Con Trump arriva la prima rivoluzione antiglobale

La notte che cambia la Storia politica del mondo ci consegna una sentenza: il primo tempo della globalizzazione è finito. I ceti popolari e le classi medie europee hanno perso, nel disinteresse della politica tradizionale. E ora si prendono la loro rivincita. Oggi in America, domani in Europa

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LAURA SEGALL/AFP/Getty Images

9 Novembre Nov 2016 0838 09 novembre 2016 9 Novembre 2016 - 08:38

Non saremo esteti elettorali, e non sappiamo né ci interessa giudicare le elezioni in base alla loro bellezza. Brutte, sporche e cattive che siano, le elezioni presidenziali americane del 2016 che hanno portato Donald Trump, il candidato più impresentabile di sempre, alla Casa Bianca, hanno cambiato la Storia e attestato una mutazione politica epocale. La fine del primo tempo dell’era globale, quella iniziata con la caduta del muro di Berlino e che ha cominciato la sua dissolvenza col fallimento di Lehman Brothers.

È quel primo tempo che ha generato Trump. Lo diciamo senza timore di smentita alcuna, avendolo ribadito quando tutti davano Trump per morto dopo alcune frasi sessiste. Perché, in questo primo tempo della globalizzazione, dal 1989 a oggi, l’Occidente ha perso e il resto del mondo ha vinto. Meglio ancora: le nostre classi medie hanno subito una perdita secca di ricchezza a vantaggio dei loro omologhi di altri Paesi, dalla Cina all’India, dal Brasile alla Russia, e di una classe di super ricchi, il one percent delle proteste di Occupy Wall Street.

Era il 2009 e allora si pensava che fosse la sinistra ad aver colto per prima il punto della critica al libero scambio globale, alla libera circolazione dei capitali, all’onnipotenza dell’economia finanziaria su tutto il resto, politica compresa. Non è andata così. Le proteste sono state marginalizzate e hanno trovato nel carisma simbolico di Barack Obama il leader in cui diluirsi sino a scomparire.

Già, Obama. L’ultimo di una serie di leader di sinistra che hanno ballato la danza della Terza Via, dell’inclusione attraverso la finanziarizzazione, delle lodi acritiche al mercato, dell’innovazione come motore di sviluppo economico e sociale, dell’enfasi sui diritti civili a scapito di quelli sociali. L’ultimo di una stirpe cominciata con Bill Clinton e continuata al di là dell’oceano con Tony Blair, Gerhard Schroeder, Luis Zapatero, Matteo Renzi.

La danza è finita più o meno ovunque: in Inghilterra, nell’ultimo congresso laburista, la candidata blairiana Liz Kendall ha preso l’8% dei voti contro il 59,5% del vecchio socialista Jeremy Corbyn. In Spagna, il giovane leader del Psoe Pedro Sanchez si è appena dimesso dopo la doppia debacle elettorale contro i popolari di Mariano Rajoy, lasciando un partito boccheggiante nei consensi e balcanizzato al suo interno. In Germania, la Spd vivacchia attorno al 20%. Rimane Renzi, in Italia, ammesso che esca vivo dalle forche caudine del 4 dicembre.

A sostituire le sinistre un tempo brillanti e oggi cadenti sono stati i populismi, più spesso di destra, raramente di sinistra. L’hanno fatto usando come leva l’arma storica della sinistra, la critica del presente: alla globalizzazione economica, che ha portato le aziende altrove. A quella finanziaria, che ha portato lontani dalle mani del fisco i capitali più ingenti. A quella delle persone, che ha dato vita a una millenaria migrazione dal sud a nord del mondo. A quella tecnologia, che minaccia per la prima volta nella Storia di distruggere posti di lavoro, anziché crearne

A sostituire le sinistre un tempo brillanti e oggi cadenti sono stati i populismi, più spesso di destra, raramente di sinistra. L’hanno fatto usando come leva l’arma storica della sinistra, la critica del presente: alla globalizzazione economica, che ha portato le aziende altrove. A quella finanziaria, che ha portato lontani dalle mani del fisco i capitali più ingenti e permesso loro di galleggiare indisturbati a cento metri d’altezza dal pianeta. A quella delle persone, che ha dato vita a una millenaria migrazione dal sud a nord del mondo. A quella tecnologia, che minaccia per la prima volta nella Storia di distruggere posti di lavoro, anziché crearne.

Anche il popolo è lo stesso, a ben vedere. Trump, Farage, LePen, Petry, Grillo, Orban, Wilders, Hofer, persino Tsipras e Iglesias, diversissimi tra loro, hanno tutti in comune l’abilità di aver intercettato i ceti popolari e i ceti medi impoveriti. Elettorati che solo un cliché autoconsolatorio - è successo con la Brexit, a maggior ragione succederà oggi - possono essere bollati come spazzatura sociale razzista, sessista, violenta, ignorante e regressiva.

Ci sono anche loro, certo. Ma quello degli swinger, quelli che hanno spostato il peso della bilancia, è un popolo critico, arrabbiato, disilluso, in uscita dalle storiche famiglie politiche, bisognoso di qualcuno che si occupi di lui. Le sinistre se ne fregano. Le destre, i populisti, Donald Trump lo fanno: dandogli quella voce e quella rappresentanza che i tradizionali partiti social o liberal-democratici, appiattiti sull’assenza di critica economica e sociale alla globalizzazione, al mercato, alla democrazia liberale avevano smesso di offrire loro: «Sembrano i generali francesi dietro la Maginot», aveva detto Giulio Tremonti in un’intervista che ci aveva concesso la scorsa estate. Aveva ragione lui.

Ora vedremo cosa succederà, quale sarà il portato estremo del voto cattivo, della rivoluzione dei disoccupati della rust belt, dei perdenti della globalizzazione, dell’Occidente impoverito e incazzato. Di sicuro, ci svegliamo dalla notte elettorale più pazza dell’anno più pazzo del millennio, con un’agenda politica completamente diversa e un vento che arriva dall’oceano e minaccia di cambiare il clima anche qui in Europa, con conseguenze fino a ieri inimmaginabili. Una su tutte: la sfiducia dei giovani - americani, per ora - nei confronti dei sistemi di governo democratici. L’inverno sta arrivando. E noi lo stavamo aspettando in mutande.

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