Referendum, destra e sinistra uccise da un'inutile attesa

Il centrodestra è nei guai, ma stavolta non è colpa sua. Appesi all’esito del referendum, i leader non sanno che pesci pigliare, tra programmi e alleanze. E nel logorio dell’attesa, crescono i movimenti populisti

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Afp

14 Novembre Nov 2016 1835 14 novembre 2016 14 Novembre 2016 - 18:35

Il referendum istituzionale del ’46 fu indetto il 12 marzo e si svolse il 2 giugno: bastarono sessanta giorni o giù di lì perché l’Italia del dopoguerra, sicuramente meno informata, alfabetizzata e sveglia di quella di adesso, decidesse una cosa enorme come l’approdo dalla monarchia alla repubblica e al tempo stesso indicasse i componenti dell’Assemblea Costituente.

Il referendum nostro, costituzionale, del 4 dicembre, deciderà su cose molto più piccole, eppure sono già sette mesi, 210 giorni, che ne discutiamo, e all’approdo mancano ancora venti giorni, e nel frattempo il mondo è stato rovesciato come un calzino – la Brexit e l’elezione di Trump, tanto per citare gli avvenimenti al top – e noi siamo sempre lì, a parlare dell’articolo 70, delle possibili dimissioni del capo del governo, della legge elettorale che forse cambia forse no, prigionieri di un dibattito che ha imbalsamato la politica e i partiti proprio mentre in tutto il mondo libero i partiti corrono, discutono, si interrogano, cambiano.

L’andamento lento referendario non è una cosa senza conseguenze. Sta stremando la sinistra, in tutte le sue declinazioni, giacché è evidente che una sua possibile riconfigurazione, un passo in avanti o all’indietro, è legato all’esito del voto e alle scelte successive del suo capo, Matteo Renzi. Ma sta letteralmente uccidendo la destra, che non sa più in quale campo giocare perché gli elementi minimi di chiarezza e stabilità del sistema sono venuti meno: da sette mesi non sappiamo se a dicembre ci saranno ancora due Camere oppure una sola, come si voterà per eleggere i deputati, come si eleggeranno i senatori di vecchio o nuovo conio, se sarà premiata la corsa di leadership singole o la loro capacità di apparentamento. Se ci sarà premio di maggioranza. A chi verrà dato. E insomma, si ha un bel dire che “il problema italiano è l’inconsistenza dei partiti”, ma come si fa a trovare uno schema di gioco quando non si sa quanto è grande il campo, in quanti si dovrà giocare e se la porta è tonda o quadrata?

L’andamento lento referendario sta letteralmente uccidendo la destra, che non sa più in quale campo giocare perché gli elementi minimi di chiarezza e stabilità del sistema sono venuti meno

Il Matteo Salvini che rivendica per la terza o quarta volta la leadership del centrodestra è figlio di questo pantano. Lo Stefano Parisi che gli risponde “fai come ti pare”, idem. E anche il Silvio Berlusconi dell’intervista al Corriere della Sera, così mite e ben disposto verso possibili future soluzioni “istituzionali”, viene da lì: dall’incertezza, dalla necessità di far melina aspettando di capire che succede.

Il centrodestra ha meritato in passato ogni sorta di critica, ma non ora, non qui. Ora è oggettivamente ingeneroso dargli addosso o dipingerlo come un’armata Brancaleone: i singoli leader o aspiranti tali fanno quel che possono, spiazzati – oltreché dal resto – dagli zig-zag in campo del capo del governo che un giorno è Tsipras, il giorno dopo è Obama, quello successivo è Trump, e se avessimo ancora qualche mese e Madame Le Pen vincesse in Francia potrebbe diventare Marine (dalla quale ieri ha incassato i complimenti), seguito con entusiasmo dai suoi riferimenti di territorio: Giuseppe Sala che chiama l’esercito a Milano, in via Padova, è la metafora di un centrosinistra-Zelig che inganna l’attesa delle urne facendo ciò che in passato era prerogativa della destra, la pesca un tanto al chilo delle occasioni mediatiche.

I leader del centrodestra restano spiazzati dagli zig-zag in campo del capo del governo, che un giorno è Tsipras, il giorno dopo è Obama, quello successivo è Trump

Così, questi 210 giorni di attesa messianica del D-Day referendario, anziché “animare il dibattito”, “consentire un serio approfondimento” e via elencando nella infinita serie di luoghi comuni riservata alla scadenza, hanno contribuito a un’ulteriore declassamento della politica in propaganda. Si fosse votato due mesi fa, non sarebbe cambiato probabilmente nulla, ci saremmo già levati il dente, e sapremmo a che cosa appendere la riconfigurazione futura dei partiti “tradizionali”. E alla fin fine, gli unici che dall’andamento lento usciranno avvantaggiati saranno i terzi incomodi, quelli del Movimento Cinque Stelle, ai quali delle regole del gioco interessa poco perché sono fuori dal campo per scelta precisa. Qualunque sia il futuro delle istituzioni e della legge elettorale continueranno a usare lo stesso schema. E a ridersela delle convulsioni degli altri.

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