto nel Centro Italia, un po' meno?

Per la prevenzione, nel nostro paese, manca purtroppo la cultura. Non bastano, per questo, i poteri di intervento quando le catastrofi si avverano. In passato si è più volte provato, per esempio, a introdurre un libretto di condominio che certifichi le caratteristiche di tutte le case, per capire quali sono a rischio e quali no. Ma è sempre stata una battaglia persa, perché questo strumento influirebbe sui valori immobiliari, quindi si preferisce tacere. La storia è sempre la stessa, dopo un terremoto si discute di quello che bisogna fare, ma poi ce ne si dimentica.

@ilbrontolo

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