Trump alla Casa Bianca, hanno sbagliato le élite, non il popolo

Mentre c’è chi mette in discussione la capacità del popolo di votare responsabilmente, i dati elettorali raccontano una storia diversa: che le elite hanno sbagliato tutto

Trump & Clinton
10 Novembre Nov 2016 1124 10 novembre 2016 10 Novembre 2016 - 11:24

«Il suffragio universale comincia a diventare un serio pericolo per la civiltà occidentale». Pensieri e parole di Fabrizio Rondolino, direttore de L’Unità. Che magari l’avrà pure detta fuori dai denti, di pancia, nell’imminenza di una sconfitta bruciante per chi sperava in una vittoria di Hillary Clinton contro Donald Trump. Ma che tradisce un retropensiero ormai radicato tra le cosiddette élite. Che il voto sia un diritto solo per chi è in grado di esercitarlo responsabilmente.

Non è il solo, Rondolino, a pensarla così e non è l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America ad aver scatenato questo tipo di reazione. Già la Brexit era stata l’occasione per pontificare sull’inopportunità di far votare le persone su argomenti così importanti come i trattati internazionali. E come non dimenticare il democraticissimo argomento secondo cui la legge elettorale approvata dal parlamento italiano, il cosiddetto Italicum, andasse cambiata perché con quella legge “i populisti” (leggi, il Movimento Cinque Stelle) sarebbero potuto andare al potere.

Non vorremmo deludere Rondolino e chi la pensa come lui, ma i dati delle elezioni americane raccontano una storia diversa. Ad esempio, che a votare ci sono andate quasi un milione e mezzo in meno di persone rispetto al 2012, 128,8 milioni contro 130,3. Che la Clinton ha preso duecentomila voti in più rispetto a Trump, ma nei posti sbagliati. Soprattutto, che 6,5 milioni di sinceri e colti democratici che nel 2012 avevano votato Obama - gente a cui mai Rondolino si sognerebbe di togliere il certificato elettorale dalle mani, immaginiamo - sono rimasti a casa invece che votare Hillary. Che il 45% dei laureati e il 37% dei postgraduate abbia comunque votato Trump.

Non vorremmo deludere Rondolino e chi la pensa come lui, ma i dati delle elezioni americane raccontano una storia diversa. Ad esempio, che 6,5 milioni di sinceri e colti democratici che nel 2012 avevano votato Obama - gente a cui mai Rondolino si sognerebbe di togliere il certificato elettorale dalle mani, immaginiamo - sono rimasti a casa invece che votare Hillary. Che il 45% dei laureati e il 37% dei postgraduate abbia comunque votato Trump.

O ancora. Che l’accordo di Obama con il governo cubano abbia fatto imbestialire gli esuli cubani che abitano in Florida, visto che un ispanico su tre ha votato Trump, nonostante le sparate del candidato repubblicano sul muro alla frontiera col Messico. Che gli agricoltori del Midwest non abbiano perdonato alla Casa Bianca gli orti biologici di Michelle Obama e la volontà di suo marito di arrivare a un accordo con l’Unione Europea sul Ttip. Che abbia pagato la strategia di Trump di chiudere la campagna elettorale tra i minatori di Scranton, Pennsylvania, mentre la Clinton era a Philadelphia con Obama e Springsteen.

Forse non farà piacere ai sinceri democratici di casa nostra, ma Trump ha vinto perché ha saputo interpretare meglio le istanze del suo popolo, soprattutto nei battleground states. Perché ha avuto l’intuizione geniale di giocarsi una partita quasi impossibile anche in stati come il Wisconsin e la Pennsylvania deindustrializzate che sembravano essere saldamente nelle mani della Clinton. Perché il giudizio politico sul secondo mandato della presidenza Obama, soprattutto nel contesto di alcuni strati sociali, era ed è più negativo di quanto si pensasse. Che il 69% degli elettori, stando agli exit poll della Cnn, sono andati a votare insoddisfatti o arrabbiati con l’amministrazione Obama.

Ecco: forse anziché prendersela con il suffragio universale, le élite dovrebbero prendersela con loro stesse, coi loro pregiudizi, la loro superficialità di analisi, la loro idea che basti un simbolo - il nero, la donna, il giovane - a nascondere la realtà. Che l’antropologia del candidato - l’impresentabile-sessista-immobiliarista fallito-conduttore di reality Donald Trump - possa fare da schermo a problemi concreti di cui a Washington, Manhattan, San Francisco si ignora anche solo l’esistenza. Forse non è solo il suffragio universale a essere sopravvalutato.

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