Italia-Germania vista dal bar di Buffon

Buffon ha un locale a Carrara, Sirigu aggiusta pc con la Partita Iva: Valderrama.it immagina l'ultimo Italia-Germania agli Europei vista dalla vita alternativa degli Azzurri. E con ben altri convocati in campo

Buffon
18 Novembre Nov 2016 1056 18 novembre 2016 18 Novembre 2016 - 10:56

Parigi, Matmut Atlantique, 2 luglio 2016

È l’Italia dei vecchi. Lo abbiamo scritto prima dell’Europeo e lo scriviamo ancora, perché i risultati non cambiano le carte d’identità. Ma questa parola, “vecchi”, oggi ha un significato diverso. È l’Italia dei vecchi e così deve essere, doveva essere, così è giusto che sia. E speriamo, tanto vale dirlo subito, che oltre a essere l’Italia dei vecchi sia anche la vecchia Italia, quella che con la Germania non perde mai.

L’Italia dei vecchi e del vecchio Ancelotti è arrivata ai quarti, con pieno merito, ma non è stato facile. Per portare la squadra dove è arrivata, il commissario tecnico non ha guardato in faccia a nessuno, come si dice in questi casi. Anche perché, dicono in questo caso particolare, nessuno poteva più sopportare alcun accenno, neppure vagamente ironico, all’altezza ormai spropositata della sua arcata sopracciliare.

La grande capacità comunicativa del nostro tecnico è stata utile per gestire questo manipolo di veterani, di giovani responsabili e senza fronzoli e soprattutto di talenti quasi trentenni o addirittura ultratrentenni, mai completamente espressi. Già, perché nell’Italia dei vecchi anche i giovani sono vecchi nell’animo, e vecchi all’anagrafe sono sono pure i talenti da disciplinare, vecchi che dovevano fare gruppo ma che, sotto pelle, minacciavano un’anarchia fuori dal tempo, un’anacronistica carica di ribellione.

Temevamo l’ammutinamento, invece Ancelotti, sempre calmo, sempre pronto a spendere una parola buona nel momento giusto, ha saputo tranquillizzare tutti. I calciatori, i giornalisti, l’ambiente in generale. Fino al primo momento della verità, quello di stasera.

In mezzo al campo i problemi fisici di Verratti e Marchisio, i dubbi sulla tenuta atletica di Pirlo in un torneo così intenso e l’addio al calcio di Thiago Motta, annunciato un’ora prima delle convocazioni, hanno costretto il CT a scegliere un regista appena accettabile a livelli così alti. Bocciato Magnanelli, rimandato eternamente a settembre Jorginho, brasiliano taciturno ma colmo di rabbia, è giunta finalmente l’ora di uomini fedeli all’anonimato come Vives, Cigarini e Vecino, gente che sa giocare a calcio, certo, ma prestanome più che titolari.

Ancelotti ha saputo mettere in panchina, contro tutto e tutti, un portiere di grande talento come Perin, affidandosi a De Sanctis. Fischiato nelle ultime amichevoli, l’esperto e cupo portiere ha salvato la nostra porta in almeno tre occasioni, e per il resto ha dato al reparto la sicurezza indispensabile in una manifestazione di questo livello.

La stessa scelta Ancelotti l’ha operata in difesa, dove ha preferito la timida solidità di Rugani all’esuberanza di Romagnoli. In questo modo l’insostituibile Paletta ha potuto prescindere dal compito di tenere a freno il compagno di reparto e ha potuto essere quello che è, nel bene e nel male, un roccioso marcatore senza manie di comando.

In mezzo al campo i problemi fisici di Verratti e Marchisio, i dubbi sulla tenuta atletica di Pirlo in un torneo così intenso e l’addio al calcio di Thiago Motta, annunciato un’ora prima delle convocazioni, hanno costretto il CT a scegliere un regista appena accettabile a livelli così alti. Bocciato Magnanelli, rimandato eternamente a settembre Jorginho, brasiliano taciturno ma colmo di rabbia, è giunta finalmente l’ora di uomini fedeli all’anonimato come Vives, Cigarini e Vecino, gente che sa giocare a calcio, certo, ma prestanome più che titolari. O almeno così credevamo, perché questo centrocampo senza fantasia ha dato più di quanto ci si aspettasse: geometrie essenziali, corsa, abnegazione e tiro da fuori.

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