Da Trump alla Raggi, il potere ammoscia i populisti

The Donald che smorza i toni, la Brexit che si trascina stanca, i Cinque Stelle che tirano a campare a Roma: tutta qua la rivoluzione anti-establishment che doveva scassare l’Occidente?

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Matt Cardy/Getty Images

15 Novembre Nov 2016 1113 15 novembre 2016 15 Novembre 2016 - 11:13

La catarsi liberatoria del voto irresponsabile, lo schiaffo alle élite, la rivolta dei penultimi, il vento-che-cambia-signori. Possiamo fare a gara a chi trova la locuzione più enfatica per definire i trionfi elettorali dei leader populisti occidentali di questi ultimi mesi, dal plebiscito romano per Virginia Raggi e il Movimento Cinque Stelle alla Brexit, sino allo scherzetto di Donald Trump e degli operai del midwest ai salotti shabby chic di New York e ai loft di San Francisco. E potremmo pure trovarne di migliori, nel caso l’onda si allungasse travolgendo Renzi e la sua riforma costituzionale, l’argine repubblicano al Front National di Marine Le Pen in Francia, il quarto governo Merkel in Germania.

Finita la festa, non stupiamoci però se le urla di terrore si trasformeranno in sbadigli e se i cannoni puntati contro il Palazzo d’Inverno sputeranno coriandoli anziché palle infuocate. Perché non sono solo le vittorie dei populisti a stupire, ma anche la loro inefficacia nell’essere consequenziali ai loro proclami, nel realizzare le loro promesse. Un po’ come accade con il referendum in Grecia, la grande ribellione contro l’Europa dei tecnocrati di piazza Syntagma, finita con l’accettare un accordo peggiore di quello rifiutato dall’Oki del popolo e spalancando le porte alla Troika, rebrandizzata in Istituzioni per quietare un po' gli animi.

Finita la festa, non stupiamoci però se le urla di terrore si trasformeranno in sbadigli e se i cannoni puntati contro il Palazzo d’Inverno sputeranno coriandoli anziché palle infuocate. Perché non sono solo le vittorie dei populisti a stupire, ma anche la loro inefficacia nell’essere consequenziali ai loro proclami, nel realizzare le loro promesse

Prendete Trump, tanto per cominciare dall’esempio più recente. I clandestini da rispedire a casa, da dodici milioni che erano in campagna elettorale sono diventati due o tre, meno di quelli che ha rimandato in Messico Obama. E non c’è da stupirsi se persino il nuovo muro al confine col Messico si rivelerà una mezza boutade. Nel frattempo l’ex presidente è diventato «una brava persona», da peggior inquilino di sempre della Casa Bianca che era fino a ieri, e persino lo smontaggio della sua riforma sanitaria, pietra angolare della campagna di Trump sembra sarà soltanto parziale. Del divieto d’accesso ai musulmani in America nemmeno se ne parla più, così come dell’uscita degli Stati Uniti dal Wto.

Tempo al tempo, direte voi. Corretto. Ma ormai di tempo ne è passato un bel po’ da quando Virginia Raggi è diventata sindaco di Roma, per dire. E a quanto pare siamo qui a celebrare il fatto che dopo mesi di stallo esista una Giunta e a parlare del complotto dei frigoriferi abbandonati in strada. Nel frattempo, i vandali hanno sfregiato la statua dell’elefante in piazza della Minerva, simbolo di una città abbandonata all’anarchia. Di vento che cambia, nemmeno un refolo.

Nel frattempo, dietro le bianche scogliere di Dover, la Brexit si trascina stanca. Sono passati mesi dal referendum e ancora non si sa quando Londra chiederà l’applicazione dell’articolo 50, né se a chiederlo sarà il governo o il parlamento. È notizia di ieri, peraltro, che il governo britannico ha chiesto di rimanere nell’Europol, l’agenzia di sicurezza comunitaria, «perché offre un notevole servizio ai britannici» e mantenere l’accesso all’agenzia «aiuterà a rendere più sicura la popolazione del Regno Unito». Fino alla Brexit, aggiunge la nota del governo, e sembra di sentire un sospiro, in lontananza. Altro che tamburi di guerra.

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