«Dietro Trump c’è un Paese diviso che difficilmente tornerà unito»

Parla lo storico americanista Massimo Teodori. «Cosa farà Trump non possiamo saperlo, probabilmente non lo sa neanche lui. Ha conquistato il voto dei bianchi che temono la crescita delle minoranze. I segnali della vittoria c’erano, bastava saperli vedere»

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Chip Somodevilla/Getty Images

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9 Novembre Nov 2016 1734 09 novembre 2016 9 Novembre 2016 - 17:34

«Questa campagna elettorale si lascia alle spalle un Paese molto diviso, che difficilmente sarà rimesso insieme». A poche ore dalla vittoria di Donald Trump, lo storico americanista Massimo Teodori riflette sull’esito delle presidenziali Usa. Una partita dal finale sorprendente, che stampa e sondaggisti avevano sottovalutato. «Eppure i segnali c’erano, bastava solo saperli leggere». Dai timori dell’elettorato bianco, alle tendenze storiche delle elezioni d’Oltreoceano. Senza dimenticare l’ostinazione di Hillary Clinton, decisa a correre nonostante le tante incognite della sua candidatura.

Professore, l’elezione del discusso candidato Donald Trump alla Casa Bianca sta sollevando molti timori. Bisogna preoccuparsi o il sistema democratico americano non corre pericoli?
Prima di tutto credo che l’elezione di Trump sia anche un effetto della legge del pendolo. Vede, alle elezioni presidenziali americane c’è una tendenza quasi regolare all’avvicendamento tra democratici e repubblicani. Sostanzialmente si sono alternati ogni otto anni. Può sembrare una spiegazione semplicistica, eppure anche Obama fu scelto perché rappresentava un’alternativa radicale a George W. Bush. Ora accade lo stesso. Non dimentichiamo che Obama non è mai stato digerito da gran parte degli americani, che oggi hanno trovato un’alternativa politica in Trump.

Quindi non è il caso di preoccuparsi troppo?
Oltre alla questione economica e al tema dell’impoverimento della classe media, Trump ha espresso il timore dei bianchi di essere sopravanzati dai non bianchi. Credo che sia questa la vera spiegazione della sua vittoria. Questo lo rende un presidente pericoloso? Quello che farà Trump non possiamo saperlo, probabilmente non lo sa neanche lui. Le dichiarazioni programmatiche in campagna elettorale sono state molto generiche. L’aspetto pericoloso, semmai, è che da domani ci sarà un blocco omogeneo tra la presidenza, il congresso e la corte suprema. Tutte istituzioni dello stesso colore politico. Significa che ci sarà una concentrazione del potere e una diminuzione delle garanzie e dei contrappesi che fanno parte del sistema di governo americano.

«Trump ha espresso il timore dei bianchi di essere sopravanzati dai non bianchi. Credo che sia questa la vera spiegazione della sua vittoria. Questo lo rende un presidente pericoloso? Quello che farà non possiamo saperlo, probabilmente non lo sa neanche lui. Il personaggio è così, imprevedibile. Molto dipenderà dallo staff che sceglierà al vertice dell’amministrazione»

Tra i programmi di Trump si parla anche della costruzione di un muro lungo il confine messicano. Crede che sia solo uno slogan per la campagna elettorale?
Il muro al confine con il Messico esiste già. È lungo tremila chilometri, sono barriere costruite dalle ultime tre amministrazioni nei punti più caldi del confine. Quella di Trump mi pare piuttosto una dichiarazione a effetto. È diverso il tema che riguarda la regolarizzazione degli immigrati. Attraverso un decreto presidenziale, Obama ha legalizzato dieci milioni di immigrati irregolari, in gran parte latinos. Il pericolo è che Trump impugni il decreto e lo faccia cadere. Ma ripeto, ancora è presto per capire cosa accadrà. Le dichiarazioni di Trump, appena eletto, sono state completamente diverse dai toni tenuti in tutta la campagna elettorale. Ha assicurato di voler essere il presidente di tutti, ha detto di voler unire il Paese, ha ringraziato la Clinton. Il personaggio è così, imprevedibile. Credo che molto dipenderà dallo staff che sceglierà al vertice dell’amministrazione.

Nel primo discorso da presidente, Trump ha fatto un appello all’unità. Ma queste presidenziali si lasciano alle spalle un Paese diviso...
La campagna elettorale si lascia alle spalle un Paese molto diviso che difficilmente sarà rimesso insieme. Prima di fare troppe analisi bisognerà guardare con precisione i dati. Ma non c’è dubbio che i bianchi sopra i cinquanta anni abbiano votato massicciamente per Trump. E questo è avvenuto perché temono che i non bianchi stiano diventando troppi e troppo potenti. Il nodo è tutto qui. La vera fisionomia di Trump non è populista, ma nativista. E mi riferisco al movimento, che in passato è diventato anche partito, di chi dice che l’America è dei bianchi ed è necessario respingere gli immigrati che rovinano i nativi. Non a caso il refrain, durante tutta la campagna elettorale, ha riguardato proprio la presenza degli immigrati ispanici.

L’errore di Hillary è stata la sua ostinazione a voler correre a tutti i costi. Di fatto era stata sconfitta alle primarie da Bernie Sanders. Doveva capire che non era la candidata adatta per affrontare il movimento rappresentato da Trump

Un timore forse diffuso, ma poco osservato. I giornali e i sondaggi hanno evidentemente sottostimato il popolo di Trump.
Ma i segnali c’erano, bastava solo saperli leggere. Il 50 per cento degli elettori democratici ha dichiarato di votare Hillary Clinton senza convinzione. È probabile che una parte di loro all’ultimo non sia andata ai seggi. Alcuni Stati storicamente democratici, come la Pennsylvania e il Michigan, sono diventati repubblicani. E poi non bisogna sottovalutare un altro fenomeno: molti voti sono andati ai due candidati minori (il libertario Gary Johnson e la verde Jill Stein, ndr). Aspettiamo di vedere i dati, ma possono essere quelli che hanno fatto la differenza.

Inquadrare il personaggio Trump è difficile. Cercando un difficile confronto con il nostro Paese c’è chi lo ha paragonato a Berlusconi, l’imprenditore prestato alla politica. Anche se il suo messaggio antisistema può ricordare i Cinque Stelle.
Non mi piacciono queste letture, sono troppo facili. L’America ha bisogno di altre categorie. Per quanto riguarda Trump, senza dimenticare le questioni economiche che ha sollevato, sono molto più convinto dall’etichetta nativista.

La grande sconfitta è Hillary Clinton. Una candidata mai troppo amata, anche tra i democratici
L’errore è stata la sua ostinazione a voler correre a tutti i costi. Di fatto Hillary Clinton era stata sconfitta alle primarie da Bernie Sanders, a salvarla erano stati i superdelegati. I sondaggi dicevano che Sanders avrebbe superato più facilmente Trump. Non è stato sufficiente neppure un investimento di 1,5 miliardi di dollari nella campagna elettorale. Doveva capire che non era la candidata adatta per affrontare il movimento rappresentato da Trump.

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