Gli schiaffi di Renzi all’Europa ci costeranno più di un referendum perso

Renzi finanzia la decontribuzione al Sud coi fondi strutturali europei. E intanto soffia sul fuoco dell’antieuropeismo per recuperare consenso. Sicuri che il gioco valga la candela?

Tafazzi
17 Novembre Nov 2016 1124 17 novembre 2016 17 Novembre 2016 - 11:24

Ora si scopre la decontribuzione totale al Sud, annunciata ieri da Renzi in pompa magna, sarà finanziata attraverso i fondi strutturali europei. Bene, bravo, bis. Poteva essere una buona occasione per dirlo e per spiegare a un Paese ormai in pieno trip sovranista a cosa serve l’Unione Europea, visto che molto spesso quei soldi li rimandiamo indietro perché non sappiamo come spenderli. Non è accaduto.

Al contrario, nello stesso giorno l’Italia ha mandato in stallo la trattativa sul bilancio pluriennale dell’Unione tra parlamento e consiglio europeo, chiedendo più soldi per giovani, accoglienza e ricerca Il bello è che lo ha fatto su una proposta di allargamento dei cordoni della borsa, proposta dal gruppo dei Socialisti & Democratici di cui il Pd fa parte e votata dal parlamento stesso, che prevede - toh! - un aumento dei fondi per i giovani, per accoglienza e ricerca. Nel frattempo, come racconta Jacopo Barigazzi di Politico, l’Italia non manderà alcuna rappresentanza politica al Consiglio Agricoltura e Pesca del 14 e 15 novembre. Gli altri decideranno per noi. Noi daremo loro la colpa. E intanto sostituiamo le bandiere blu con quelle tricolori. Da manuale.

Funziona, a quanto dicono i sondaggisti. Quel che Renzi recupera in termini di consenso, tanto o poco che sia, proviene dalle sue risse con Juncker e soci. E forse potrà pure permettere al premier di vincere il referendum sul filo di lana. Ciò che colpevolmente sottovaluta, però, è che indietro non si torna

Vi gira la testa? Un po’ anche a noi. Ma tutto ha una spiegazione, anche l’improvvisa svolta anti europea di Matteo Renzi. Uno, ricordiamolo, che fino a pochi mesi fa parlava di spirito di Ventotene e che alle elezioni europee del 2014, quelle del 40,8%, diceva di considerare la Germania di Angela Merkel come un modello. Quello li.

La spiegazione, dicevamo, sta in un grafico, che racconta il grado di fiducia dei cittadini europei nei confronti dell’Euro. Sveliamo subito l’assassino: è l’Italia l’unico Paese dell’Eurozona in cui il supporto alla moneta unica - che complessivamente gode di miglior fama oggi rispetto al 2008 - è crollato nel corso degli ultimi anni. Detto in altre parole: siamo diventati uno dei Paesi più euroscettici del Continente e Renzi, pur di vincere il referendum, soffia sul fuoco dell’anti europeismo, per asciugare i pozzi della Lega Nord e del Movimento Cinque Stelle.

Funziona, a quanto dicono i sondaggisti. Quel che Renzi recupera in termini di consenso, tanto o poco che sia, proviene dalle sue risse con Juncker e soci. E forse potrà pure permettere al premier di vincere il referendum sul filo di lana. Ciò che colpevolmente sottovaluta, però, è che indietro non si torna. Che lisciare il pelo all’euroscetticismo, avallare le tesi autoindulgenti e consolatorie di chi pensa che tutto accada per colpa dell’Europa, indebolire le istituzioni comunitarie non fa altro che rendere egemonica la visione di chi pensa si debba tornare agli Stati nazione, alle monete nazionali, alla crescita trainata dal debito, alle frontiere tra un Paese e l’altro.

Se è questo quel che vuole Renzi, sta andando alla grande. Se invece pensa sia un danno collaterale rimediabile, ma necessario a vincere il referendum, e soprattutto che il gioco valga la candela, non sa nemmeno in che guaio si sta cacciando. Lo chieda al suo amico David Cameron. Lui lo sa.

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