Leonard Cohen e il significato nascosto di “Famous Blue Raincoat”

Quella che per molti è una struggente canzone d’amore del grande folksinger statunitense, morto l'11 novembre 2016 all'età di 82 anni, è in realtà il racconto degli abissi della depressione

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11 Novembre Nov 2016 0828 11 novembre 2016 11 Novembre 2016 - 08:28

“Give me Leonard Cohen afterwords/ so I can sigh eternally”
(Nirvana, Pennyroyal Tea)

Lui e lei. Arriva l’altro, amico di lui. La seduce e l’abbandona. Lei torna da lui. L’altro scappa nel deserto, solo e triste. Lui gli scrive una lettera - che poi è il testo della canzone, visto che si conclude con “Sincerely, L. Cohen” - gli racconta che lei l’ha abbandonato di nuovo. Lo perdona. E lo ringrazia.

Questa, in estrema sintesi, la trama di “Famous Blue Raincoat”, una delle più celebri canzoni di Leonard Choen, morto oggi, 11 novembre, all’età di ottantadue anni. E per quanto il testo sia più prosa che poesia, fin didascalico nel collocare gli eventi nello spazio e nel tempo, nel dare un nome ai personaggi, nel raccontare cosa sia successo, questa canzone di Cohen è stata per decenni, fin dalla sua pubblicazione nel 1971, un piccolo enigma. Ed è quell’enigma, quel significato nascosto, che fa di una bellissima canzone, un capolavoro.

L’enigma si concentra sul personaggio cui Cohen scrive la sua lettera. Chi è veramente? Un personaggio di fantasia? Un amico con nome e cognome? E la storia è realmente accaduta? Di lui, ad esempio, sappiamo che aveva un “famoso impermeabile blu”. Ma è lo stesso Cohen a raccontare, in un’intervista del 1975, che lui stesso aveva «un bell’impermeabile, una volta. L’ho comprato da Burberry, a Londra, nel 1959. Mi stava addosso molto più eroicamente, quando gli ho tolto la fodera e ha guadagnato ulteriore gloria, quando le maniche sfrangiate sono state riparate con dei rattoppi in pelle». Primo indizio.

Sappiamo anche, a un certo punto che questo personaggio, dopo aver sedotto e abbandonato Jane, la donna di Cohen, si imbarca in una serie di avventure finite male, nel tentativo di trovare la donna della sua vita, salvo poi ritrovarsi solo: “Sei andato in stazione ad aspettare ogni treno/ e sei tornato senza Lili Marlene”, l’amata attesa invano di una canzone popolare tedesca dei primi del ‘900. Anche in questo caso, il riferimento è alla storia personale dello stesso Cohen: «Un tempo, c’era un albergo a New York City - ha raccontato spesso durante i concerti, nell’introdurre Chelsea Hotel #2 - C’era un ascensore, in quel’albergo. Una sera, attorno alle tre di notte, ho incontrato una donna, in quell’albergo. Non stavo aspettando lei. Stavo aspettando Lili Marlene». Secondo indizio.

Abbastanza per farne una prova. Per dire, con ragionevole certezza, che Leonard Cohen, in “Famous Blue Raincoat”, sta parlando a se stesso. O meglio, a una parte di se che ha sedotto e abbandonato una donna, un demone che l’ha ucciso - “my brother, my killer” - lasciandolo solo, forse meno inquieto, di sicuro infelice. Una parte di se con cui il cantautore vorrebbe ricongiungersi, per riappacificarsi. Nella teoria psicanalitica di Freud è l’Es, l’istanza psichica che contiene le spinte pulsionali di carattere erotico, aggressive e auto-distruttive, la riserva di energia psichica di ciascuno di noi. In Famous Blue Raincoat, Cohen sta cercando di evocare il suo Es, di fare pace con lui.

E allora chi è Jane? Quest’ultimo enigma non è stato mai sciolto da Cohen e, da oggi, possiamo dire con certezza che non lo sapremo mai. Può essere stata davvero una donna, persa per colpa del suo lato oscuro. Può essere il Super Io - l’ideale cui tendere - smarritosi nel conflitto tra Ego ed Es. Può essere la felicità, persa per sempre. E forse, tutto il senso della canzone, un autobiografico racconto attorno agli abissi della depressione, sta lì, in quei due versi con cui inizia: «Sono le quattro di mattina, è la fine di dicembre/ Ti scrivo solo per sapere se stai meglio». E nell’ultimo verso: Sincerely, L.Cohen.

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