Ogni anno in Italia oltre 70mila coppie ricorrono alla procreazione assistita. Così nascono 12mila bambini

Nel nostro Paese due coppie su dieci hanno problemi di infertilità. Oggi le tecniche di procreazione medicalmente assistita e la pratiche di crioconservazione possono aiutare a soddisfare il desiderio di diventare genitori, anche per i pazienti oncologici

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16 Novembre Nov 2016 1545 16 novembre 2016 16 Novembre 2016 - 15:45

Solo in un anno 12.720 bambini italiani sono nati grazie all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Rappresentano il 2,5 per cento del totale. Il dato, fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, risale al 2014. E nello stesso periodo, oltre 70mila coppie con problemi di fertilità hanno chiesto l’aiuto di uno specialista per avere un figlio. Una scelta non sempre facile. Di solito quasi la metà abbandona il percorso prima del termine dei cicli previsti, senza aver raggiunto l’obiettivo. Spesso in assenza del necessario supporto psicologico. È un tema delicato, più diffuso di quanto si pensi. Anche per questo ieri è stato organizzato un incontro al Senato per fare il punto della situazione. Un workshop dedicato alla “Procreazione Medicalmente assistita. La soddisfazione del desiderio di genitorialità, anche per i pazienti oncologici».

La difficoltà ad avere figli - intesa come assenza di concepimento dopo dodici mesi di rapporti regolari - interessa più di due coppie su dieci. «E il 15-20 per cento di esse lo scopre solo a due anni dal matrimonio» racconta il professor Annibale Volpe, past president della Società Italiana di Riproduzione. Le cause dell’infertilità sono numerose. Possono incidere gli stili di vita sbagliati, particolari patologie. Ma anche la scelta di molte coppie che provano ad avere un figlio sempre più avanti nel tempo. Basti pensare che se oggi l’età media di una donna alla sua prima gravidanza arriva a 31,5 anni, solo un decennio fa non superava i 29 anni. «Oggi in Italia c’è la convinzione che un figlio possa nascere quando si vuole - racconta Alberto Caputo, sessuologo clinico e specialista in psichiatria e psicoterapeuta - Come frutto di una decisione razionale consapevole, quando la coppia ha prima soddisfatto la proprie esigenze personali». E invece con il passare degli anni la probabilità di ottenere una gravidanza spontanea si riduce rapidamente.

Solo in un anno 12.720 bambini italiani sono nati grazie all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Rappresentano il 2,5 per cento del totale. E nello stesso periodo, oltre 70mila coppie con problemi di fertilità hanno chiesto l’aiuto di uno specialista per avere un figlio

Da qui la necessità di ricorrere a tecniche di procreazione medicalmente assistita. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2014 erano attivi oltre 300 centri di PMA in tutta Italia. Escluse le tecniche di primo livello (inseminazione semplice), restano 201 centri. In oltre 100 casi si tratta di centri privati, solo 94 sono invece pubblici. E così, anche se i nuovi Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) ricomprendono la procreazione medicalmente assistita, spesso la strada verso la genitorialità è difficile. «Nei centri pubblici l’attesa è ancora lunghissima, si può arrivare fino a un anno e mezzo per la prima visita» racconta Giovanni Scambia, il direttore Area Salute della Donna e di Ginecologia oncologica del Policlinico Gemelli.

E il tempo è tutto, specie per quelle coppie costrette a ricorrere alle tecniche di PMA per altri motivi. È il caso dei pazienti oncologici. Oggi circa il 10 per cento delle donne a cui viene diagnosticato un tumore è in età fertile. Un quarto di tutte le patologie oncologiche si verifica durante l’età riproduttiva. Purtroppo, a causa delle cure, i pazienti guariti dalle neoplasie rischiano di vedere compromessa la propria fertilità. «Ma oggi anche chi ha un tumore in età giovanile - continua Giovanni Scambia - può pensare di avere una gravidanza. Prima non era così». La principale possibilità che viene offerta ai pazienti è la crioconservazione del seme maschile, di ovociti o del tessuto ovarico, che deve avvenire prima di procedere con i trattamenti antitumorali. Ecco perché l’informazione è molto importante. «Bisogna conoscere gli strumenti per preservare la propria fertilità - spiega Elisabetta Iannelli, segretario generale della Favo, la federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia - Le informazioni devono arrivare subito dopo la diagnosi della malattia, prima di iniziare le terapie».

Oggi circa il 10 per cento delle donne a cui viene diagnosticato un tumore è in età fertile. Un quarto di tutte le patologie oncologiche si verifica durante l’età riproduttiva. Purtroppo, a causa delle cure, i pazienti guariti dalle neoplasie rischiano di vedere compromessa la propria fertilità. «Ma oggi anche chi ha un tumore può pensare di avere una gravidanza. Prima non era così»

La responsabile del Registro Nazionale della PMA Giulia Scaravelli presenta i dati del fenomeno. Parlando solo di crioconservazione ovocitaria, nel 2014 in Italia sono avvenuti 2.153 cicli di congelamento degli ovuli. Nel 2013 erano stati anche di più: 2.335. «In generale lo stato dell’arte è buono» continua la responsabile del registro nazionale della PMA. Nel nostro Paese ci sono 14 centri pubblici con un’unità dedicata alla preservazione della fertilità nei pazienti oncologici. Presenti in dieci regioni diverse. Intanto si scopre che gran parte degli italiani sono favorevoli alla preservazione della fertilità per ragioni mediche. Il risultato, presentato durante l’incontro a Palazzo Madama, è frutto dell’indagine “Listening in: IVF and Fertility in Europe (LIFE)”. Un sondaggio a livello europeo commissionato dall’azienda farmaceutica Teva. L’87 per cento degli intervistati considera favorevolmente il congelamento degli ovuli per ragioni mediche. Nel nostro Pasese il dato è pari al 78 per cento, otto italiani su dieci.

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