Renzi, il problema non è il referendum, ma che cresceremo meno della Grecia

Previsioni di crescita economica per il 2017: La Grecia al 2,7 %, la Spagna 2, 3 %. E l'Italia? 0, 9 %. Siamo il fanalino di coda d'Europa, e il problema italiano ha un solo nome: produttività al palo

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11 Novembre Nov 2016 1037 11 novembre 2016 11 Novembre 2016 - 10:37

Piccola digressione necessaria: nella lunga notte del voto americano, il primo piccolo indizio che sarebbe successo qualcosa l’ha fornito uno degli exit poll della Cnn, nell’attesa che chiudessero i seggi. In quell’exit poll si diceva che il 69% degli elettori americani era insoddisfatto o arrabbiato con l’amministrazione Obama. I motivi dell’arrabbiatura li abbiamo visti poi, negli stati della rust belt deindustrializzata, che hanno voltato le spalle alla Clinton: l’arrabbiatura era principalmente legata all’economia.

Non che le cose negli Stati Uniti siano andate così male, in questi anni, intendiamoci. Ci sarebbe da metterci dieci firme per crescere come stanno crescendo loro, per essere riusciti attraverso un’imponente transizione tecnologica a diventare di nuovo la frontiera dell’innovazione tecnologica ed economica globale, dopo una crisi finanziaria e ideale che sembrava aver consegnato alla Cina il secolo a venire.

La narrazione di politici, commentatori, economisti, tuttavia, è stata fin troppo indulgente. Ha dimenticato i penultimi, gli impoveriti, gli esclusi della nuova geografia del lavoro ben raccontata da Enrico Moretti, italiano e consigliere di Obama. Ha sottovalutato l’impatto violento di una transizione. O, peggio ancora, l’ha consapevolmente eluso dal racconto, come se non parlare di certe cose potesse in qualche modo convincere chi le subisce che non stiano accadendo.

Fine della piccola digressione necessaria. Torniamo a noi. Ieri l’altro, mentre il mondo aveva gli occhi puntati verso l’altra sponda dello stagno, sono uscite le previsioni di crescita economica del 2017 per l’eurozona della Commissione Europea. Negative un po’ per tutti - si passa da una previsione di crescita complessiva dell’1,7% contro l’1,9% - ma soprattutto per l’Italia. Che si vede tagliare la stima da 1,3% allo 0,9%. E che, esclusa la Finlandia allo 0,8%, è il fanalino di coda del Continente. Per dire, il prossimo anno la Germania crescerà dell’1,5%, la Spagna del 2,3%, la Francia dell’1,4%, la Grecia, addirittura, del 2,7%,

Parliamo di Paesi del nord e del sud, piccoli e grandi, che hanno sperimentato l’austerità e che infrangono le regole, che hanno una forte manifattura o che sono specializzati nei servizi. Non c’è un pattern da seguire, se non quello che l’Italia, come al solito, cresce meno di tutti. Non bastasse, la Commissione prevede che l’occupazione rimarrà al palo, il saldo strutturale aumenterà e il rapporto deficit/Pil pure.

E allora, forse, per evitare di svegliarci con una sorpresa, presto o tardi, occorre mettere la questione sul piatto, senza disfattismi, ma anche senza spocchia o malcelato patriottismo. Perché questi dati non sono la polpetta avvelenata degli ottusi burocrati di Bruxelles contro Matteo Renzi e le sue palle incatenate, ma l’attestazione di una stato di perdurante declino economico del nostro Paese, una zavorra che rischia di trascinare a fondo tutta l’Eurozona.

La parola magica per ripartire la conosciamo bene: si chiama produttività - tempo e denaro necessari a fare un determinato prodotto - e anziché risalire, calerà anche nei prossimi anni. Cala perché non ci sono più investimenti, privati e pubblici, da almeno una decina d’anni, se non di più. E puoi pure gettare i soldi da un elicottero, ma gli investimenti non ripartono coi tassi sottozero. Il problema è che i tassi sottozero siamo stati noi a volerli, perché attraverso le politiche di Quantitative Easing della Banca Centrale Europea - che immette denaro nel sistema per provare a generare un po’ di inflazione (missione fallita), comprando titoli di Stato emessi dai Paesi debitori - ci permettono di piazzare meglio i nostri Btp.

La parola magica per ripartire la conosciamo bene: si chiama produttività - tempo e denaro necessari a fare un determinato prodotto - e anziché risalire, calerà anche nei prossimi anni. Cala perché non ci sono più investimenti, privati e pubblici, da almeno una decina d’anni, se non di più. E puoi pure gettare i soldi da un elicottero, ma gli investimenti non ripartono coi tassi sottozero.

Le misure della Bce sono tempo comprato, ce lo siamo ripetuti spesso. E allo stesso modo, dovremmo ripeterci altrettanto spesso che lo stiamo usando molto male, quel tempo. Perché dovremmo liberare spazio per gli investimenti pubblici e per gli incentivi agli investimenti privati, tagliando la spesa corrente, invece la stiamo aumentando. Perché dovremmo sburocratizzare il nostro apparato pubblico, per rendere più semplice la vita a cittadini e imprese, e invece siamo al paradosso che la digitalizzazione della pubblica amministrazione (fatture elettroniche, posta certificata, ad esempio) sta rendendo tutto ancora più farraginoso.

Va detto, a onor del vero, che in quest’ultima fase, il governo sembra aver imboccato la giusta direzione, perlomeno nella promozione degli investimenti col piano Industria 4.0, con la nomina di Diego Piacentini a commissario digitale e con alcune importanti misure per l’alleggerimento del carico fiscale delle imprese, soprattutto quelle piccole.

Rimangono le incognite di una spending review di cui ancora non si è visto l’inizio, a quattro anni dall’inizio della legislatura. Di un sistema del credito - locale, ma non solo - che sconta a caro prezzo le sue colpe pregresse e il cui futuro sembra tutto fuorché radioso. Di un mezzogiorno che sta sempre peggio e sempre più si sta impoverendo di capitali e capitale umano. Di uno stock di disoccupazione giovanile e femminile che non si capisce come possa non diminuire, rimettendo in moto i tassi di natalità e drenando il deflusso verso l’estero dei migliori che abbiamo. Questa è la nostra rust belt. Qui ci andremo a schiantare se non invertiremo la rotta. E nessuno si sorprenda, grazie.

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