Il nemico numero uno del riscaldamento climatico? Non è Trump, sei tu

L'elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti potrebbe significare un passo indietro d 8 anni nella battaglia politica contro il riscaldamento globale, ma il nemico numero uno resta sempre lo stesso degli ultimi cento anni: il nostro sistema di valori

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18 Novembre Nov 2016 1010 18 novembre 2016 18 Novembre 2016 - 10:10
Tendenze Online

Tra le tante inquietudini che ha generato nel mondo occidentale l'elezione a Presidente degli Stati Uniti di Donald Trump ce n'è una che forse più inquietante delle altre, perché è una cosa che riguarda tutta l'Umanità. È il riscaldamento globale, una dinamica che la comunità scientifica ha scoperto e cominciato a studiare a metà dell'Ottocento e che da qualche decennio è considerato uno dei più grandi pericoli per la sopravvivenza dell'ecosistema del pianeta Terra. E quindi anche della razza umana.

Il 6 novembre del 2012, mentre Obama festeggiava la vittoria che gli concedeva il secondo mandato come Presidente degli Stati Uniti, dal suo profilo Twitter Donald Trump scriveva: «Il concetto di riscaldamento globale è stato creato dai cinesi per rendere non competitiva la manifattura statunitense». Circa due anni dopo, nel gennaio del 2014, scriveva: «Questa stronzata del riscaldamento globale è molto costosa e va fermata. Il nostro pianeta sta congelando, registriamo record di temperature basse e persino i nostri teorici del riscaldamento globale sono bloccati nel ghiaccio».

Trump non ha mai nascosto, anzi, ne ha fatto spesso una bandiera, il fatto di considerare il riscaldamento globale una fanfaronata. E quello che può fare ora, dalla sua posizione di Presidente, non è assolutamente da sottovalutare. Oltre al fatto di considerare la teoria del riscaldamento globale, accettata all'unanimità dalla comunità scientifica internazionale, una “stronzata”, Donald Trump può tagliare i fondi statunitensi dedicate alle energie rinnovabili, può far uscire gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi dell'anno scorso. In pratica, può far fare un passo indietro da gigante ai progressi che in questo senso sono stati fatti negli ultimi 8 anni.

Sarebbe un brutto colpo per la lotta contro il riscaldamento globale, magari non mortale, ma quasi. Eppure, il nemico numero uno del pianeta Terra, continua a non essere questo arrogante e pericoloso miliardario con il cerone arancione in faccia. Il nemico numero uno del pianeta Terra sei tu, sono io, siamo tutti noi. È una affermazione forte? Sì, è così. È una affermazione senza senso? Per niente.

Il nemico numero uno che affosserà questo pianeta è il nostro stile di vita. Anzi, di più - e non è facile scriverlo - è il sistema di valori della società che abbiamo creato

Il nemico numero uno che affosserà questo pianeta, e con lui la generazione che avrà la sfortuna di vivere il momento in cui la Terra scrollerà le spalle per levarsi dalle spalle il peso dell'Umanità, è il nostro stile di vita. Anzi, di più - e non è facile scriverlo - è il sistema di valori della società che abbiamo creato e che ormai sta stretta anche sotto l'etichetta di “società occidentale”. È di più. È una società espansa che non ha confini geografici, i cui pilastri sono essenzialmente tre: il Positivismo acritico, l'Individualismo egocentrico e il Consumismo edonista.

Il primo significa nutrirsi della certezza inscalfibile che la traiettoria delle cose dell'universo sia una linea che procede all'infinito verso l'alto, e la conseguenza è il condannare la nostra felicità ad essere direttamente proporzionale alla sua insostenibilità. Il secondo significa mettere il diritto alla propria felicità davanti a quella della collettività, il che comporta la certezza che nessuno farà per primo il passo indietro necessario a convincere gli altri che si possa fare. Il terzo è semplicemente pura follia, genera un circolo vizioso e paradossale in cui inseguendo la felicità ci si allontana da essa e comporta l'aumento esponenziale non solo del consumo di energia, ma anche della produzione di rifiuti.

Osservare e confrontare qualche dato sul nostro consumo pro capite può servire a fornirci una stima ragionevole della dimensione del problema. Nel 2014, per esempio, il consumo procapite annuo di elettricità negli Stati Uniti si è attestato a poco più di 12mila kWh, ovvero poco meno del doppio rispetto a quello francese (circa 7mila kWh) e un po' più del doppio di quello italiano (poco meno di 5mila kWh). E in paesi in cui lo stile di vta maggioritario non è il nostro? In Cina, per esempio, si è attestato a poco meno di un terzo, circa 4mila kWh. E in India, addirittura, il consumo medio di energia elettrica è 22 volte minore di quello di uno statunitense medio. Tutta questa energia non solo costa in soldi, ma costa in inquinamento. Nel 2011 l'82 per cento dell'energia elettrica veniva prodotta usando combustibili fossili. Nel 2020 scenderà, ma solo al 76 per cento.

Guardiamo il problema dal punto di vista delle emissioni di CO2, ovvero uno dei principali catalizzatori del fenomeno del riscaldamento globale. Le proporzioni non sono molto diverse, soprattutto se non ci dimentichiamo che noi riusciamo a contenerle molto di più di altri paesi in via di sviluppo. E infatti uno statunitense ne produce all'anno (dati del 2013) 16,4 tonnellate, un francese 5,1 e un italiano 5,7. Mentre un cinese 7,6 tonnellate. L'indiano medio, però, con la sua tonnellata e mezzo (1,6 per la precisione), continua a essere quello che incide di meno.

Attenzione, è normale. Sorprenderci di un dato del genere significherebbe essere ingenui sopra ogni limite. D'altronde abbiamo tutti in tasca almeno uno smartphone, che richiede di essere caricato almeno una volta al giorno e, quando dobbiamo scegliere se cambiare lo smartphone o cambiare la caldaia per fare del bene a tutti noi, ci fa notare Mattia Feltri su LaStampa, scegliamo senza alcun dubbio di comprarci l'iPhone.

Abbiamo caldo in casa a Natale e freddo in ufficio in agosto. Lasciamo accese le luci di negozi e uffici senza nemmeno porci il problema di quanta energia consumi e di quanto costi al pianeta supportare tutto questo. Andiamo a lavorare in macchina da soli anche se sappiamo di restare imbottigliati per mezz'ora nel traffico, di fianco ad altri solitari automobilisti. Cambiamo ogni anno smartphone, computer, tablet. Sogniamo un futuro in cui tutto sarà automatizzato, efficiente, veloce, ma nessuno di noi si pone mai la domanda non tanto su quanto costi, ma su chi alla fine debba pagare il conto.

Per il futuro che sogniamo serve una quantità incredibile di energia. Molta di più della quantità già abnorme che consumiamo ogni giorno. E la verità è che, Trump o non Trump, nessuno di noi è disposto a fare nemmeno un passo indietro. Che sia chiaro, non è per niente obbligatorio che ci sentiamo in colpa o che accettiamo di cambiare radicalmente il nostro sistema di valori orientandoli all'Equilibrio piuttosto che alla Crescita, al bene della Comunità piuttosto che alla felicità dell'Individuo o alla lotta contro il Consumismo sfrenato. Probabilmente abbiamo anche la migliore scusa: perché non è escluso che ormai sia troppo tardi. Però, forse sarebbe più realistico dirsi la verità: il nemico numero uno del pianeta terra è ognuno di noi. Se siamo arrivati a questo punto è perché nessuno di noi è disposto a cambiare.

Non è un caso che il primo obiettivo della nostra società fondata sui consumi, che a livello politico è sempre stata in prima fila senza esitare per esportare i propri modelli più che trovare un modo per affrontare il problema, le inondazioni, le siccità, lo scioglimento dei poli e l''innalzamento delle acque causato dal proprio modo di vivere, stia facendo ogni sforzo possibile, usando persino la violenza, per impedire al resto del mondo, circa cinque miliardi di persone, di salire sul nostro treno delle magnifiche sorti e progressive.

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