Siamo seri: il congedo di paternità è solo un placebo

In Italia le donne non fanno figli perché non lavorano. E se lavorano hanno paghe molto più basse degli uomini. Questi sono i problemi da risolvere: il resto, dai congedi parentali obbligatori alle quote rosa sono atti simbolici. Utili a far parlare del problema. Meno a risolverlo

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7 Novembre Nov 2016 1133 07 novembre 2016 7 Novembre 2016 - 11:33

Rendere obbligatori quindici giorni di congedo di paternità nei primi mesi di vita del figlio, con tanto di sanzione per chi non la rispetta. È un endorsement pesante, quello di Tito Boeri, alla proposta delle giornaliste de La 27esima ora del Corriere della Sera nel contesto del convegno Elle Active! di sabato scorso, a Milano. Una proposta, che, secondo il presidente dell’Inps, potrebbe cambiare la cultura di un Paese come il nostro, in cui «si penalizza in modo pesante la carriera delle madri».

Ha ragione da vendere Boeri. E una qualche forma di obbligatorietà di congedo parentale per i padri potrebbe essere una buona idea. Tuttavia, va detto pure questo, è un atto più simbolico che altro. I cui effetti si potranno vedere nei decenni, forse. Tanto ci vorrà prima che i genitori di sesso maschile che scelgono anche di occuparsi dei figli smetteranno di essere definiti “mammi”.

Facciamo tuttavia a capire perché, invece di occuparsi di problemi e soluzioni interessanti, ma del tutto marginali, non si vada per una volta al cuore di uno dei grandi problemi dell’Italia: la scarsa, scarsissima partecipazione femminile al mercato del lavoro. Che porta con sé - sono i dati e i confronti internazionali a dirlo - il bassissimo livello di fertilità del nostro Paese.

Da noi le donne con figli non le assume nessuno. E se le assume - è Boeri a citare dati Inps - offre loro salari del 15% più bassi rispetto alla media. E se anche il salario fosse uguale, non hanno servizi e sostegni adeguati a conciliare il loro tempo da dedicare alla famiglia con quello da dedicare al lavoro

Tre numeri, che non ci stancheremo mai di scrivere. L’Italia è il terzultimo Paese europeo per numero di donne occupate, davanti alle sole Grecia e Macedonia. Lavora solo il 57% delle donne tra i 25 e i 54 anni, da noi, e la media è di 1,3 figli per donna. In Svezia le donne che lavorano sono l’83% e la media-figli sale a 1,9. Perché? Perché da noi le donne con figli non le assume nessuno. E se le assume - è Boeri a citare dati Inps - offre loro salari del 15% più bassi rispetto alla media. E se anche il salario fosse uguale, non hanno servizi e sostegni adeguati a conciliare il loro tempo da dedicare alla famiglia con quello da dedicare al lavoro. Ricordiamo - poi basta numeri - che in Italia in politiche e servizi alla famiglia si spende solo il 2,3% della spesa nazionale, contro l’8,6% della Danimarca.

Sotto-occupazione, discriminazione salariale, assenza di servizi. O, se preferite parlare di soluzioni anziché di problemi, incentivi all’occupazione femminile, dispositivi che sanzionino chi paga di meno le donne (con e senza figli) a parità di mansioni e più sostegno alle famiglie con figli. Queste sono le tre questioni cruciali per prendere di petto il problema. Il resto - dal congedo di paternità obbligatorio alle quote rose nei consigli di amministrazione e nelle liste elettorali - sono proposte interessanti, ma che assomigliano più che altro a provocazioni culturali. Utili a far parlare del problema. Meno a risolverlo.

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