Facebook può condizionare il voto? L’esperimento del Wall Street Journal dice di sì

Gli utenti, a seconda delle preferenze politiche, ricevono informazioni diverse e più vicine alle proprie convinzioni. È un caso? Per nulla: è solo il risultato della famosa bolla dei social, che solo adesso si scopre in tutta la sua efficacia

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18 Novembre Nov 2016 1111 18 novembre 2016 18 Novembre 2016 - 11:11

Alla fine, dopo qualche tentennamento, la colpa è finita su di lui, su Facebook. Era inevitabile. Se la Clinton ha perso non è certo a causa di una strategia sbagliata, o di un candiato sbagliato, o delle idee poco progressiste di molti americani. No: è colpa di Facebook, il social network che, per convincere i suoi utenti a soffermarsi il più a lungo possibile nel sito, li imprigiona in una bolla. Ma va. Proprio quella bolla (metaforica) in cui si vedono gli status che interessano di più e scompaiono quelli che interessano di meno, compaiono le notizie che interessano di più e non quelle che piacciono di meno. E allora – prosegue l’acqua calda – gli elettori che hanno votato Trump sono stati sommersi da flussi di notizie false (ce ne sono molte) che miravano a colpire la Clinton, non hanno avuto modo di farsi un’idea equilibrata di come vanno le cose, non hanno perciò potuto – poverini – capire che era meglio votare lei anziché lui. Non è colpa loro, è colpa di Facebook.

La tesi, come appare a una prima lettura, è del tutto balorda. Certo, la premessa è vera. Facebook seleziona i contenuti per ogni utente sulla base delle sue preferenze, sia quelle esplicite sia quelle ricavabili dal suo comportamento online e dalle sue interazioni e le mostra sul suo feed. E ci mancherebbe: chi mai ha voglia di sorbirsi le opinioni e le storie di persone che conosce appena e di cui non ha alcun interesse, magari a scapito degli status di amici che considera più vicini? Capiamoci: non sono cose importanti, ma non sono nemmeno elementi da nulla. Se Facebook vuole funzionare, deve collegare gli amici “veri”, non solo quelli presunti, cioè aggiunti alla propria cerchia. E per capire i rapporti reali, veri o sognati, deve agire con la statistica.

Proprio allo stesso modo, allora, funziona con le idee politiche. Articoli ed elementi di destra o di sinistra (in Usa di distingue tra liberal e conservative) appariranno con maggiore o minore frequenza a seconda delle preferenze e degli iteressi del soggetto. Articoli pro-Clinton spunteranno nei feed di elettori del Partito Democratico, mentre invettive contro l’abuso delle mail si vedranno di più nei feed dei Repubblicani, o dei seguaci di Trump (distinzione non superflua: non sono sempre la stessa cosa). Esistono, allora, articoli di destra e articoli di sinistra? Certo, come no. E guarda caso, i primi appaiono di più agli elettori di destra e i secondi a quelli di sinistra.

Lo dimostra, nel caso fosse servito, anche questo esperimento istruttivo del Wall Street Journal, messo in piedi nel maggio 2016 ma valido ancora oggi (anzi, soprattutto oggi). Si chiama Blue Feed, Red Feed: il giornale ha creato due account, uno di ispirazione liberal, di colore blu, e uno di ispirazione conservatrice, di colore rosso. Le due colonne sono allineate, in modo che il confronto dei due feed sia immediato, in particolare su alcune tematiche calde (Hillary Clinton, Donald Trump, aborto, armi, Isis e così via). I post che vengono visualizzati in contemporanea sono del tutto diversi, anzi: sono opposti.

La cosa è affascinante, certo, ma a parte il fascino di interessante davvero c’è ben poco. O meglio, qualcosa sì: c’è la metodologia. I due account sono stati costruiti in modo da seguire, ciascuno, “siti molto liberal” e “siti molto conservatori”. Chi li ha classificati in questo modo? Chi ha deciso, ad esempio, che MSNBC sia liberal e non conservatore? Come ha fatto? Molto semplice: sono stati alcuni ricercatori di Facebook che, in uno studio del 2015, hanno operato proprio questa distinzione, stilando una lista di 500 siti classificati, a seconda, come “molto liberal”, “liberal”, “neutrali”, “conservatori”, “molto conservatori”. Come lo hanno deciso? Semplice anche questo: hanno guardato agli orientamenti politici degli utenti che condividevano, per ciascun sito, più contenuti. Per cui quelli che si dichiaravano seguaci di Hillary Clinton condividevano numerosi articoli, appunto, di MSNBC, allora gli scienziati lo hanno classificato come testata “liberal”, o “molto liberal”. Questo – ed è importante – non vuol dire che il sito sia davvero liberal: significa solo che è molto apprezzato da utenti che si dichiarano liberal. Una distinzione lieve, ma non trascurabile.

I due feed del Wall Street Journal, allora, sono stati studiati per seguire i siti che, nella classificazione operata dagli studiosi, figurassero come “molto liberal” (feed blu) e “molto conservatori” (feed rosso). Si possono vedere, allora, nello stesso momento, i contenuti che condividono gli elettori di Trump e quelli di Bernie Sanders. E cosa si scopre allora, dopo tutto questo lavoro, questi studi, queste ricerche e tante fatiche? Che sono diversi. Ve lo potevamo dire anche noi.

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