Ecco chi spera in Trump, dalla Cina ai dissidenti europei

Nel rapporto coi Nuovi Usa l’Ue è marginale. Ci pensano altri, dalla Cina al Giappone (e naturalmente la Russia) ad annodare i rapporti con Trump. Mentre la squadra di Governo Usa è in formazione

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14 Novembre Nov 2016 0819 14 novembre 2016 14 Novembre 2016 - 08:19

Ci ha messo poco il mondo ad alzare la cornetta per presentarsi allo sconosciuto che tra due mesi entrerà alla Casa Bianca e avrà nelle sue mani la valigetta nera con i codici nucleari. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, in barba alla diplomazia che la sua carica istituzionale potrebbe e dovrebbe suggerirgli, ha dichiarato che il mondo rischia «di perdere due anni aspettando che Donald Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce». Ma fuori dalle stanze di Bruxelles sono già iniziati i contatti con il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, della prima potenza militare mondiale, del più importante membro della Nato oltre che del primo partner commerciale dell’Unione Europea.
A testimoniare ancora una volta di più la marginalità dell’Unione Europea ci pensa il quotidiano britannico The Telegraph che venerdì raccontava l’ipotesi della rinegoziazione del Nafta, allargando l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico al Regno Unito che quasi cinque mesi fa ha votato per l’uscita dall’UE. Il paese guidato dal premier Theresa May potrebbe convincersi in breve tempo che gli Stati Uniti di Trump rappresentino un salvagente nelle acque turbolente della Brexit.

A testimoniare ancora una volta di più la marginalità dell’Unione Europea ci pensa il quotidiano britannico The Telegraph che venerdì raccontava l’ipotesi della rinegoziazione del Nafta, allargando l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico al Regno Unito

Chi più, chi meno, tutti i grandi leader mondiali si sono detti pronti a collaborare con il presidente eletto, compresi gli europei “dissidenti” della linea Juncker, da Hollande a Renzi. La Duma di Mosca ha accolto con applausi la vittoria di Trump ed il viceministro degli esteri russo Serghiei Riabkov ha confermato quello che in molti sospettavano, ossia i contatti tra il governo russo ed il candidato repubblicano durante la campagna elettorale.
Aperture sono arrivate anche dalla Cina, primo partner commerciale dell’America ma comunque bersaglio elettorale buono per tutte le stagioni, fiduciosa che l’interesse delle aziende americane che producono sulle sponde opposte del Pacifico (un nome? Apple!) sconsigli a Trump qualsiasi tipo di dazio doganale.
E questa settimana The Donald avrà il suo primo incontro internazionale da presidente eletto con il primo ministro giapponese Shinzo Abe: si parlerà del partenariato trans-pacifico, ratificato dal Sole Levante giovedì e da sempre oggetto di critiche da parte del futuro inquilino della Casa Bianca. Su questo tavolo c’è da registrare un passo indietro del presidente uscente Barack Obama che in settimana ha rinunciato a chiudere l’accordo in attesa dell’insediamento del suo successore.

E mentre giornaloni e sondaggisti scrivevano ai lettori il loro “mea culpa” per aver sbagliato a raccontare l’America di Trump, dipinto come l’unfit, l’inadatto per eccellenza ancor per i mercati, a Wall Street l’indice Dow Jones ha fatto segnare un nuovo record con l’indice che nella settimana è cresciuto del 5,4%, facendo registrare il balzo maggiore dal dicembre 2011. Il Wall Street Journal ha messo in fila i nove dati che raccontano la prima settimana, seppur, breve di Trump da presidente eletto. Oltre al record settimanale del mercato azionario, si sono registrati un rallentamento della volatilità, le difficoltà dello yen sul dollaro, una crescita del settore bancario e delle biotecnologie (grazie alle promesse elettorali di Trump di non aumentare il peso del governo su banche e farmaceutici) oltre che dei rendimenti del Tesoro e dei titoli di Stato, la stabilità del prezzo del greggio. Da sottolineare anche le perdite dei titoli tecnologici a causa della “relazione complicata”, per dirla con gli status di Facebook, tra Trump e la Silicon Valley, tendenzialmente vicina al Partito democratico. E da sinistra è arrivata anche il sostegno del sindacato più potente degli Stati Uniti, ossia l’Union Auto Workers. Per il presidente Dennis Williams, da sempre contrario al Nafta e pronta a sostenere chi ne prometta la scrittura o addirittura la cancellazione, Trump rappresenta una grande occasione per l’automotive a stelle e strisce.

Il trumpiano della prima ora Newt Gingrich, ex speaker della Camera e navigato uomo di Washington che nel 1998 propose l’allargamento del Nafta al Regno Unito, è in lizza per il ruolo da Segretario di Stato

La prima settimana di Trump da presidente statunitense eletto però non è stata solo contraddistinta dalle telefonate e dalle reazioni dei mercati e dei partner internazionali.
C’è infatti grande fermento per il conclave che si sta tenendo in questi giorni al quartier generale newyorkese di Donald Trump dal quale è attesa la fumata bianca per la composizione della prossima amministrazione di Washington. Il trumpiano della prima ora Newt Gingrich, ex speaker della Camera e navigato uomo di Washington che nel 1998 propose l’allargamento del Nafta al Regno Unito, è in lizza per il ruolo da Segretario di Stato mentre per il Tesoro si fa sempre più insistentemente il nome di Steven Mnuchin, ex banchiere di Goldman Sachs, oggi numero uno della finanziaria Dune Capital e presidente finanziario della campagna elettorale di Trump.
Scelte che potrebbero apparire in controtendenza con le promesse elettorali del magnate ma che sbugiardano i profeti dell’apocalisse finanziaria in caso di vittoria del repubblicano.

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