Roma abbandonata, e i suoi tesori muoiono sotto la pioggia

Oltre il caso del Teatro Valle, ci sono altre centri culturali abbandonati a se stessi. Basta un po’ di pioggia per travolgere musei e gallerie, e la giunta Raggi non riesce a fare nulla

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8 Novembre Nov 2016 0709 08 novembre 2016 8 Novembre 2016 - 07:09

Piove molto e si allaga la Galleria di Arte Moderna, quella di Valle Giulia, che era stata rimessa a posto solo un anno fa. La settimana scorsa si era allagato il Macro di via Nizza, e si sono visti i secchi nei corridoi e alcune sale chiuse. Insomma: nel triste declino della gestione della cultura a Roma non c’è solo il caso-limite del Teatro Valle abbandonato a se stesso, che Pierluigi Battista ha denunciato sul Corriere della Sera col corredo di una fotogallery di velluti ammuffiti e mobili coperti di ragnatele, ma anche infinite sequenze di ordinaria dis-amministrazione e distrazione.

Ovunque sarebbe considerata un’emergenza un museo che imbarca acqua dopo due ore di temporale, e si chiamerebbero tecnici e operai a provvedere in fretta: da noi no. Da noi si mettono le catinelle in terra, e si spera nel ritorno del bel tempo. L’asticella del “guaio da rimediare” si è enormemente alzata. Forse se crollasse un soffitto, o se un tifone si portasse via i quadri. Ma forse pure in quel caso si direbbe quel che ogni giorno si dice agli operatori del settore: “Dateci tempo, la questione è allo studio”.

Un assessore alla Cultura matto come Renato Nicolini, magari, in questa situazione di sfibrata agonia ci avrebbe visto un’opportunità, e chissà che cosa si sarebbe inventato per scavalcare con l’arte dell’effimero il declino inarrestabile del permanente. Ma a Roma non sembrano esserci energie né per l’effimero né per il permanente, e al momento la Rivoluzione Raggi consta soprattutto nel prendere tempo. Serve tempo per il Valle ma pure per il Cinema Aquila, un’altra storia istruttiva di questi giorni: bene sottratto al crimine organizzato, fu consegnato per qualche anno a gestori che lo fecero marciare. Poi si fece un bando per l’assegnazione “legale”. Il bando andò deserto. Bisognava rifarlo. Ma l’assessorato alla Cultura trovò la cosa lunga e complicata, e nell’attesa preferì consegnare il tutto al Municipio V, che ha passato le chiavi ai centri sociali di quartiere in “cogestione temporanea”. Amen. Se il Valle è chiuso in attesa di bando, l’Aquila è un po’ aperto un po’ no, un po’ in regola un po’ no, comunque in balia di una sorta di lotteria municipale alla quale non si capisce come partecipare e come vincere.

Un po’ sugli scudi e un po’ no è pure Zetema, la società “doppione” dell’assessorato alla Cultura (anzi: alla Crescita Culturale, ora si chiama così) della quale l’assessore Luca Bergamo ammette l’inopinato gigantismo, e la necessità di un “riordino dei ruoli anche per le leggi che obbligano a far questo”, giacché manco si capisce “chi lavora per Zetema e chi per il Comune”, e però anche qui calma e cautela. “Questo percorso va visto in parallelo a una nuova idea di guida per la città”, e “va guardato l’intero sistema”. Insomma: vedremo.

Se c’era una cosa che la città si aspettava nel consegnare il Campidoglio ai Cinque Stelle era il ritorno alla legalità e all’efficienza nelle procedure, lo smantellamento delle sovrastrutture opache che a Roma seppelliscono ogni atto burocratico di un qualche rilievo. La Cultura, forse, era il bandolo della matassa più aggredibile, perché assai meno aggrovigliato di Ama, dei trasporti o dei contratti dei dipendenti comunali. Non serve un Marco Aurelio per dirimere la questione di un teatro o di un cinema, né per provvedere alla ordinaria manutenzione dei musei.

Magari si è ancora in tempo per dare la sterzata necessaria dopo la stagione tristissima del commissariamento. Magari – ed è questo il retropensiero di molti – quella sterzata è inutile aspettarla perché non c’è il coraggio di darla, o forse mancano le competenze, oppure non ci si vuole fare nuovi nemici giacché assegnare a Tizio significa scontentare molti Semproni. E alla fine, par di capire, meglio procedere anche qui “alla romana”, o meglio alla “romanella”, espressione che in città indica la mano di gesso data sulle crepe per far sembrare nuova una parete scassata, e tirare avanti finchè si può.

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