Tutto ciò che dovete sapere per capire la vittoria di Trump

Dagli errori dei sondaggisti alle reali tattiche utilizzate dal candidato repubblicano per intercettare i voti dei suoi, passando per le ragioni della sconfitta di Hillary Clinton. Numeri, dati e analisi per comprendere cosa è successo davvero

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17 Novembre Nov 2016 1525 17 novembre 2016 17 Novembre 2016 - 15:25

Ebbene si, Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti e la sensazione di spaesamento è forte in tutto il mondo occidentale. Sembra un po’ di stare in uno di quei romanzi distopici alla Philip K. Dick, perché in fondo non può essere successo davvero. Ma come è stato possibile? Come possiamo spiegare la sconfitta della “candidata più competente di sempre”, della macchina elettorale democratica e del mondo dell’informazione, mai così apertamente schierato per uno dei candidati?

Lasciate in pace i sondaggisti

La prima cosa che salta agli occhi è il ribaltamento delle previsioni dei sondaggi. La stragrande maggioranza delle rilevazioni indicavano Hillary Clinton come candidata favorita nel voto popolare, nonostante alcune eccezioni come il Los Angeles Times-USC e Investor’s Business Daily. E avevano ragione. La Clinton si è imposta nel conteggio delle schede, sebbene sia ancora presto per dire con precisione in che termini assoluti e percentuali: allo stato attuale (16/11), la democratica ha raccolto 62 milioni abbondanti di preferenze (47,8%), un milione e passa in più di Trump (46,9%); le prime stime sul risultato finale parlano però di un margine che potrebbe ampliarsi sopra al milione e mezzo di voti (1,2%).

Il problema è che gli aggregatori sondaggistici più affidabili attribuivano a Hillary un vantaggio decisamente più ampio a livello nazionale, dal 3,3% di RealClearPolitics al 3,6% di FiveThirtyEight: i favori del pronostico erano per la candidata democratica anche nel Collegio Elettorale e le sue probabilità di vittoria variavano dal 71% di Nate Silver al 99% del New York Times. Trump è però riuscito nell’impresa di ribaltare le previsioni in termini di delegati, aggiudicandosi contemporaneamente tutti gli stati in bilico di cui aveva bisogno per rimanere in corsa – Florida, North Carolina, Ohio e Iowa – e strappando la presidenza negli stati post-industriali della Rust Belt – Pennsylvania, Winsconsin e Michigan.

Siamo di fronte ad un errore di previsione del 2-3% nel voto popolare, tutto a favore del candidato repubblicano. In termini percentuali, un errore inferiore a quello relativo alla Brexit (poco superiore al 4%) e in linea con il trend storico delle elezioni statunitensi degli ultimi quarant’anni. Quindi perché prendersela coi sondaggisti? Alcuni hanno più volte invitato i media mainstream alla prudenza nelle previsioni, includendo tra i possibili scenari una vittoria di Trump, almeno nel Collegio Elettorale; quello che nessuno aveva davvero previsto è l’ampio margine con il quale Trump ha vinto in termini di delegati (306 a 232).

L’approccio probabilistico è uno strumento utile per l’interpretazione dei processi politici, non un oracolo cui affidare il proprio destino; esso deve necessariamente essere accompagnato da un’analisi qualitativa dei fenomeni globali e dei contenuti delle campagne elettorali. Magari la prossima volta ricordiamoci di considerare l’esistenza del margine di errore, utilizzando un intervallo di cifre piuttosto che un numero secco.

Una prima, cauta, analisi del voto

Bisognerà attendere qualche giorno per i risultati definitivi. La valutazione dell’intreccio di componenti demografiche, economiche e culturali che ha determinato la vittoria di Trump si fonda finora su exit poll o dati provvisori e devono essere maneggiate con cautela. Qualcosa però possiamo iniziare a dire.

Le prime stime sull’affluenza (58,1%) indicano un trend in lieve calo dal 2012 (58,6%) e soprattutto rispetto al record del 2008 (62,2%). In termini assoluti, 134 milioni di cittadini statunitensi dovrebbero essersi recati alle urne tra i 231 milioni aventi diritto: se il dato venisse confermato1, quasi due milioni di votanti in più rispetto al 2008 e 4 milioni rispetto al 2012 (58,6%)2. Rimane il fatto che circa 100 milioni di elettori sono rimasti a casa.

La sconfitta della Clinton o la vittoria di Trump?

Le prime analisi sostenevano che il candidato repubblicano avesse vinto con meno voti di McCain nel 2008 e molti meno voti di Romney nel 2012. Il conteggio delle schede tuttavia non era ancora terminato. Ad oggi, le preferenze per Trump (61,243 milioni) hanno già superato abbondantemente quelle di McCain (59,950) e anche quelle di Romney (60,934) e con 2 milioni di schede ancora da scrutinare3 sembrano destinate a salire ancora.

Il calo dell’affluenza ha colpito con durezza la Clinton (62,403): negli stati in cui ha prevalso Trump la partecipazione al voto è stata la stessa del 2012, anche più elevata negli swing states, mentre i primi dati suggeriscono un calo intorno al 2% negli stati a prevalenza democratica. In sostanza, Trump ha preso i voti che doveva, mentre la Clinton non è riuscita a convincere il proprio elettorato della bontà del suo programma e ha ottenuto molte meno preferenze di Obama nel 2012 (65,919) e nel 2008 (69,499). Il voto indica dunque la netta sconfitta di Hillary e del partito democratico. A dirla tutta, se la sono cercata.

In un contesto politico iper-polarizzato come quello statunitense, c’era l’opportunità di candidare Bernie Sanders, più adatto a catalizzare il risentimento sociale diffuso dopo la crisi e a fronteggiare la retorica anti-establishment di Trump. Nonostante sapessero degli scandali relativi all’utilizzo della mail ufficiale e alla fondazione privata, i quadri del partito hanno invece scelto di sostenere una candidata vicina a Wall Street, propensa allo scontro con la Russia in Siria e favorevole ai trattati di libero scambio. Questi sono i risultati.

Come è riuscito a vincere?

Secondo i primi exit poll la Clinton avrebbe prevalso nelle fasce più basse di reddito, mentre Trump ha vinto tra i redditi più elevati: questo dato sembra confliggere con l’interpretazione del voto secondo cui la vittoria di Trump sarebbe dovuta al sostegno della working class bianca con un basso livello di istruzione. Eppure l’affluenza al voto di questo gruppo, solitamente scarsa, è stata superiore alle aspettative e ha avuto un effetto estremamente favorevole per Trump, in particolare nelle contee più anziane e in particolari regioni del paese.

La Clinton viceversa non è riuscita a controbilanciare questa tendenza tramite la mobilitazione del suo elettorato: le minoranze ispaniche e nere, le donne, i laureati, i giovani. La vittoria di Hillary nelle fasce più basse di reddito appare verosimile a livello nazionale (aspettiamo i dati reali definitivi), ma non può nascondere la clamorosa sconfitta nella Rust Belt, che ha consegnato la presidenza a Trump: la decadenza industriale di questa regione tradizionalmente democratica è legata all’apertura commerciale del paese e al processo di finanziarizzazione, due elementi immediatamente riconducibili alla famiglia Clinton; la working class bianca, priva dei riferimenti sindacali di un tempo, si è sentita tradita dalle politiche democratiche ed è stata sedotta dalle promesse protezionistiche di Trump.

Ha vinto il candidato che è riuscito a rappresentare la discontinuità, il sentimento anti-establishment e l’insicurezza economica diffusa. Ad uscire sconfitta dalle urne è infatti anche la narrazione di un’America economicamente solida, promossa dall’amministrazione Obama. Trump ha vinto nelle contee caratterizzate da una crescita più lenta dei posti di lavoro e da un salario medio più basso; ma Trump ha vinto soprattutto dove è più diffuso il lavoro tradizionale, maggiormente minacciato dall’automazione e dalle delocalizzazioni. Sbaglia chi sostiene che il voto americano sia esclusivamente un voto di pancia, xenofobo e misogino. C’è anche questo, ma non solo: Trump è frutto delle minacce materiali che la globalizzazione neoliberale ha portato all’America profonda.

Peccato che il nuovo presidente faccia parte della stessa élite cui pretende di contrapporsi: lo smantellamento dell’Obamacare, sebbene parziale, dopo il prevedibile ammorbidimento post-elettorale; la riforma fiscale, che mira all’abbattimento della pressione fiscale a tutti i livelli di reddito, ma in particolare per i più ricchi; la deregolamentazione finanziaria, che passa dalla revisione del Dodd-Frank Act (la già tenue riforma di Wall Street approvata nel 2010). Tutti punti che sembrano presagire un ulteriore e deciso aumento della disuguaglianza a stelle e strisce.

Il “candidato anti-establishment” se la ride alla grande dall’alto del 58° piano della Trump Tower.

1 Nelle scorse tornate elettorali statunitensi, le stime iniziali sull’affluenza si sono ridimensionate col passare del tempo ed è plausibile che accada anche stavolta. Finora le schede conteggiate sono circa 130 milioni e mezzo.

2 La differenza tra il trend relativo e quello assoluto si spiega con il significativo aumento della popolazione avente diritto, quasi 10 milioni rispetto al 2012.

3 Metà delle quali provengono dalla California, tradizionale roccaforte democratica.

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