Caro Recalcati, basta con l’inutile retorica del cambiamento!

In vent’anni abbiamo cambiato quattro leggi elettorali e un sacco di volte la legislazione sul lavoro, sulle pensioni e sulla scuola. E se avessimo di stabilità, anziché di continue e sterili mutazioni?

Recalcati
8 Novembre Nov 2016 1037 08 novembre 2016 8 Novembre 2016 - 10:37

«Matteo Renzi doveva essere ucciso nella culla: ci hanno provato, perché il suo è il nome del cambiamento». Parole e musica di Massimo Recalcati, psicanalista, saggista, editorialista, nella sua prima volta dal palco della Leopolda. Un attacco duro, il suo, alla «sinistra del No», che «non ha fatto niente per trent’anni».

Insomma. Possiamo pure perdonare a Recalcati un po’ di memoria selettiva, ma a noi sembra, al contrario, che il problema dell’Italia non sia il cambiamento. O meglio: che il problema della politica italiana - per dirla in una lingua che capisce - sia l’ossessione per il cambiamento continuo. Mutuandola dal lessico calcistico e dal nome del celeberrimo presidente mangia-allenatori del Palermo - dall’Odissea e dai film di Clint Eastwood abbiamo attinto abbastanza, no? - potremmo chiamarla “sindrome di Zamparini”.

Qualche esempio? Prendiamo come unità di misura gli ultimi vent’anni. In questo lasso di tempo abbiamo cambiato quattro volte le leggi sul lavoro: dalla riforma Treu del 1997 alla Biagi-Maroni-Sacconi del 2001, dalla Fornero del 2012 al Jobs Act del 2013. Con le pensioni abbiamo fatto ancora meglio: dopo la riforma Amato del 1992 e la Dini del 1995, abbiamo di nuovo cambiato le regole della previdenza sociale con la Prodi del 1997 e con la Maroni del 2003, modificata a sua volta anche dalla legge 247/2007 e dalla manovra finanziaria del 2010, prima che Monti e Fornero cambiassero di nuovo tutto nel 2011.

Anche la scuola, in fondo, si difende bene, con le sue belle cinque riforme in poco più di vent’anni. Dal 1995 a oggi siamo passati dalla Riforma D’Onofrio (quella che aboliva gli esami di riparazione) alla Berlinguer del 1997, dalla Moratti del 2003, alla Gelmini del 2008, sino ad arrivare alla Buona Scuola (o riforma Giannini, se preferite) del 2013. Buone ultime, le riforme della legge elettorale col Mattarellum del 1993 che si è tramutato nel Porcellum nel 2005, nel Consultellum del 2013 e nell’Italicum nel 2014 Quest’ultimo, a quanto pare, primo caso al mondo di legge elettorale che sarà cambiata prima ancora di essere sperimentata.

Buone ultime, le riforme elettorali, col Mattarellum del 1993 che si è tramutato nel Porcellum nel 2005, nel Consultellum del 2013 e nell’Italicum nel 2014 Quest’ultimo, a quanto pare, primo caso al mondo di legge elettorale che sarà cambiata prima ancora di essere sperimentata

In questa rutilante ansia riformatrice, la politica è riuscita anche a centrifugare se stessa. In vent’anni, il principale partito della sinistra è diventato Pds, poi Ds, poi Pd, da Pci che era. La sinistra democristiana è passata dal Partito Popolare all’Asinello sino alla Margherita, prima di unirsi agli ex-comunisti nel Partito Democratico (e magari dividersi ancora, dopo il 4 dicembre). Forza Italia è diventata Popolo delle Libertà poi è ritornata Forza Italia, poi chissà cosa diventerà. Della sinistra radicale non parliamo, per carità di patria. Risultato? Il partito più antico dell’emiciclo si chiama Lega Nord, e ha meno di trent’anni.

Nel frattempo, siccome siamo refrattari al cambiamento, abbiamo cambiato quattro governi in poco più cinque anni, riuscendo nell’impresa di alzare la media degli ultimi settanta: da quando è cancelliera tedesca Angela Merkel ha stretto le mani, nell’ordine, di Silvio Berlusconi, Romano Prodi, ancora Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi.

Ecco, caro Recalcati, forse dal palco della Leopolda potevi dirla in modo diverso. Che gli italiani si sono rotti le scatole di una politica con l’ossessione del cambiamento, dell’instabilità come unica certezza, di leggi promosse e bocciate senza appello prima ancora che si sia capito quali effetti abbiano realmente prodotto, di una schizofrenia riformista che ha avuto l’unico effetto di mantenere il Paese impaludato, socialmente ed economicamente, per un ventennio.

Forse sarebbe stato più utile alla causa dire che Renzi è il nome della stabilità, e che la sua riforma costituzionale è una buona via per assicurarla all’Italia. Perché è questo che l’Italia chiede, in fondo. Che la politica stia ferma, almeno un po’.

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